Photo Levi

Il libro di Marco Belpoliti uscito per la casa editrice Acquario raccoglie ventisette fotografie di Primo Levi. Non è da intendere come un libro di fotografia, né come un libro di letteratura, non è un saggio, ma neppure una vera e propria biografia. La cosa che gli somiglia di più è il Voyager Golden Record, che ormai – per la quantità di volte in cui viene citato – più che essere un oggetto di culto è una modalità del racconto: il lancio in orbita di una sequenza significativa di tracce, perché chi ci si imbatte possa farsi un’idea essenziale ma complessa di qualcosa o di qualcuno.

 

Per il Voyager Golden Record, il disco che contiene varie testimonianze sonore per raccontare la vita e l’habitat della specie homo sapiens, il mittente è la NASA e il destinatario non lo conosciamo, ma potrebbe tranquillamente corrispondere a un popolo alieno, oppure a una nuova umanità che ha oramai dimenticato la nostra. Per Photo Levi, invece, il mittente è un saggio amico di Primo Levi e il destinatario siamo tutti noi, quelli che restano e che ancora non lo conoscono, oppure quelli che lo conoscono e lo vogliono riascoltare. Il mito di Levi – nel trittico testimone, chimico e scrittore – ha oramai preso così piede nella scuola italiana, che chi ignora la sua figura la ignora solo per modo di dire: come un antico parente del quale ci si è fatti un’idea, nonostante l’assenza di frequentazione. Essere due facce della stessa vita separate da una distanza già cosmica. È esattamente il genere di legame che si sperimenta sfogliando gli album di famiglia, nel ronzio di certi pranzi festivi. 

 

Il motivo per cui gli astronauti si sono decisi per un insieme di registrazioni audio è semplice, ed è lo stesso per cui forse Marco Belpoliti ha fatto ricorso alle foto: trasmettere una frequenza, trasferire un battito, portare dall’altra parte del foglio una cosa viva. È stato Primo Levi stesso a dirlo del suo amico Sandro Delmastro, eroe partigiano della prim’ora: “oggi so che è un’impresa senza speranza rivestire un uomo di parole, farlo rivivere in una pagina scritta”. Questa frase arriva nel finale di Ferro, il racconto monumento che Levi dedica proprio a lui, all’amico Sandro. Le parole, dice, non bastano per esportare altrove una forma di vita. E di qui il bisogno di altre soluzioni. Delle immagini, oppure delle voci.

La voce riporta letteralmente in vita una parte dell’individuo, perché quando viene riprodotta si svolge nel tempo, lo occupa, è un’onda che si diffonde nell’aria. Una immagine, al confronto, è piatta e ferma: il riverbero le va costruito intorno con la pazienza di una architettura. Così, nella sua raccolta, Belpoliti non usa le foto come riempitivi o didascalie, si sforza di dare loro tridimensionalità, di lasciare che attraggano la parola – di solito si tratta di due o tre pagine sul mondo di allora, sul momento preciso dello scatto, un breve catalogo dei nomi e delle avventure che ruotano attorno alla singola immagine.

È un impasto che consente al lettore di rivedere anche le foto più note sotto una nuova luce, più nitida, lo invita a guardarle da capo. E allora, scatto dopo scatto, il sistema leviano si fa più ricco e più vivo.

 

Belpoliti va costruendo un repertorio di attimi che si potrebbero ordinare e catalogare proprio in base alla quantità della vita che riescono a riaprire e a portare con sé. Qui ci si può limitare a tre esempi diversi di strategie perseguite per ottenere questo stesso risultato. Tre tipi di operazioni particolarmente efficaci che vengono compiute nel libro per riaprire la crepa del tempo a partire dalle immagini e per guadagnare un’impressione quanto più possibile viva dell’essere umano Primo Levi, a trentaquattro anni dalla sua scomparsa.

La terzina che segue si può considerare pure come un piccolo podio di tre, dal terzo al primo posto, dove la gara vede il fotografo (chiunque egli sia) e lo scrittore alleati, a correre insieme.

 

3. La foto miniera. Delle varie tecniche che esistono per dare senso e valore a un’immagine, tra le più ovvie c’è quella di leggerla con attenzione, indugiando sui minimi dettagli, con la tensione non sempre risolta a trovare qualcosa che nessuno ha mai visto prima. È di questo tipo la cura che Belpoliti dedica a una foto piuttosto nota, scattata nel 1986 da Mario Monge. La foto ritrae Primo Levi al computer – un Mac ancora primitivo – così in controluce da risultare poco più che un’ombra nera, escluso il riflesso bianco sugli occhiali da vista. “Anni fa, mentre lavoravo alla prima edizione delle Opere complete di Levi, ho guardato lo scatto del fotografo torinese con una lente di ingrandimento e mi sono accorto che lo scrittore stava componendo una poesia: Soldato. Era inedita”.

 

© Mario Monge

 

Questa rivelazione arriva al fondo del saggetto che accompagna lo scatto, dove si parla di stile, tecnologia e del mitico personaggio ebraico Golem, imparentato con i moderni elaboratori di testi, i personal computer. La foto, però, non è solo un’occasione per pensare al mestiere dello scrittore, ma grazie al ritrovamento di Belpoliti diventa soprattutto un deposito, una strada per bucare la parete del tempo ed entrare dentro lo studio creativo del soggetto. Per rubare. O per estrarre. Sul terzo gradino di un immaginario podio si può collocare questa foto-miniera, per la quale Belpoliti ha reso pragmatica e non solo contemplativa la lettura dell’opera d’arte. In questo caso ciò che salva la foto dalla sua fissità è il rapporto diretto con l’osservatore, il fatto che lui, l’osservatore, possa finalmente farsene qualcosa. Per esempio ricavarne un bottino.

 

2. La foto cibo. All’inizio di Photo Levi, invece, c’è il caso di un rapporto incredibile tra la foto e il soggetto fotografato. Si tratta di un’immagine più antica, di autore anonimo: vi campeggia un Primo Levi ragazzo, con i capelli un poco disordinati e la cravatta sulla camicia a righe sormontata da una giacca da montagna. La foto si trova sui documenti falsi che il giovane tiene in tasca quando viene fermato dai militi fascisti in Valle D’Aosta, l’8 settembre del 1943. Per paura che abbiano da dire sul suo documento, che notino il trucco, Primo Levi stacca la foto e la mangia come può, insieme a buona parte della carta. La riflessione di Belpoliti non si limita a questo aneddoto, anzi, gli interessa di più capire perché Primo abbia scelto proprio quella come l’immagine migliore per dichiararsi non ebreo e sfuggire alle leggi del tempo. Eppure, la tattica per portare il pubblico dei lettori dentro la riflessione, per liberare vita da uno scatto indistinguibile da tanti altri di quegli anni, è farci immaginare per un momento la pellicola fotografica che si accartoccia, inumidita sotto il morso, e scende giù avvelenata nel palato vivo di Primo Levi. E allora di nuovo, per una via completamente diversa dalla prima, la foto smette di essere soltanto una foto e diventa un pezzo di esistente, una consistenza, un gusto. Un correlativo oggettivo della violenza: una paura tale da far sì che il ragazzo divori le prove.

 

 

1. La foto verità. A pagina 74 c’è forse la foto più straordinaria della raccolta. Il breve saggio che accompagna la foto si intitola Dal balcone, e si concentra appunto sulla casa, dove sono ambientati svariati scatti. Questo è decisamente poco noto, ma appartiene a un grande maestro: René Burri.

È il 1985, eppure sembra un’immagine contemporanea scattata con uno smartphone. Siamo sul balcone di casa Levi in corso Re Umberto 75, a un piano alto, in un tardo pomeriggio qualsiasi. Lo scrittore sta appoggiato con la schiena al lato corto del bancone, a braccia conserte, con il corso alle spalle. E sopra di lui c’è un cielo bianco, dove la luce ha bruciato i profili delle case, vagamente arancioni per effetto dell’esposizione. Levi indossa una polo beige e un pullover senza maniche.

 

© René Burri


La particolarità di questa foto è che non sembra una foto: pare che non sia passato neppure un attimo da allora. La crepa del tempo si spalanca grazie al rapporto che si è stabilito tra il fotografo e il soggetto ritratto. L’impressione di contemporaneità e di movimento è data soprattutto dalla quasi totale assenza di riferimenti temporali che possano collocare il momento nel 1985. Le automobili posteggiate sono lontane, i modelli non si riconoscono. L’unica vettura in corsa sfreccia sul viale fino a diventare una scia grigia. 

Solo i torinesi sanno che persino in quell’angolo tutto è cambiato: gli ippocastani cantati da Levi sono cresciuti, un’aiuola più grande a forma di vasca ha preso il posto dei piccoli buchi nel terreno, è sorta una pista ciclabile e all’angolo con via Vico sono comparse due panchine. 

Tra tutti gli argomenti che poteva scegliere di accostare a uno scatto così vivido, Belpoliti si concentra sugli alberi in strada. In effetti sono loro i salvati, il principio di continuità con quel giorno del 1985 e la prova che il tempo non si è mai interrotto, che in un certo senso è ancora fermo lì, cucito insieme allo spazio.

 

Insieme alla piccola selezione di casi eminenti, anche le altre ventiquattro fotografie aderiscono a questo spirito. Sia le pubbliche sia le private, che Levi sia solo o in compagnia. Ovunque in Photo Levi la fotografia viene corrosa dalla sua forma fissa per debordare e straripare, giocando con il tempo e con la sponda della storia biografica più conosciuta.

Nelle pagine l’ordine è cronologico, per aiutare il lettore, ma da nessuna parte si fiuta la pretesa di esaurirlo: è questo il bello della sequenza di tracce, la possibilità di conciliare una conoscenza profonda con la libertà della superficie.

 

Va detto anche che il lavoro di mettere insieme le buone fotografie di Levi deve essere stato particolarmente difficile perché la sua indole era schiva, in pochissimi oggi saprebbero davvero dire se l’uomo rappresentato in foto assomiglia a quello che scrisse: “Non vorrei disturbare l’universo. / Gradirei, se possibile, / Sconfinare in silenzio / Col passo lieve dei contrabbandieri / O come quando si diserta ad una festa”. Sono i segnali di riserbo e timidezza, insieme ai tratti più speculativi e geometrici della sua personalità, a fare di Primo Levi una forma di vita notevole, di cui tramandare la memoria in lungo e in largo nello spazio-tempo. Belpoliti è ci è riuscito con un grande garbo, persino applicando il modello Voyager Golden Record, che oltretutto accoglie in sé una quota di silenzio, nel respiro e nello stacco tra un suono e l’altro, tra una foto e l’altra, nei bianchi soventi. 

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