Pippo Delbono - I libri di Oz

Una volta a teatro il testo imperava. Lo spettacolo era messa in scena, interpretazione di un dramma. Se leggete una critica teatrale di Gramsci, di Gobetti, di Silvio D’amico, l’opera scritta era l’oggetto di discussione, il cardine del ragionamento, era tutto, e la valutazione dello spettacolo si limitava a registrare in scarne osservazioni, più o meno frettolose, l’esecuzione degli attori e l’accoglienza del pubblico. Poi vennero la regia e sperimentazione, basata molte volte su una scrittura scenica, che ripensarono il contributo della componente letteraria. Il teatro in realtà non fece mai a meno dei testi: diventò viaggio, avventura dentro testi vari, anche narrativi, dentro miti, dentro questioni esplorate attraverso il lavoro teatrale d’insieme. Il testo, dal ’68 in poi, divenne pre-testo, sceneggiatura, story-board, testo consuntivo più che preventivo, che descriveva un processo mobile, già avvenuto, ricco di implicazioni. 

 

L’editoria teatrale negli anni tra il ’68 e i primi ottanta visse un vero boom: raccontava, analizzava, rievocava, forniva materiali militanti. Poi si appannò, per rinascere in un altro periodo di inquietudini e di ricerche, di sfide alle sintassi note, come la fine degli anni novanta e il passaggio nel nuovo millennio. Oggi l’editoria teatrale ha riscoperto i testi, le nuove drammaturgie, senza rinunciare a sguardi obliqui, capaci di misurarsi in modo spesso imprevedibile con percorsi non usuali, sorprendenti, dirompenti.

Oggi si stampa parecchio teatro, non sempre in libri rilevanti (si tratta spesso di pubblicazioni pagate dalle compagnie per autopromozione). I due volumi che racconto qui (e potrebbero essere i primi di una lista, in verità non popolatissima) sono diversissimi, ma hanno un comun denominatore: l’origine da una passione teatrale incandescente e il risultato di essere consuntivi di veri e propri viaggi di scoperta durati anni e anni.  Parlerò della storia di un artista, Pippo Delbono, ricostruita da un critico e scrittore, Gianni Manzella, che lo ha seguito fedelmente, con affetto e occhio desto, per vent’anni, e  che solo oggi si è deciso a narrarne l’arte e la storia in un provvisorio, approfondito consuntivo. La possibilità della gioia. Pippo Delbono è stato pubblicato dalle edizioni Clichy di Firenze, che già a Delbono e a altri protagonisti della scena contemporanea hanno dedicato alcuni volumi. Delinea vita strumenti espressivi e opere di un artista che ha fatto della diversità e del dolore una strada per raggiungere la  conoscenza e la gioia attraverso la danza di corpi e figure umane fuori dai canoni, realizzando un teatro che assomiglia alle folgorazioni ellittiche della poesia e a uno sguardo feroce e meraviglioso alla vita. Manzella chiama Delbono “artefice”, a indicare che è insieme autore regista attore danzatore e qualcosa di più delle somma di questi ruoli.

 

Analizzerò, di seguito, un’altra novità assoluta nel panorama editoriale: la prima pubblicazione in unico volume dei 14 libri che Frank Baum dedicò alla saga del mago di Oz, di Dorothy e dei suoi compagni di viaggio, opere finora in larga parte inedite in Italia. I libri di Oz sono usciti in autunno nella prestigiosa collana dei Millenni Einaudi e sono propriamente un’opera letteraria, non teatrale: ma forse non avrebbero mai visto la luce in questa forma senza la caparbia passione di una scrittrice e attrice di teatro, Chiara Lagani, che con la sua compagnia Fanny & Alexander ha percorso per alcuni anni la saga con vari spettacoli e performance (nove, ma qualcuno potrebbe essere sfuggito al mio computo). Ha poi messo mano all’opera di traduzione, riduzione (con antologizzazione di brani e scrittura di belle parti di raccordo) dell’insieme dell’opera di Baum, con un’imperdibile introduzione che segnala “la questione Baum”, ma fa anche trasparire tutto l’interesse teatrale per questa storia, che ha avuto già nel passato illustri versioni per la scena e per il cinema.

I due libri si pongono, anche, in modo differente, come cataloghi, enciclopedie, viaggi di scoperta da prospettive varie delle opere considerate, veri e propri boschi della mente, che nutrono con piante, animali, luce, ombre, aria, immaginazioni.

 

 

Pippo Delbono: del dolore e della gioia

 

Il racconto di Manzella è sempre esperienza personale, ma è anche guida al lettore negli elementi di una creazione (e lacerazione), quella di Delbono, che porta in primo piano la biografia e la distacca nella poesia. Si moltiplica, quindi, l’invenzione, sui corpi fragili dei compagni di avventura dell’artefice, come Bobò, chiuso per decenni in un manicomio con l’etichetta di microcefalo, sordo e muto, come Gianluca, il ragazzo down dal sorriso immenso, Nelson “il barbone”, Mister Puma l’ipercinetico che non riesce a trovare requie ai propri scatti, su altri compagni di avventura presi dal teatro o dalla strada, e poi si accentra sulla presenza scenica dirompente di Delbono, con la sua storia, con una sua personalissima discesa nei regni della sofferenza che si trasforma in sapienza, in accoglienza delle diversità del mondo.

Non è solo un libro di teatro questo. È un cammino dalla frammentazione, dalla malattia, dall’oscurità alla gioia, o almeno al tentativo di raggiungerla meditando profondamente con l’arte del teatro sulla vita e sulla società, sulla sofferenza, l’esclusione e la bellezza. È una scomposizione che, come quelle della figura umana di Francis Bacon, pone di fronte a specchi deformanti, che forse ci fanno ritrovare. È un capolavoro di scrittura sensibile, capace di entrare con precisione e passione nella storia di un artista inquieto e nei suoi spettacoli scorticanti, rilanciando lo sguardo al nostro stesso modo di attraversare il mondo in cui viviamo. 

 

È diviso in due parti. La prima va e viene tra la sofferenza dell’artista, che perde il suo compagno, che scopre di essere sieropositivo, e il salto dalla disperazione alla scoperta degli altri. Questo avveniva con uno spettacolo nodale come Barboni, 1997, che allarga la compagnia, la immerge in una com-passione che diventerà contagiosa, accogliendo diversità da guardare, far agire, esaltare.  Manzella individua in modo preciso i tratti del teatro e del successo di Delbono, che fora gli ambiti limitati del teatro di nuova drammaturgia, di ricerca o di come vogliamo chiamarlo. Ricorrono e si perfezionano, le componenti compositive, in spettacoli dai titoli icastici, secchi come staffilate: Guerra, Esodo, Il silenzio, Gente di plastica, Urlo, Questo buio feroce, La menzogna, Dopo la battaglia, Orchidee, Vangelo. Tali elementi sono: esporsi in prima persona fino all’esibizione spudorata dell’autobiografia, fino a mettere in scena il proprio ruolo di regista-direttore-autore (fino a configurare gli spettacoli come proiezioni del proprio io in cerca del mondo); nell’offrire allo spettatore un lavoro sfaccettato, tanto da dover essere completato dalla personale partecipazione dello spettatore stesso, che deve riscrivere dentro di sé lo spettacolo e dargli un proprio filo; in un lavoro frutto di un lungo apprendistato, con Iben Nagel Rasmussen dell’Odin Teatret, con Pina Bausch, in cerca di una tecnica che permetta il lasciarsi andare; un teatro fatto di frammenti letterari, materiali di costruzione come le azioni, le musiche, i corpi; un montaggio di azioni contrastanti, una “dialettica dei contrari” in cui la parola contiene l’azione il suono la musica (e viceversa).

 

Bobò alle prove.


Manzella descrive una discesa nel dolore, nella paura di morire, nella morte degli altri, il ragazzo nero ucciso dal razzismo, la madre ammalata terminale e poi scomparsa, ripresa con una telecamera in sequenze strazianti in Orchidee, cui dedica l’ultimo spettacolo, Vangelo, in cerca di un cristianesimo fuori dai dogmi, che si possa sposare con il buddhismo.

In fondo al cammino del dolore, riflesso in una composizione dirompente, c’è la ricerca della gioia, non come superficiale leggerezza: come profonda ricerca di un’arte, di relazioni differenti basate sull’accoglienza e l’ascolto, di un’umanità diversa, possibile. E questo cammino diventa nella seconda parte del libro tragitto nei singoli spettacoli, antologia di visioni di uno scrittore che raggiunge nel viaggio di accompagnamento la consapevolezza di essere anch’egli viaggiatore, in cerca di qualcosa interrogando il suo oggetto di osservazione. Con l’augurio che anche il lettore possa esserlo, viandante, magari entrando nel libro da altri punti di vista.

 

 

Nelle magie e negli inganni di Oz 

 

La prima volta fu nel 2007 al teatro Comunale di Ferrara, svuotato delle sedie, trasformato in un dormitorio in attesa del Ciclone, con attrici che sorgevano da lettini sparsi in mezzo a quelli sui quali era disseminato il pubblico, come profughi. Accampamento. Stato di inquieta attesa. In realtà era partito in Macedonia il progetto Oz di Fanny & Alexander, nove spettacoli ispirati al Mago di Oz, il romanzo di Frank Baum. Avremmo incrociato performance e spettacoli in musei, in teatri e festival in Italia e in Europa per quattro anni. Ora questo viaggio della compagnia Fanny & Alexander germina un frutto inaspettato: i romanzi dell’intero ciclo inventato da Baum, sotto la pressione continua dei suoi giovani lettori, curati dalla dramaturg del gruppo, Chiara Lagani, in un meraviglioso volume illustrato da Mara Cerri con tavole in bianco e nero e a colori, tutte fantastiche. 

Lagani rivela subito il fascino teatrale della saga, nella sua dotta e acuta introduzione: Dorothy è una specie di eroina nazionale negli States (anche per la versione cinematografica di Victor Fleming con Judy Garland in scarpette rosse del 1939, ora visibile in 3 D); il mago è stato considerato il prototipo di tutti i ciarlatani e di tutti i fabbricatori di fake news d’America, da Nixon a Trump. Ma mille altre sono le suggestioni: dall’essere sradicati dai propri luoghi da un ciclone all’invenzione continua di personaggi fantastici come il Boscaiolo di latta, lo Spaventapasseri, il Leone codardo e moltissimi altri; dalle suggestioni avventurose alle geografie immaginarie, dall’illusionismo del mago che impone a tutti i visitatori psichedelici occhiali verdi per vedere “di smeraldo” la città centrale del reame e lui è poco più di un nanerottolo imbroglione, un ventriloquo capace di effetti speciali ingannevoli. E poi c’è quell’altra forma di manipolazione che è la magia, quella potente delle streghe buone e quella alla fin fine inane delle terribili streghe cattive, che comunque abbassa le soglie di difesa della volontà. C’è lo sradicamento, la ricerca di qualcosa che si crede di non avere e che magari si possiede già (il cervello per lo Spaventapasseri, il cuore per il Boscaiolo), ci sono passioni elementari e raffinate, in un mondo simile alla proiezione virtuale del nostro, pieno di avatar di quello reale. 

 

C’è una confusione continua tra realismo e fantasia, in uno slittamento liquido che somiglia, per certi aspetti, alla realtà ipervirtualizzata in cui viviamo. Ci sono personaggi che mutano genere con un tocco magico, dal femminile al maschile e dal maschile al femminile, un intero elenco di fragilità che scoprono poi di avere già, in realtà, quello che credono gli manchi (che manca loro secondo certi canoni sociali) e altre figure di impostori o di vanesi dell’anima, come la principessa Langwidere del terzo libro della saga, Ozma di Oz, che cambia testa a seconda dell’umore e di come vuole apparire agli altri, o la suffragetta Jinjur che si mette a capo, nel secondo libro, La meravigliosa terra di Oz, di un esercito di ragazze e conquista la capitale mettendo gli uomini a rigovernare le case, a curare le bestie e i bambini, ma per poco, perché  anch’essa vanesia, infantile, durerà poco a capo del paese, impegnata com’è a scartare caramelle. 

 

Cervovolante, immagine di Mara Cerri.


Favole di bambini, dove è possibile la magia, dove siamo prima delle vere e proprie definizioni sessuali, dove basta un atto di (incantata) volontà per trasformare un pezzetto di legno in un essere vivente e qualche parola confortevole e un po’ di (auto)illusione per dare un cuore a un uomo di latta che crede di non averlo… Dove i confini tra il banale, il quotidiano, il materiale umile e lo splendore smeraldino e la fantasia più accesa, l’accelerazione immaginativa, sono sempre labili e i salti improvvisi possibili. Là, nei vari meravigliosi paesi e casi di Oz, si può dare corpo ai sogni, col gioco, con il desiderio, con la fantasia. 

A guardarli, quei luoghi, quei reami incantati, osserva Lagani, si ha sempre l’idea che vi alberghi l’autoritarismo paternalistico; che si cerchi la libertà, la soddisfazione individuale, e che poi si rimanga come avvinti dalla pania delle relazioni, dei legami, delle tradizioni. Sono posti della mente, in cerca di utopia ma dominati dall’eterodirezione, una forza sulla quale la compagnia ravennate di Chiara Lagani ha lavorato molto.

 

Il mago, immagine di Mara Cerri.


Il piccolo mago che appare come testa parlante, come dama meravigliosa e in altri mirabolanti simulacri, in uno spettacolo famoso ormai di fanny & Alexander, Him, interpretato da un formidabile Marco Cavalcoli (la regia, come in tutti i lavori del ciclo, era di Luigi De Angelis), è diventato il piccolo Hitler di Maurizio Cattelan che cerca di doppiare il film di Fleming, riproducendone, da solo, i dialoghi e il sonoro, in una gara impari a registrare con orecchie cervello ed emozione per riprodurre. 

Questa edizione di Oz è qualcosa di più di una favola per bambini con una bella introduzione critica (e una traduzione scorrevole, affascinante, narrativamente pregante). Ha il fascino (infantile) dell’atlante, delle tavole sinottiche, del libro per viaggi percorribile in varie direzioni, con gli apparati delle note, dei personaggi, dei luoghi dei popoli dei regni fantastici di Oz, di oggetti magici, talismani, formule, pozioni. E con i disegni. È un libro dei tarocchi che interroga la nostra infantile capacità di perderci e di ritrovarci con l’immaginazione, è un catalogo di avventure diversamente scorporabili, leggibile in vari modi con ritmi differenti. È un’opera aperta, che prende le origini dalle molte versioni e visioni teatrali di Fanny & Alexander e che si raggruma nel testo (alla fine), ma in un testo ancora infinitamente frazionabile, generativo. È un testo allargato dalle avventure teatrali che lo hanno rivissuto.

Ci sussurra, così essendo, che oggi il teatro, la letteratura, la lettura sono, possono, devono diventare avventure totali.

 

Gianni Manzella, La possibilità della gioia. Pippo Delbono, Edizioni Clichy, pp. 221, euro 18.

L. Frank Baum, I libri di Oz, traduzione di Chiara Lagani, illustrazioni di Mara Cerri, Einaudi, pp. 922, euro 90.

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