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Se otto ore vi sembran poche

I primi tre mesi di pandemia si sono contraddistinti per un vuoto di pensiero, un congelamento cerebrale che mi ha impedito anche solo di leggere un capitolo del romanzo nuovo di zecca che mi aspettava sul comodino. Di fine febbraio e di tutto marzo ricordo poco e niente, ad aprile ho forzato la mano e mi sono convinta ad accendere un registratore che ho pigramente mollato lì, in salotto. Non riuscivo a scavalcare l’inerzia, ma sentivo l’urgenza di produrre e conservare una documentazione di questa fase storica.

 Non avevo la più pallida idea di che cosa me ne sarei fatta di queste lunghe e noiosissime registrazioni, segnate dal persistente lagnarsi di mia figlia piccola, dagli strilli della mediana, dagli sbuffi della grande e dal mio continuo borbottare, ma ho fatto finta di niente e come un autonoma ogni sera mi sforzavo di scaricare i file sul computer e ordinarli in una cartellina. Dopo pochi giorni ho coinvolto un gruppo di amiche in questo fumoso esercizio, non potevo chiedere loro di fare la stessa cosa, certo, ma ho proposto di dedicare un minuto della loro giornata alla registrazione vocale di un pensiero, piccole cose scaturite da una mia domanda, senza nessun apparente o reale senso logico: quando ti sei tolta il pigiama oggi? Ti stai preparando a festeggiare il 25 aprile? Hai trovato un momento da dedicare alla cura di te stessa questa sera?

 

Ogni due o tre giorni raccoglievo grappoli di pensieri vocali e li conservavo in un tino virtuale. A maggio è arrivato il momento della vendemmia, lentamente venivo fuori dal letargo cerebrale e iniziavo a riascoltare l’archivio sonoro accumulato. C’era un elemento che metteva insieme ogni frase, ogni pensiero, ogni suono: il rimuginare sullo scorrere del tempo. In una riflessione binaria, la piccola comunità del mio esperimento era in continua contrattazione e misurazione del tempo del prima e del tempo del dopo. Le mie amiche precarie sono cascate in piedi, complice l’esperienza nel mettere insieme lavoro, faccende domestiche e figli in un unico flusso continuo, allenamento che ormai da anni non permetteva loro né sabati né domeniche; anzi, molte precarie hanno confessato che in quarantena hanno potuto finalmente tirare il fiato, affiancate per la prima volta dopo anni dai compagni nel fare quotidiano. Le mie amiche con un lavoro fisso si sono riorganizzate, alcune con difficoltà, ritagliandosi un angolo di salotto lì dove non c’era la possibilità di una stanza dedicata, altre con gioia, entusiaste per avere potuto vedere finalmente realizzato il loro sogno di affrontare una lunga e tediosa telefonata con il capo immerse in una schiumosa vasca da bagno. 

 

La mia amica Alice, regista precaria, in un pomeriggio di aprile ha aperto la sua agenda su una giornata qualsiasi, è uscito il 16 gennaio, un banale giovedì: sveglia, accompagnamento a scuola della piccola, un montaggio video dal proprio sgabuzzino di casa, un colloquio con la maestra della figlia in tarda mattinata, e poi un’intervista da registrare dall’altro capo della città, un’ora di palestra e per finire un appuntamento con il tecnico del computer (ovviamente sono da escludere dagli appunti le commissioni e le incombenze domestiche).

 Non c’è dubbio, se dopo la fine della pandemia si riuscissero a mantenere una certa intelligente lentezza e una buona capacità di selezione le priorità, l’asticella del nostro termometro della felicità farebbe un balzo verso l’alto. Ma quale lentezza? La lentezza del famoso pane della quarantena lievitato a casa sotto lo strofinaccio, che ha costretto in questi mesi migliaia di lavoratori di fabbriche e addetti alla grande distribuzione a lavorare a turni doppi senza nessuna garanzia? La lentezza dello smalto sui piedi mentre si parla al telefono con un collega in attesa che un rider sotto pagato a cottimo venga a consegnarci un piatto caldo di ramen? La lentezza del tanto me ne sto a casa perché la chiacchiera con l’amica ormai la faccio bene anche su Zoom o su qualche piattaforma che poi registrerà i miei dati per poi venderli a caro prezzo?

 

Alice Giacopini - puntata 02

 

Otto ore di lavoro, otto ore di sonno, otto ore di svago. È stato il motto di milioni di lavoratori e lavoratrici sin dalla metà del diciannovesimo secolo. Mia madre, che ha iniziato a lavorare a inizi anni’70, forse ancora ci stava dentro; certo, le otto ore di svago spesso erano ancora impiegate per faccende domestiche e cura dei figli, che difficilmente erano condivise con il partner, ma anche questo, dopo decenni di contrattazioni e lotte, è un aspetto in evoluzione (magari in Italia evolve molto lentamente, ma è comunque in movimento). Mentre i costumi sociali e i rapporti di genere si modificano e trasformano, l’agognata divisione otto–otto-otto si sgretola e ricompone malamente. Chi ha una posizione autonoma o precaria non conosce ferie, malattie, feste comandate, a meno che non abbia l’agio e gli strumenti per potersela imporre con la propria forza di volontà, e anche chi timbra il cartellino sempre più spesso si trova a leggere le e-mail mentre è in fila al supermercato o a rispondere a un messaggio rimestando il sugo.

 

La quarantena ancora una volta non ha livellato: una casa confortevole, l’assenza di bambini richiedenti o di anziani bisognosi, la complicità con il proprio partner, sono elementi che hanno fortemente contribuito a fare la differenza. Per la prima volta però un certo numero di precari, liberi professionisti, dipendenti e dirigenti – tutti quei privilegiati che non hanno perso il lavoro e hanno potuto svolgerlo in sicurezza – si sono trovati ad arrangiarsi in mancanza di un ufficio, contribuendo a una repentina e progressiva erosione del già sfumato steccato posto a separare il perimetro del pubblico dalla sfera del privato.  Molti di loro ancora non sono tornati nei luoghi di lavoro e per alcuni la possibilità di proseguire in questa modalità a distanza è una prospettiva realistica.

 

Con l’arrivo di giugno qualche senso si è risvegliato. Avevo archiviato e ascoltato decine di racconti registrati tra le mura di appartamenti a Milano, Torino, Roma e avevo iniziato a percepire che qualcosa di importante, rischioso, problematico e affascinante stesse per prospettarsi nello scenario futuro. Quali entusiasmanti opportunità e quali insidiose trappole si celano dietro alla possibile prospettiva della diffusione della pratica del lavoro agile (così in italiano è stata tradotta la parola doppia smart working)? Quali potrebbero essere le ripercussioni immediate e di lungo tempo sulla gestione del nostro tempo? Era il momento della condivisione. Da pedante redattrice quale sono, ho tentato di collettivizzare le tante testimonianze sul tempo quotidiano che ho registrato, raccogliendo le riflessioni più urgenti e rigirandole a chi da anni studia queste dinamiche. In una divertente chiacchierata Chiara Lalli, insegnante di bioetica, ha suggerito a chi ha fatto fatica a lavorare a distanza perché il partner non era collaborativo di non scartare l’idea di andare a vivere con qualcun altro. Tiziano Bonini, sociologo e ricercatore, ha sottolineato l’importanza del diritto alla disconnessione, ma anche la difficoltà ad applicarlo per chi è debole in un rapporto di potere, evidenziando un forte gap di genere, che ancora vede le donne a doversi destreggiare tra panni sporchi e telefonate con superiori esigenti.

 

Giulia Siviero, giornalista di “Il Post” e femminista, ha invitato a fare tesoro di quanto accaduto per ripensare l’avvio di una lotta politica comune che possa aiutare le donne a liberare del tempo per loro stesse, a partire da nuove forme possibili che alternino momenti di lavoro in presenza a giornate a distanza. Chiara Saraceno, sociologa, ha osservato che in molte famiglie è stato necessario trovare nuove e salutari forme di convivenza tra genitori e figli, dinamiche che è indispensabile conservare, perché la disponibilità costante che spesso è stata concessa a ragazzi e bambini non è salutare per nessuno. La maestra Roberta Passoni ha incitato a non assumersi la delega totale che la scuola ha messo in mano alle famiglie, ma a concentrare le energie per richiedere che l’istituzione riprenda il prima possibile in mano la sua vitale funzione (sicuramente meglio di improvvisarsi in improbabili spiegazioni dei teoremi di Euclide o del sistema di riproduzione delle piante). Davide Mazzocco, giornalista e scrittore, ha aggiunto un ultimo tassello fondamentale: il tema del tempo e di come farne uso dovrà essere anche al centro di una nuova pianificazione urbana, che non costringa una grossa fetta della popolazione a lavorare di più per il sollazzo di pochi, che elimini i supermercati 24 h, che regoli il nuovo scenario dei facchini 2.0, che consenta alle donne e agli uomini di partecipare ai momenti collettivi di una comunità, invece di escluderli perché sempre impegnati tra lavoro e affanni domestici.

 

Alice Giacopini Puntata 05

 

Ho cucito le molte voci di questo composito coro – le amiche, gli studiosi, le figlie lagnose e i miei borbottii – in un audio documentario in cinque puntate. Alice Giacopini, artista e illustratrice, ne ha tratto fuori sei taglienti vignette, Dario Coletta, musicista, ha realizzato dei coinvolgenti accompagnamenti musicali. Il programma “Tre soldi” Radio Tre lo trasmette, da lunedì 29 giugno a venerdì 3 luglio, in cinque puntate di una decina di minuti ciascuna, dal titolo “Se otto ore. Il lavoro agile tra emergenza e normalità”. Andranno in onda alle 19,50, proprio quando con una mano starete preparando gli gnocchi e con un’altra rispondendo a un’e-mail. Sappiate anche che se non troverete tempo in quei giorni e a quell’ora potrete sempre ripescarli in podcast quando più vi parrà.

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Alice Giacopini Puntata 03