Tavoli | Marcello Maloberti

Due computer. La stampante. Due hard disk. Qualche CD. Un’agenda, buste trasparenti, penne, matite, cavi, un metro flessibile, fogli e bigliettini stampati. Libri. Una lastra di truciolato grezzo, di quello giallo in cui si cola il cemento armato. L’inventario è anonimo, elusivo, generico. E non può che essere così. Messi da parte gli strumenti tradizionali, il sottinteso demiurgico, l’atmosfera, l’odore e il finto esoterismo d’atelier, l’artista concentra oggi il suo laboratorio in poche cose essenziali.

 

Più che fare infatti, Marcello Maloberti inventa, elabora, connette, ricompone memorie, tesse relazioni, esplora archivi, colleziona immagini, di quando in quando fissa su un pezzo di carta un’idea, appunta uno schema. “Fare”, nel suo caso, equivale a veder fare: Maloberti progetta performance, inventa ambienti e dispositivi, situazioni animate da performer che si muovono in strani paesaggi, provvisori e inafferrabili, dove si mescolano agli spettatori, così che alla fine non si sa mai veramente dov’è l’opera, se nei gesti, nella musica, negli oggetti, nella sensazione, nel ricordo. Ovunque, probabilmente.

 

Il melone giallo che occhieggia dalla copertina di un suo catalogo, legato da una striscia di nastro a una radiolina, è in fondo l’emblema incongruo della strana mescolanza di organico e artificiale, di umoristico e di commovente, che Maloberti percorre da vent’anni nel suo lavoro: prelevare oggetti qualunque, distorcerli in qualche modo, renderli comici o patetici, e in questo rinnovare l’intensità dell’esperienza quotidiana, oltre le imposizioni pratiche, oltre l’imperativo dell’utile, oltre il disincanto e la malinconia. Nella spoglia casualità di questo tavolo di lavoro abita, prima ancora che una visione, una capacità di meraviglia.

Fotografia di Giovanna Silva

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