Teste quadrate: paesaggio e carattere

Perché gli abitanti della provincia di Reggio Emilia, sono chiamati “teste quadre”? In dialetto: “Testi quedri”. Se lo chiede Luciano Pantaleoni in questo libro stretto e lungo, Arsan (Incontri Editrice, 2021), che indaga i reggiani attraverso proverbi, modi di dire, storie, canzoni e filastrocche. L’origine letteraria dell’espressione si troverebbe nel poema eroicomico La secchia rapita di Alessandro Tassoni, nel canto IV, dove si narra che i soldati reggiani catturati nel castello di Rubiera, terra di confine, sarebbero stati liberati solo dopo essere stati percossi con l’asta di Marte, ragione per cui la loro testa avrebbe assunto la forma quadrata. Il tutto risulta un dileggio sullo sfondo di un conflitto che oppose reggiani e modenesi intorno al 1201 riguardo l’uso delle acque del fiume Secchia. Ci fu una guerra, o almeno un grosso scontro in armi, che vide sconfitti i reggiani. In realtà l’espressione, o epiteto, non è solo una presa in giro, ma vuol significare molte cose. Le teste sono sempre rotonde o arrotondate, e i reggiani pare che chiamassero i modenesi “musòun”, nocioni, per la loro testa ovale (delicocefala secondo Sandro Bellei nel Dizionario enciclopedico Modenese) e per il loro volto rotondo, per cui discenderebbero dagli etruschi. I reggiani, invece, dai Celti.

 

Teste quadre (o squadrate) vuol dire dure, con spigoli, ma significa anche precise, non disordinate: il contrario di quadrato è forse rotondo? Una frase di risposta dei reggiani ai modenesi suona così: Le vostre sono rotonde perché le formiche, le termiti, gli insetti in generale, eccetera, le han mangiate. Che significa? Che i reggiani sono più “originari” dei modenesi perché prima viene il Quadrato del cerchio, il cubo dell’ovale? E poi: quadrato significa ottuso? Ma l’angolo ottuso non è quello più ampio, mentre quello acuto è sì puntuto, però ristretto? L’autore, dizionario De Mauro alla mano, chiarisce: “testa quadrata” vuol dire persona testarda, lenta a capire, di visioni limitate. Ma subito la Treccani sostiene il contrario: testa quadrata significa di persona che ragiona bene, con molto senno. Come si vede le offese sono sempre complesse da formulare e usare quando non attengono in modo diretto agli insulti tradizionali, poiché imbastire un discorso antropologico sulle identità locali comporta molte questioni di non facile soluzione o spiegazione. Le pagine dedicate alle teste quadre o quadrate sono tra le più belle del libro di Pantaleoni, che, prima di arrivare a focalizzarsi sui reggiani e il loro carattere, definisce i popoli confinanti: mantovani, garfagnini, modenesi, parmigiani.

 

Come se la definizione passasse attraverso il confronto, o scontro, con i vicini di casa, con gli altri, con i diversi. Ma come sono di carattere i reggiani? Ammesso e non concesso che il carattere sia una espressione collettiva, condivisa da molti come una lingua, e non individuale, cosa per altro vera, dire in cosa i reggiani si differenzino dai loro vicini, e anche al proprio interno tra loro (una parte sostanziosa del volume è dedicata ai singoli comuni o paesi che compongono la provincia, ville e contado compreso), non è facile. Il libro è “reggianocentrico”, cosa che lo rende prezioso, e non esplora, o almeno non lo fa in profondità, il possibile carattere emiliano, contrapposto a quello dei confinanti: lombardi e romagnoli. Anche perché davvero esistono gli emiliani senza dover dire: emiliani di Modena, di Reggio, di Piacenza, di Ferrara, di Fidenza, di Bologna? Bologna poi? Ma sono emiliani o romagnoli o altro ancora: bolognesi doc. Questo libro è un documento di documenti, un catalogo prezioso di cose su cui sarebbe opportuno riflettere. Ad esempio: il rapporto tra luoghi geografici e carattere.

 

 

Cosa difficile da scrivere ma molto affascinante. L’Italia è un paese composto di piccole città, comuni e signorie del passato e continua così anche ora? Io credo di sì. La storia forma il carattere tanto quanto il paesaggio. E il paesaggio più la storia cos’è? Carattere. La cosa che trovo più importante, è che questo libro mi ha fatto pensare alla geografia stessa, materia oggi negletta nelle nostre scuole – mia figlia piccola alle scuole superiori studia una materia che si chiama “Geostoria”, ma è storia o geografia e la geografia che cos’è? Uno studioso francese: uno strumento per fare la guerra: geopolitica? Per capire la Pianura Padana bisogna guardare le carte degli atlanti storici che una volta si usavano a scuola per studiare Storia e che oggi sono cadute in disuso. Fino alla Pace di Lodi, del 1454, l’Italia era divisa in tanti piccoli stati che gravitavano attorno a quelli più grandi. Per capire la Romagna ci serve l’impero bizantino, comprese le guerre goto-bizantine; e Bologna è stata per molto tempo parte dello Stato della Chiesa: sono le cosiddette Legazioni pontificie. Poi ci sono i ducati e dentro questi tanti piccoli territori dominati da nobili locali subordinati alle casate più grandi e imparentati con quelle più grandi ancora: insiemi vasti con sottosistemi, un sistema di sistemi.

 

Le Goff diceva che il Medioevo era l’epoca in cui si era sudditi di molti signori. Siamo rimasti ancora a quello anche nella modernità? Gli Estensi, per esempio. A Carpi, i Pio. E poi c’è Correggio, Cùrez. Ha una storia interessante al riguardo: nel 1559 l’imperatore Asburgo, Ferdinando I, dicono le cronache, la elevò a Città; poi all’inizio del Seicento diventò un Principato e nel 1635 c’era un tale Siro da Correggio col titolo di Principe. Poi cadde in disgrazia per aver battuto moneta falsa e il principato fu annesso nel Ducato di Modena e Reggio. 

Carpi e Correggio quanto distano? Pochi chilometri, eppure sono due cittadine molto diverse. Per via della storia, non solo per la geografia, ovviamente. Bisogna tornare così indietro per capire le teste quadre reggiane? Penso di sì. Il libro di Luciano Pantaleoni – cognome reggiano? correggese? emiliano? Sospetto sia “foresto”, ma chi sono i “foresti”? Il mio cognome non è emiliano, si dice in famiglia che siamo venuti nel Settecento, ma io mi sento emiliano, anzi reggiano, una testa quadra – me lo sto leggendo un poco alla volta prendendo appunti e cercando di riflettere sulle cose che scrive o che ha antologizzato. Imparo molte cose che non sapevo. Dettagli essenziali. A volte mi chiedo pure: ma avrà ragione? O è tutto un abbaglio? Non esistono i reggiani, non esiste neppure Reggio Emilia? Anni fa ho scritto che Reggio non esiste, e ne sono ancora convinto. Una volta c’era Reggio di Lombardia. Dove è finita? Di sicuro oggi c’è solo un cartello stradale, tanti cartelli infissi alle porte del centro abitato, ma poi dove sono i reggiani? Chi sono i reggiani? Quelli figli di genitori nati a Cutro in Calabria, a loro volta nati a Reggio, sono reggiani?

Quanto indietro nel tempo bisogna andare per stabilire che uno è reggiano? Bisogna che parli il dialetto?

 

E noi che siamo emigrati al Nord decenni fa, pur essendo nati lì, noi che stiamo in Lombardia, in Veneto, in Friuli e in Piemonte, siamo ancora delle teste quadre? Oppure ci siamo evoluti, e i pidocchi ci hanno arrotondato gli spigoli? Davvero difficile dirlo. Però Pantaleoni ha fatto un gran bel lavoro. Serve e servirà ancora per dare il patentino di reggiano quando ci staccheremo da tutti gli altri e proclameremo la Repubblica Reggiana una e indivisibile. E Correggio sarà con noi, alla pari o subordinata, anche se una volta era un principato. Un linguista specializzato in studi locali una volta ha detto: un paese è una porzione di terra che ha un passaporto e un esercito. Ma noi ce l’abbiamo o no l’esercito? Il passaporto invisibile c’è già, se non l’avete ve lo mando io; lo firmo, su un foglio di carta, perché noi reggiani siamo pratici e non facciamo tante storie, abbiamo troppo da fare. Ma l’esercito proprio no, quello non lo abbiamo. C’era a Reggio, alla Caserma Zucchi e adesso invece c’è dentro l’Università (di Reggio e Modena, sempre con loro, con i modenesi, i nostri antichi padroni nel Ducato estense che non c’è più, come diceva Antonio Delfini). Allora: che fare?

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