Todo modo

Sono trascorsi 30 anni da quel giorno di novembre in cui Leonardo Sciascia ci ha lasciati, trent'anni in cui il paese, che lui ha così bene descritto, è profondamente cambiato, eppure nel profondo è sempre lo stesso: conformismo, mafie, divisione tra Nord e Sud, arroganza del potere, l'eterno fascismo italiano. Possibile? Per ricordare Sciascia abbiamo pensato di farlo raccontare da uno dei suoi amici, il fotografo Ferdinando Scianna, con le sue immagini e le sue parole, e di rivisitare i suoi libri con l'aiuto dei collaboratori di doppiozero, libri che continuano a essere letti, che tuttavia ancora molti non conoscono, libri che raccontano il nostro paese e la sua storia. Una scoperta per chi non li ha ancora letti e una riscoperta e un suggerimento a rileggerli per chi lo ha già fatto. La letteratura come fonte di conoscenza del mondo intorno a noi e di noi stessi. De te fabula narratur.

 

La princeps einaudiana è del 1974 e, per comprendere a pieno l’ironica e durissima denuncia civile di questo breve romanzo di Sciascia, bisognerebbe intavolare una seduta spiritica ed evocare la mai defunta processione politico-economica dei primi anni Settanta in Italia. Razza padrona di Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani esce lo stesso anno per Feltrinelli: la borghesia di stato, la crisi dell’imprenditoria privata, la scalata di ENI alla Montedison, le partecipazioni statali. E ovviamente la corruzione, le alleanze occulte, la politica dei benefici e dei favori. Ma a quarantacinque anni di distanza la lettura di Todo modo è attuale e anzi utilissima per ricordarci che, al di là delle parate mediatiche recenti, l’immutabile ontologia politica italiana non è mai quella dei volti pubblici ma è sempre quella sotterranea delle eminenze grigie, degli spazi extraparlamentari, extraromani, extramondani in cui pochissime ombre decidono le sorti del Paese. Proprio come Pietro Campilli, ex presidente della Montedison, racconterà a Turani e Scalfari parlando di un incontro avvenuto nella sua casa di Frascati: «c’erano alti magistrati, qualche grande industriale, Cefis, Petrilli, Carli, alcuni consiglieri di Stato, un paio di “principi del foro”, tre o quattro direttori generali della pubblica amministrazione. Una ventina di persone in tutto», per decidere le sorti d’Italia.

 

È la stessa eterna tassonomia politica che si raduna nel monastico ecomostro alberghiero di Todo modo, l’Eremo di Zafer. Ma chi era Zafer? Un musulmano convertito alla vera fede? La cosa passa in sordina e subito la si dimentica nell’economia del “giallo”, ma nella geografia simbolica del romanzo è un segnale importante: l’eremo è inglobato nell’albergo, «senz’altro brutto… ma che si può fare mai con questi architetti, oggi? … Presuntuosi, fanatici, inaccostabili». Uno scandalo edilizio che diventa teatro allegorico della vicenda: un bosco, «Querce da sughero e castagni facevano galleria, l’aria profumava di tardive ginestre», un «vastissimo spiazzo anch’esso asfaltato», «un casermone di cemento orridamente bucato da finestre strette e oblunghe», un refettorio «vasto, fitto di tavole rotonde e quadrate» e, finalmente, l’eremo, la cappella, una chiesetta «risparmiata» alla distruzione del luogo. Qui l’ipnotico, coltissimo e seduttivo don Gaetano rivela al protagonista l’origine di Zafer: «Tutta una storia inventata a tavolino: nella seconda metà del secolo scorso, da un erudito locale…». Il sancta sanctorum dell’albergo è insomma una menzogna, e la mostruosa struttura di cemento, come un bunker o un caveau o una pisside, protegge gelosamente il nulla cosmico. Parallelamente il bosco: «Man mano che mi allontanavo dall’albergo, gli alberi diventavano più fitti, l’aria più fresca e odorosa di resine. La solitudine era perfetta. E mi dicevo di tanta perfezione, e della libertà con cui stavo godendomela, quando tra gli alberi intravidi come un lago di sole e dei colori che si muovevano».

 

 

Sono donne in bikini, radunate lì per soddisfare nel «cieco casermone tenuto da preti», proprio durante gli esercizi spirituali, i loro altolocati amanti. La topologia morale del romanzo è allestita: da un lato un bosco sacro ma violato, dall’altro un eremo-albergo gestito dalla Chiesa per convegni di potere e di sesso, e in mezzo lo «spiazzale», dove si svolge la surreale, crepuscolare, inquietante recita camminata del rosario: «E mi accorsi che il movimento era in effetti più ordinato di quanto mi era parso da lontano: fermandosi un po’ prima del dietrofronte, don Gaetano lasciava che il quadrato si aprisse al suo star fermo e andasse avanti, ricongiungendosi, finché lui non si fosse trovato, al momento del dietrofronte, al centro dell’ultima fila, che diventava la prima». Una recita fasulla «con un che di atterrito e di isterico», come se i potenti d’Italia radunati in quest’eremo nel cuore di una selva «al confine dell’inferno», diventassero tante pecorelle pavide, spaventate dal buio, e allora «veniva facile pensare alla dantesca bolgia dei ladri». Il romanzo giunge così al delitto-contrappasso, al quale ne seguono altri, ma il dispositivo spaziale, o il quadrilatero semiotico, è già dato: la Chiesa (don Gaetano), lo Stato (il procuratore Scalambri), la Corruzione (l’onorevole Michelozzi), la Pena (l’assassino). Inutile dire che non esiste soluzione narrativa, ma circolarità, eterno ritorno, prigionia, come nella Ronda dei carcerati di Van Gogh o nella Zattera della Medusa di Géricault, evocata dallo stesso don Gaetano. L’ipocrisia di un certo cattolicesimo, l’abiezione politica fatta sistema, l’inettitudine della giustizia, le lacune istituzionali e il delitto che le regola, girano in tondo come altrettante allegorie antropomorfe, in un rosario ipnotico che genera assuefazione e svuotamento.

 

Il protagonista, un pittore ateo, anticlericale, mero spettatore degli eventi nella bolgia solforosa di Zafer, riflette tra cinismo e ironia sulla propria posizione ontologica, si rassegna al mistero non svelato, al segreto per sempre sepolto e al fatto che, alla fine, in un movimento di generale entropia, «Si arriva che tu, io, il commissario, diventiamo sospettabili quanto costoro, e anche di più: e senza che si possa attribuire una ragione, un movente…». Il todo modo del titolo dice appunto questo, un “con ogni mezzo” che getta un ponte aberrante e tuttavia reale tra gli Esercizi spirituali di Loyola e il Principe di Machiavelli. E lo diceva già il pretino nella hall dell’albergo e del libro: «La Repubblica tutela il paesaggio, lo so; ma poiché don Gaetano tutela la Repubblica… Insomma: la solita storia». L’Italia come un albergo anni Settanta.

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