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Viaggio nella terra degli Etruschi

Gli Etruschi allevavano i ghiri in orci di terracotta (gliraria) per poi cucinarli e servirli conditi con miele. Uno di questi contenitori è stato recentemente ritrovato a Celleno antica scavando un magazzino etrusco, che sembrava un butto medievale, un pozzo dove si gettavano i rifiuti. Abbandonata nel 1951, a causa del progressivo franare della rupe tufacea sulla quale è arroccata, Celleno antica si trova lungo uno degli itinerari archeologici che ho percorso disegnando contorni in sella a una motocicletta.

 

Ingresso di Celleno antica / Sezione di un glirarium.


“Per anni sono stato affascinato da un certo parallelismo tra l’atto del pilotare una moto e l’atto del disegnare” scrive John Berger, osservando che quando il motociclista cambia direzione inclinando il suo corpo verso la parte interna della curva, questo spostamento del baricentro forza la ruota anteriore a puntare nella direzione opposta (Sulla motocicletta, Blackbird, Neri Pozza, Vicenza 2019, pp. 86-90). “In sella a un disegno" Berger avverte in modo cinestetico oltre che visivo la tensione della linea che contorna un’area. I contorni che delimitano una superficie si percepiscono come unità più facilmente di quelli che non si chiudono, favorendo la segmentazione ottica del campo visivo in zone con carattere di figura e altre con carattere di sfondo, ma quando il contorno è conteso tra due superfici le aree che si trovano sull’uno o sull’altro dei versanti di questa linea entrano in concorrenza fra loro, generando una tensione tra la parte interna ed esterna della linea, che sfida l’abilità del disegnatore così come quella del motociclista.

 

L’Etruria in undici itinerari archeologici. Territori di Spina (1), Marzabotto (2), Firenze (3), Arezzo, Cortona e Perugia (4), Volterra e Murlo (5), Vetulonia e Populonia (6), Vulci (7), Bolsena (8), Tarquinia (9), Veio (10), Cerveteri (11).


Questa estate ho “disegnato” in sella a una motocicletta undici contorni esplorando i territori di Spina (1), Marzabotto (2), Firenze (3), Arezzo, Cortona e Perugia (4), Volterra e Murlo (5), Vetulonia e Populonia (6), Vulci (7), Bolsena (8), Tarquinia (9), Veio (10), Cerveteri (11). Il più attraente da percorrere “in sella a un disegno” è quello che contorna il lago di Bolsena, un itinerario poco battuto e ricco di sorprese, che include tra le sue mete anche il santuario federale della Lega Etrusca dedicato al dio Voltumna, una delle scoperte archeologiche più importanti degli ultimi anni.

 

L’itinerario che circonda il lago di Bolsena / Veduta dell’isola Bisentina da Capodimonte.


Partendo da Viterbo si raggiunge Capodimonte situata su un promontorio roccioso dal quale si può ammirare l’isola Bisentina. Bellissima veduta che onora l'Articolo 9 della nostra Costituzione, con il quale anche il paesaggio è entrato a far parte del patrimonio da tutelare. Nei pressi si trovano i resti dell'antica Visentium. Da Capodimonte si prosegue verso il centro etrusco denominato Grotte di Castro con tombe e colombari sparsi nel territorio. Le due necropoli Centocamere e Pianezze sono disposte a lato di una strada ombreggiata che scende verso il lago. I cunicoli praticati dagli scavatori clandestini per passare da una camera all'altra generano un incrocio di prospettive dissociate entrate a far parte del modo in cui noi oggi vediamo questa città dell'oltretomba. Il piccolo museo civico della città (Museo Civita) ha dedicato una sezione al rito funerario etrusco ricostruendo il suo svolgimento: l'esposizione del corpo accompagnato dal suono del flauto e da danze fortemente ritmate, le lamentatrici che lanciano urla di dolore portandosi le mani alla testa e battendosi il petto, la veglia funebre, il corteo alle prime ore del giorno successivo, la purificazione della tomba, la deposizione del corpo all'interno della camera funeraria con armi, insegne, suppellettili e corone di fiori, il sacrificio delle pecore e degli arieti nei pressi del sepolcro, i ludi nell'area esterna accompagnati da musiche e danze, il banchetto nel corso del quale si consumavano le carni degli animali sacrificati, torte di cereali, uova e frutti, tra i quali uva nera e melagrane particolarmente cari alle divinità dell'oltretomba. Un rito solenne, bello e significativo. Toccando l’acciaio della motocicletta proseguo oltre Grotte di Castro e raggiungo Bolsena, che alcuni presumono essere stata l’antica Velzna/Volsinii.

Il museo locale conserva reperti etruschi e romani della città antica di cui è stata rintracciata la struttura urbanistica di età romana. La fondazione della città etrusca, così come quella della città romana, era subordinata allo svolgimento di un rito per mezzo del quale l’officiante proiettava sulla superficie terrestre uno schema ideale del mondo celeste. Gli antichi erano abituati a concepire in termini mitici e rituali anche gli aspetti pratici della loro vita.

 

Ipotesi di applicazione del templum coeleste alla planimetria di Marzabotto. Animazione 3D realizzata dall’Università di Bologna per la mostra Etruschi. Viaggio nella terra dei Rasna. Bologna, Museo Civico Archeologico / Ricostruzione dell’agrimensore romano al lavoro. Nella tesi sostenuta da Rikwert, lo strumento utilizzato per l’orientamento (gnomon) rappresenta per l’agrimensore ciò che il templum era per l’augure. Il disegno è tratto da P. Frigerio, Antichi strumenti tecnici, Como 1933.


In L’idea di città (Adelphi, Milano 2002), Joseph Rykwert ricostruisce il rito di fondazione attraverso il quale l’augure trasferiva sulla superficie terrestre, adattandola alla conformazione fisica dei luoghi, la partizione dello spazio celeste: il templum coeleste suddiviso in sedici parti. Non ci sono pervenute notizie circa la forma che avrebbe dovuto assumere il templum terrestre. Si suppone che l'orientamento fosse determinato dai punti cardinali congiunti tra loro da due rette perpendicolari, secondo la terminologia latina che riflette quella etrusca, dette cardo e decumano. Varrone fa derivare il termine templum da tueri, guardare aggiungendo che era “un luogo riservato all’augurazione o agli auspici, definito secondo certe formule verbali”. Seguendo quanto riporta Varrone possiamo quindi immaginare che il templum fosse delimitato dallo sguardo che l’augure gettava innanzi a sé, uno sguardo accompagnato dai gesti rituali e dalle parole dell’incantesimo (verba concepta), che creavano una rete magica intorno ai punti di riferimento identificati dall’augure. Lo storico dell’architettura scrive che “era quest’ultima operazione a stabilire realmente i confini del templum” (p. 42). 

Davanti a quel poco che resta della città etrusca (alcuni tratti della cinta muraria del IV a.C., visibili in corrispondenza di Porta Càpite e sulla via Orvietana) getto a mia volta uno sguardo, pur sapendo che quasi certamente ho davanti a me i resti di una città che non è Velzna/Volsinii. L’incertezza delle fonti e l'ambiguità dei rinvenimenti archeologici hanno alimentato un lungo dibattito tra quanti sostenevano che l'ubicazione della città si trovasse proprio qui e coloro che invece la identificavano con l’antica Orvieto. La seconda ipotesi ha finito con il prevalere sulla prima. 

 

Necropoli del Crocifisso del Tufo, in uso dal VIII fino alla conquista romana di Orvieto (264 a. C.). Raggiunse la sua massima estensione tra la metà del VI secolo a. C. e la metà del secolo successivo.


Proseguo quindi il viaggio verso Orvieto. La necropoli del Crocifisso del Tufo rivela un’organizzazione topografica e architettonica riconducibile a un principio di pianificazione urbana. La città dei morti ci restituisce quindi un'idea di città dei vivi. L’unica città etrusca che ha conservato per intero la sua struttura urbana è Marzabotto, poiché non ha avuto continuità di vita. È sempre la morte a fornire notizie sugli Etruschi. 

 

Terrecotte architettoniche del Tempio del Belvedere, V secolo a. C., Orvieto, Museo Nazionale Archeologico / Gorgoneion proveniente dal Tempio del Belvedere, fine V secolo a. C., Orvieto, Museo Claudio Faina.


Nella parte opposta di Orvieto si trovano anche i resti del Tempio del Belvedere. Le terrecotte architettoniche che lo ornavano sono esposte sia nel Museo Archeologico Nazionale che nel Museo Claudio Faina. I due musei conservano  un repertorio di arte etrusca che ben rappresenta il coacervo di eredità preistoriche e mediterranee, influenze greche e spunti originali. Una sezione del Museo Archeologico Nazionale ė riservata al Fanum Voltumnae, santuario federale della Lega Etrusca, dedicato al dio Voltumna. Fin dalla fine del XV secolo si è cercata l'ubicazione del santuario. Gli scavi diretti da Simonetta Stopponi in località Campo della Fiera a Orvieto hanno localizzato il sito. La mostra Etruschi. Viaggio nella terra dei Rasna in corso a Bologna (Museo Civico Archeologico, fino al 29 novembre 2020) dedica uno spazio significativo a questo importante rinvenimento. La mostra ė concepita come un viaggio attraverso paesaggi sempre diversi: l’Etruria meridionale, campana, centrale, settentrionale e padana, un viaggio attraverso le terre dei Rasna, come gli Etruschi chiamavano se stessi. 

 

Vedute della mostra Etruschi. Viaggio nella terra dei Rasna. Bologna, Museo Civico Archeologico.


La mostra bolognese si apre con impressioni e ricordi dei primi Grand Tourists britannici. Affascinata dai reperti etruschi (sarcofagi, pitture e corredi) provenienti da Tuscania, che nel 1837 Vittorio Campanari e i suoi figli esposero al numero civico 121 di Pall Mall a Londra, Elizabeth Hamilton Gray intraprese un memorabile viaggio nella terra dei Rasna. Da lì a poco George Dennis seguì l’esempio di Gray, accompagnato dal disegnatore, incisore, litografo e acquarellista Samuel James Ainsley, di cui possiamo ammirare all’ingresso della mostra sei vedute dell’Etruria. Il loro fu soprattutto un viaggio sentimentale, dettato dalla risposta emotiva che i Grand Tourists britannici dettero alla mostra allestita dalla famiglia Campanari. Il loro approccio al mondo etrusco fu soprattutto artistico e poetico. A proposito di alcune urne esposte al Museo Gregoriano, Gray commenta: “non erano per niente disposte nell’ordine poetico in cui sono state trovate”. L’attenzione portata sul viaggio sentimentale dei britannici ha lo scopo di catturare il visitatore all’ingresso della mostra, per poi condurlo lungo un percorso espositivo chiaro e scientificamente impeccabile: una rassegna di 1400 oggetti provenienti da sessanta musei ed enti italiani e internazionali, in dialogo con quelli della collezione. Una mostra con i fiocchi. Le videoproiezioni che corrono in alto come un fregio dovrebbero consentire al visitatore di immergersi nei paesaggi dai quali provengono i reperti, ma senza successo. 

La mostra è un'alternativa al viaggio in motocicletta, pur senza il profumo delle erbe che crescono spontanee nelle aree archeologiche, senza il freddo pungente delle tombe, in contrasto con il calore estivo, senza la brezza mattutina e il grido degli uccelli, senza l’assordante frinire delle cicale, senza il piacere di trovare nei musei quello che proviene dall’area archeologica visitata poco prima. Nella sezione dedicata all’antica Orvieto/Velzna si possono ammirare anche i reperti provenienti dallo scavo condotto da Simonetta Stopponi.

 

Settore della mostra Etruschi. Viaggio nella terra dei Rasna dedicato alla città di Orvieto/Velzna, Bologna, Museo Civico Archeologico.


Il Fanum Voltumnae era dunque quasi certamente ubicato in località Campo della Fiera a Orvieto, ma molte sono le domande alle quali non è possibile dare una risposta certa. Una delle più ricorrenti riguarda il rito con il quale l’officiante inaugurava il templum, sulla base della corrispondenza tra mondo celeste e mondo terrestre.

Nel saggio Il mulino di Amleto (Adelphi, Milano 1990), Giorgio De Santillana e Hertha von Dechend, studiando la Precessione degli Equinozi, rilevano che in alcune narrazioni mitologiche la vera Terra era il tempo, ovvero l’eclittica: il piano che rappresenta la proiezione sulla sfera celeste del piano orbitale della Terra intorno al Sole e che passa per i quattro punti dell’anno, segnati dagli equinozi e dai solstizi. Nel saggio dei due studiosi gli Etruschi sono nominati solo a pagina 149, in rapporto a una rassegna di figure mitiche legate all’albero, inteso come simbolo dell’asse intorno al quale gira la “macina” celeste, nulla di più. D’altra parte degli Etruschi sappiamo ben poco. Inoltre, mi corregge Simonetta Stopponi alla quale chiedo delucidazioni, l’Arunte Veltimno che Santillana e Dechend citano come “divinità agreste" degli Etruschi non era un dio, ma un re di Chiusi al quale la ninfa Vegoia (lasa Vecu in lingua etrusca) fece una profezia significativa per quanto riguarda i confini. Dunque il dio etrusco che verte non è Arunte Veltimno ma Voltumna, principale divinità di Velzna/Volsinii che i romani fecero proprio con il nome di Vertumno. Stopponi mi consiglia la lettura del saggio di Maurizio Bettini Il dio elegante. Vertumno e la religione romana (Einaudi, Torino 2015).

Il saggio si apre con una introduzione che fa inaspettatamente balzare il dio sulla scena del presente. Vertumno, scrive Bettini, rivive nelle “mobili mappe che, in rete o in tv, disegnano le previsioni del tempo e l'imminente volgersi delle stagioni […] la sua presenza la si avverte anche in Borsa, o nelle segrete stanze delle banche, mentre si convertono titoli e banconote" (p. 6). Il suo nome deriva da due parole associate fra loro. La prima ė vert di vert-ere, la seconda varia di volta in volta in rapporto al ruolo che il dio svolge: amnis-fiume (mutare il flusso della corrente), annus-anno (mutare dell'anno da una stagione all'altra), omnis-tutto (mutare in tutto). Bettini esplora il composto Vert-omnis, in rapporto alla capacità del dio di trasformarsi adattandosi con decoro a formae, figurae o species di volta in volta diverse, ma ė il composto Vert-annus che meglio corrisponde all'idea del tempo che sto inseguendo.

Al volgere del tempo e alla sorte si suppone fosse collegata un'altra importante divinità volsiniese: Nortia. Lo storico romano Tito Livio scrive: “Cincio […] ricorda che a Volsinii nel tempio della dea etrusca Nortia si vedono infissi dei chiodi che servivano a tenere il computo degli anni" (Ab urbe condita, VII, 3, 7). Fissare il tempo, inchiodarlo. Un tempo percepito e rappresentato in termini di spazio, come sostengono Santillana e Dechend? Maurizio Bettini mi esprime il suo tiepido interesse per la tesi sostenuta nel Mulino di Amleto e, considerando anche l'errore segnalatomi da Simonetta Stopponi, è necessario essere prudenti e distinguere quanto è scientificamente accertato dalle suggestioni alimentate da letture e impressioni di viaggio.

 

Samuel James Ainsley, La necropoli di Castel d’Asso, 3 novembre 1842, Londra, The British Museum / Tuscania, coperchi di sarcofagi, 17 novembre 1967, Tuscania, Museo Archeologico Nazionale.


Precisate le ragioni dell’etruscologia e quelle del metodo, con licenza, anzi con patente di guida motociclistica A1 proseguo il viaggio attorno al lago di Bolsena attratto dall’idea di un tempo inchiodato, divenuta a sua volta un mio “chiodo fisso”, da annoverare fra le suggestioni suscitate dalla lettura del Mulino di Amleto. Quando la struttura temporale della realtà iniziò ad essere descritta in termini di spazio? Si chiedono Santillana e Dechend.

Non lo sappiamo. Non sappiamo neppure spiegare cosa sia il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so” scrive Agostino da Ippona in Confessioni. Il capitolo undicesimo del libro è un punto di svolta per la concezione del tempo, che è stato interiorizzato diventando un tempo psicologico. Esistono tempi diversi che si sovrappongono e interagiscono tra loro e l’esperienza di ”essere nel tempo” è una delle cose più difficili da pensare, scrive Marco Belpoliti in un suo articolo titolato Quando inizia l’arte contemporanea? A maggior ragione non possiamo pretendere di sapere cosa sia stato il tempo per gli Etruschi.

Percorrere l’itinerario intorno al lago di Bolsena “in sella a un disegno”, attratto da qualcosa di lontano e forse irraggiungibile suscita un desiderio. Mi piace pensare che questo desiderio abbia un rapporto con il cielo stellato, come suggerisce il termine latino “de-sidere” (dal quale discende il nostro “desiderare”), composto dalla preposizione “de”, che indica il moto dall'alto verso il basso, seguito da “sidere”, ablativo di “sidus-stella”. Gli Etruschi de-sideravano allo stesso modo quando traevano auspici scrutando le mappe del templum coeleste poste in corrispondenza a quelle della Terra? Se cosi fosse potrei dire di essere entrato nel loro mondo attraverso una particolare forma del desiderio, attraverso un’emozione intesa come intera, completa esperienza del loro mondo. L’emozione che prova l’uomo antico di fronte al silenzio di un cielo d’estate “equivale in tutto alla più interiore esperienza personale di un uomo moderno”, spiega il centauro Chirone a Giasone nel film Medea di Pier Paolo Pasolini. 

È in questo stato d'animo che raggiungo il sito di Acquarossa, la cui fondazione risale ad epoca anteriore a quella degli Etruschi. Venne abbandonata intorno al 550 a.C. e tale sembra essere rimasta: il sito non ė visitabile, come centinaia di altri siti in Italia. Nel viterbese si aggiungono inspiegabili riduzioni di orario nell'apertura di molti musei archeologici imputate all'emergenza sanitaria, inspiegabili perché costringono i visitatori a concentrarsi nei pochi giorni di apertura. Evidentemente il virus è diventato il santo patrono della provincia aumentando i giorni di festività. 

Gli sfollati dell'abitato di Acquarossa si trasferirono nell'adiacente Ferento, che invece è visitabile ma in orari ballerini (telefonare al numero 328.7750233). La città ha un teatro ben conservato dove il Consorzio Teatro Tuscia organizza degli spettacoli. Nell’area di Acquarossa è stato rinvenuto un complesso monumentale di eccezionale importanza: la cosiddetta Regia alla quale il Museo Nazionale Etrusco di Viterbo dedica quasi l’intero piano terra (anche qui l'orario di apertura è stato ridotto a due giorni settimanali: sabato e domenica).

 

Veduta di Civita di Bagnoregio / Veduta di Vitorchiano.


Prima di raggiungere Viterbo visito tre città sospese nel tempo che intercetto lungo il percorso: Civita di Bagnoregio, Vitorchiano (dove Mario Monicelli ambientò alcune scene del suo film L’armata Brancaleone) e Celleno antica, dove è stato rinvenuto il glirarium. Belle e suggestive. Affacciandosi dalle rupi sulle quali sono abbarbicati i paesi si è investiti dal frinire delle cicale che sale dal basso: un'onda sonora che conferisce al paesaggio una dimensione inaspettata. Questa è una delle tante sorprese che riserva questo itinerario. 

 

Lastre fittili a rilievo tipo C. Scena con banchetto con cavetto composta da “strigili” concavi. Successive al 575 a. C., Viterbo, Museo Archeologico Nazionale / Lastre fittili a rilievo tipo A. Processione rivolta a destra sotto un cavetto composto da “strigili” convessi. Successive al 575 a. C., Viterbo, Museo Archeologico Nazionale.


Bella anche Viterbo, città in cui Giovanni Nanni, umanista e teologo domenicano, “scopri" gli Etruschi nel Quattrocento, inventando iscrizioni per dimostrare che questo popolo discendeva da Noé e che la loro lingua era semitica. Il giro si chiude dove tutto è iniziato. Il Museo Archeologico Nazionale della città conserva materiali provenienti da diverse necropoli, ma quelli rinvenuti dallo scavo del complesso monumentale di Acquarossa sono sensazionali. Bellissime le lastre a rilievo fittili, probabilmente successive al 575 a.C., che formano lunghi fregi. Comunicano una gioia di vivere, una vitalità sorprendenti: suonatori di flauto e acrobati che allietano i commensali, cani che s’inarcano elegantemente cercano i resti del banchetto sotto i klinai, cavalli appaiati per suggerire il dinamismo della corsa con una simmetria di traslazione. 

 

Nello stesso museo sono conservate anche le statue che ornavano il teatro di Ferentum, compresa una replica del Pothos (seconda metà del II secolo d.C.) tratta dall'originale greco di Skopas. Raffigura il sentimento provato per una persona lontana di cui si è innamorati, un aspetto dell'amore raramente rappresentato nelle arti visive. Il desiderio suscitato da Pothos, che si differenzia da quello corrisposto suscitato da Anteros, e da quello lussurioso suscitato da Himeros, qui cade a proposito perché è il desiderio che ispira questo viaggio alla ricerca di un cielo antico. Il cielo degli Etruschi esala il profumo delle erbe selvatiche, solcato dall’aratro fa sorgere Tages. Dalle sue labbra gli abitanti dell’Etruria appresero l’etrusca disciplina che norma la corrispondenza fra mondo celeste e mondo terreste.

A Viterbo la linea dell’itinerario numero otto si chiude formando un contorno. La linea è un segno di movimento che rappresenta il tempo nello spazio. Quando questo segno si chiude perde il suo carattere di linea trasformandosi in una forma, che racchiude tutto il tempo impiegato dalla linea per compiere il suo giro. Così come la linea, girando su se stessa, o vertendo su se stessa, svanisce nella forma, il tempo che volge su se stesso svanisce nello spazio, forse diventando città e campo coltivato i cui limiti (mura, porte urbane, cippi di confine) sono sacri, inviolabili. Inviolabili ora sarebbero anche le distanze imposte dall’emergenza sanitaria, che non rispettiamo, come ogni altro termine che delimita e orienta. Siamo dis-orientati, ma “in sella a un disegno", seguendo il contorno dell'estensivo che tormenta sia il disegnatore che lo scrittore motociclista britannico, trasformiamo la linea in una forma, il tempo nello spazio. 

Lasciamoci guidare da Voltumna/Vertumno, dal dio che gira come la linea, appunto girata (così la definisce Giorgio Vasari in Le vite, Della pittura, I), senza aver la di pretesa di capire fino in fondo gli Etruschi. La loro mentalità arcaica e prelogica è diversa da quella dei greci e dei romani e anche dalla nostra. Come spiega il “nuovo centauro” Chirone a Giasone nel film Medea, il mondo antico, rappresentato dal “vecchio centauro”, è muto, non ha un linguaggio che possiamo decifrare, ma ispira sentimenti. Consapevole di non poter comprendere questo mondo, il nuovo centauro motociclista sgomma un disegno lasciandosi “attirare da qualcosa di molto lontano. Quello su cui ha puntato gli occhi lo chiama” (Sulla Motocicletta, A che velocità va?, p. 37). 

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Pothos, replica della seconda metà del II secolo d.C. tratta dall'originale greco di Skopas e attribuibile al secondo ordine del frontescena del teatro di Ferentum / Gruppo delle Muse che ornavano il teatro di Ferentum.