Sul leggio della mia scrivania tengo una cartolina con la scritta Be Calm. Lo sfondo avorio accoglie un ovale dove il rosso sfuma, ma sul rosso delle lettere non ci sono dubbi: l’acquaforte di Louise Bourgeois in formato tascabile conserva la dimensione di tutta la sua opera che provoca e ripara.

Mi pacifica, perché è proprio questa l’esortazione che mi sento rivolgere più volte al giorno. Ti si sente fin da giù delle scale, mi dice la maestra di meditazione, non si agiti ripete il medico convinto che se mi fermo scenderà anche la pressione, langsam langsam, piano piano, mi dice il collega psichiatra, lei è troppo veloce per me, si irrita il negoziante, be quite, mi invita l’insegnante d’inglese. Inutile spiegare, dire che si tratta di uno stato abituale e naturale, che anzi, con il passare degli anni va meglio, le onde non sono più quelle alte da bandierina rossa, ormai è un vento settembrino di tramontana.

 

Come sei vitale commentava la madre depressa con tono di riprovazione – e da lì il dubbio mai sopito che in tutto ciò ci fosse una maledizione. Infatti i sonni non sono tranquilli, in gioventù era l’insonnia che segnalava un malessere psichico, oggi è l’ingorgo di pensieri e sogni, di risvegli sudati degli sbalzi ormonali – e le notti non bastano mai. Agitate sono le donne, è il loro utero che ha il potere di dare vita all’arco isterico.

 

La non calma è una Weltanschauung insofferente all’ordine costituito, uno strumento di superamento dei confini, delle giuste distanze, rispetto dei ruoli, linee gerarchiche e costruzioni istituzionali, delle classi sociali che non devono sfiorarsi. Delle passioni che non devono mischiarsi. È un mezzo di avvistamento, che produce un avvicinamento – insieme una possibilità di rinculo violento. Alla non calma si telefona per una boccata d’allegria, per la risata che può alleggerire il significato di una notizia, per una vitalità che come un marchio risulta terapeutica. Con i decenni la non calma si è spostata, da energia fabbricante a energia interiorizzante, da concime per situazioni collettive a mangime per le relazioni perigliose, per le situazioni rischiose – setting a due che favorisce l’esplodere e l’implodere delle emozioni. Dove la non calma vive nell’agio e scopre che la sensazione di essere vitali prende il nome di ansia.

 

È l’ansia quella corrente elettrica continua che certifica l’efficienza, sazia con il suo senso di pieno, segnala che qualcosa si muove. Un amore o un dolore, una gioia o un rancore, chissà. È l’ansia il rivestimento, il mezzo di adattamento, nel mondo che invoca calma si vive in perenne ansia.

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28 Giugno 2011