Il cane ci precede

Il cane ci precede. Prima lui e poi noi sapiens. Il cane ci ha fatto uomini, ci ha aiutato a diventare la specie dominante (ma ha un senso questa parola?), ci ha fornito l'esempio di stili di vita fondati sulla fedeltà, ci ha sostenuto e ci sosterrà sempre nei momenti difficili, nelle zone di passaggio, nelle penombre dell'esistere. L'idea, semplice ma sconvolgente, è alla base del libro di Gian Piero Quaglino Meglio un cane (Raffaello Cortina Editore 2015), che si pone come un punto d'arrivo nella abbondante (e in gran parte stucchevole) letteratura "canina" degli ultimi anni. Perché quanto fa Quaglino è mettere da parte le "certezze" della scienza e, mandando gambe all'aria le gerarchie, rifarsi al mito, alla leggenda e alla fiaba (a largo raggio, dalle civiltà indiane del Nord America a quelle delle Hawai e della Nuova Guinea) o alle opere letterarie come il Tristan di Tommaso d'Inghilterra per trovare risposte a quello che comunemente "sente" chi trascorre la vita con i cani.

 

 Le conclusioni, o meglio le aperture, sono sorprendenti. Non siamo stati noi a catturare lui, come vorrebbe la vulgata discendente da Lorenz. Il cane non è il parassita che ci sfrutta, che chiede cibo offrendoci protezione. È il cane che ha deciso di accompagnarci, o qualche dio gli ha affidato questo compito (in inglese God-dog, del resto). Quaglino spiega che gli uomini non possono spezzare il legame col cane, solo lui può farlo. Noi lo possiamo umiliare, ma il cane rimarrà a nostro fianco. Lo fa perché ci è fedele, perché ci ama in modo disinteressato, e comportandosi così ci ha insegnato a perseverare nelle difficoltà, consentendoci di tirar fuori la parte migliore da noi stessi. Uno, in particolare, è il punto di forza del percorso di Quaglino: il "territorio del cane" è la soglia. Il cane sta a metà, nelle zone di passaggio, crepuscolari. Il cane (gli antichi lo sapevano bene) ci sa condurre nell'altrove, nei regni inferi, nelle terre dei morti. Ma non solo. La sua dimestichezza con ciò che noi non vediamo finisce con l'attribuirgli il ruolo di guida del nostro pensiero. Il segreto sta nello sguardo – vicino ed enigmatico insieme. Il cane ci osserva, ci studia, non ci perde mai di vista. E, per continuare nel suo compito, nel suo infinito atto d'amore, non ha bisogno della parola. Il suo regno sta infatti dove la parola non serve.

 

Dino Buzzati con il suo bulldog Cicci

 

Per misurare l'efficacia di una simile rivoluzionaria impostazione – quanto sono distanti quei libri intrisi di buonismo che delineano esemplari storie d'amore tra l'uomo civile e il cane selvaggio redento – si può affiancare al lavoro di Quaglino il libro di Carlo Zanda Una misteriosa devozione, Storie di scrittori e di cani molto amati (Marcos y Marcos 2014), in cui l’autore intreccia biografie umane canine e romanzi e racconti e poesie e pagine di diario dedicate ai cani. Una carrellata completa e illuminante che, tra i tanti, affianca Freud a Buzzati, London a Parise, Asor Rosa a D'Annunzio. Una prova di quanto il cane sia stato decisivo, soprattutto nell'ultimo secolo, nella vita di moltissimi scrittori e di conseguenza nella letteratura. Di quanto la vita con il cane abbia contribuito a mutare prospettive, ad accrescere l'esperienza delle cose, a nutrire la fantasia, trasformando il "compagno di specie" da “Altro” a “Prossimo" e facendolo diventare "una persona non umana" (l'espressione è di Danilo Mainardi).

 

Di fronte all’oscurità del mondo, all’opacità delle cose, alla muta indifferenza umana, il cane diventa l’unico vero amico e confidente: Tomasi di Lampedusa, che nel "Gattopardo" assegna a Bendicò un ruolo centrale (“è quasi la chiave del romanzo”, scrisse sulla busta che conteneva il manoscritto), si trovava da sempre a proprio agio più con i cani che con gli uomini, trattandoli spesso come i figli che non aveva avuto. Virginia Woolf (“una persona che avrebbe voluto essere un cane”, afferma il suo biografo Quentin Bell), che in Flush descrive Pinka, il cocker spaniel di Vita Sackville West, ebbe molti cani che svolsero “la funzione di sostegno emotivo, aiutandola a superare strettoie difficili, soprattutto negli anni dell’adolescenza e della giovinezza”. È l'antica funzione del cane, quella di nume che ci conduce attraverso le insensatezze della vita. Con l'inevitabile ricaduta del dolore immedicabile per la sua scomparsa, come mettono in luce le pagine dedicate alla Dickinson e ad Hemingway o quelle in cui Mario Soldati afferma con convinzione che i cani hanno l'anima. Insomma il libro di Zanda è una conferma di quanto certe acquisizioni della zoo-antropologia (termine che non troverete né in questo libro né in quello di Quaglino) vanno ribadendo, cioè che la cooperazione tra le specie è un dato di fatto e che la presunzione della nostra superiorità non ha ragion d'essere. Come ricorda Tullio De Mauro (uno dei protagonisti del testo, oltre che personaggio del romanzo Storie di animali e di altri viventi dell'amico Asor Rosa, inventore del neologismo "Canuomo") siamo in piena "dogmanity", espressione che, pur coniata da Walpole nel XVIII secolo, è quanto mai attuale perché rende evidente che la storia degli uomini e quella dei cani non possono più essere separate. Come, con straordinaria efficacia, si chiede il "canaro" tardivo Josè Saramago: "Dove finisco io e comincia il cane? Dove finisce il mio cane e comincio io?".

ph. Elliot Erwin

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