365 modi di dire poesia

Dal 1960 al 1968, Wisława Szymborska sulla rivista di letteratura “Żicie Literackie” tenne una rubrica di posta in cui rispondeva agli aspiranti poeti, specie esordienti, giudicando le loro opere e somministrando loro riflessioni e consigli. Le sue meravigliose, sferzanti risposte sono state raccolte e pubblicate con il titolo Posta letteraria, ossia come diventare (o non diventare) scrittori. C'è da chiedersi chi, dopo aver letto qualcuna di queste risposte, possa aver avuto il coraggio di mandare i propri scritti in pasto a una critica tanto acuta e impietosa. D'altra parte, allora, nessuno sapeva di confrontarsi con un Nobel per la letteratura. Il tenore delle risposte di Wisława è questo: “Sarebbe bello e giusto se la sola forza dei sentimenti decidesse del valore artistico della poesia. Allora saremmo sicuri che Petrarca è una nullità in confronto a un giovanotto che si chiama, supponiamo, Bombini, perché Bombini è davvero impazzito d'amore, mentre Petrarca è riuscito a mantenersi in una condizione nervosa propizia all'invenzione di belle metafore.”

 

 

 

A questo dissimulato, benché autentico, manuale di poesia, è andato, per analogia, il mio pensiero, nello scorrere le pagine di Un anno di poesia di Bernard Friot, traduzione e adattamento a cura di Chiara Carminati, con illustrazioni di Hervé Tullet, Lapis 2019 (l’edizione originale, Agenda du (presque) poète,  è uscita in Francia nel 2007 per Éditions de la Martinière): una fitta agenda del parlare poetico che a ogni giorno regala al giovane lettore una definizione di poesia, una manciata di (splendidi) versi e un esercizio poetico con cui mettersi alla prova. Ma partiamo dalle definizioni di poesia e di come sia costruito il rimando fra l’una e l’altra all’interno del volume, tornando a bomba ai sentimenti di Bombini.

Alla pagina del 23 luglio, Ennio Flaiano ammonisce, in alto a destra: “I versi del poeta innamorato non contano.” E, il 22 luglio, Rainer Maria Rilke sembra dirimere la questione una volta per tutte: “Non scriva poesie d'amore.” Più prodigo di spiegazioni in proposito è Ennio Cavalli che il 12 aprile torna sull’argomento: “La falsa poesia ha la testa tra le nuvole. La vera poesia ha i piedi per terra e la testa fra i paragoni” (le belle metafore di cui parla Szymborska). Ma allora, viene da chiedersi, in che senso Antonia Pozzi, il 5 giugno, afferma: “Leggo le parole dei poeti per capire il mio cuore e quello degli altri”? Forse nel senso inteso da Jacques Roubaud che scrive, il 10 gennaio, che “La poesia è autobiografia di tutti”.

 

 

 

L'ombra della Szymborska si è più volta affacciata, riflettendo sull'utilità e sulla necessità di un'agenda poetica che – come si afferma in quarta di copertina – aiuti il lettore ad affermare la propria voce, ovvero a “scoprire e riscoprire la poesia come linguaggio accessibile a tutti, con cui sperimentare, osare, manipolare, imitare, decostruire e ricostruire e creare”, impegnando il lettore a passare 365 giorni in compagnia sua e del suo complicatissimo mondo, cioè delle sue tecniche a un tempo volatili e ferree, della sua natura ardente e sfuggente, della sua materia di acciaio e cristallo. Se, infatti, la rubrica di Szymborska non era quotidiana, era però settimanale, legata a una cadenza e a una lettura cicliche, vincolate al tempo e alle stagioni. Questo nesso con il calendario astronomico, con la sua regolarità e insieme volubilità, sembra stare alla base di entrambi i libri, in cui si mescolano gli umori degli autori e delle numerose voci che li abitano, quelli della materia poetica e quelli della meteorologia, maestra incontrastata nell'imporre le sue atmosfere e i suoi toni di voce, in un insieme del tutto eccezionale per ricchezza, imprevedibilità, densità, mutevolezza. Del resto, “Un autentico talento,” ammonisce la  Szymborska, “ha certo bisogno di indicazioni e di consigli. Ma questo apprendimento non deve costargli fatica, deve avvenire con leggerezza.”

 

 

 

Anche Friot, Carminati e Tullet sembrano averlo ben chiaro. E dev'essere per questo che entrambe le esperienze di lettura, si presentano in se stesse, come intensamente “poetiche” se con ciò si intende quell'attitudine alla parola come strumento rabdomantico capace di investigare le dimensioni dell'essere più indefinibili, inesprimibili, complesse, sottili, celate, che si tratti di sé, del mistero e della bellezza del mondo, del groviglio dell'esperienza umana o del linguaggio stesso.

E che, quando parliamo di poesia, stiamo parlando di questo, non c'è dubbio, a stare a Un anno di poesia: il 3 giugno, Bernard Noël afferma: “Il mondo se ne sta lì come un linguaggio che nessuno ha ancora imparato.” Il 5 luglio, Federico Garcia Lorca ribadisce: “Ogni cosa ha il suo mistero, e la poesia è il mistero di tutte le cose”. Il 3 agosto, tocca a Judith Nicholls: “Mi piace tentare di mettere una nota di mistero nelle cose di tutti i giorni.” Il 17 agosto, ecco, Charles Dolzynski: “La poesia, è sempre qualcosa d'inatteso.” Il 6 novembre, Georges Duhamel rincara la dose: “La poesia è quando il silenzio prende la parola.” E il 13 dicembre Giorgio Vigolo chiosa: “Scrivere una poesia sempre è un colpo di mano sull’ignoto, un penetrare svegli nel mistero del sogno, un prendere possesso della notte.”

 

 

 

I tentativi di definire la poesia, del resto, nella pagine del libro, sono continui, reiterati e rappresentano uno dei punti centrali intorno a cui si articola la riflessione a cui l'autore invita i giovani lettori: a ogni pagina, a ogni riga, come si diceva, si incontra una definizione di poesia o di poeta, e poco importa se, saltando di giorno in giorno, di mese in mese, il catalogo, allungandosi, arricchendosi, si contraddica, si confonda, portandoci in mille direzioni diverse: se il 25 dicembre Hans Bender afferma che “Le poesie sono anche dei regali – regali per coloro che sono attenti”, il 27 dello stesso mese Valerio Magrelli istruisce: “Le poesie vanno sempre rilette, lette, rilette, lette, messe in carica”. E se il 29 settembre Jean-Paul Michel dichiara che “Un poeta abbastanza ambizioso dovrebbe impedirsi ogni esaltazione inutile”, il 7 novembre Frank Wedekind ci ricorda che “Un uomo di buon senso arrossisce sempre dopo aver scritto una poesia.” E se il 25 luglio Ramayana, di anni nove, scrive che “Le mani che scrivono le poesie sono le stesse mani che fanno le pulizie”, il 5 agosto Raul Aceves azzarda che “La poesia tocca con mani dell’altro mondo le cose di questo mondo”. E il 17 settembre, Jacques Roubaud avverte a chiare lettere: “Si sa da tempo che i poeti non sanno quello che dicono. Dicono tutto e il contrario di tutto”. 

Non c'è dubbio che Friot non voglia far mistero di che terreno minato attenda chi aspiri al titolo di poeta. E non c'è dubbio, a questo proposito, che se una delle caratteristiche di questo singolare volume sia l'amichevolezza, di tono e di aspetto, il secondo è, per contrappasso, la serietà, il rigore con cui, senza infingimenti, la materia è proposta e gli esercizi sono comminati ai giovanissimi desiderosi di cimentarsi con la parola poetica. Perché, se ogni pagina associa un giorno dell'anno a una voce e a un pensiero di poeta, in essa è sempre l’intento autoriale, di Friot e Carminati, a condurre il gioco del fare poetico e a segnarne il percorso, proponendo riflessioni, esercizi, prove, letture, riletture.

 

 

 

Facili o difficili, dipende, dall'umore, dalle circostanze, dal momento. Per esempio in corrispondenza della citata riflessione di Garcia Lorca, Friot, dopo aver riportato una poesia di Claude Roy: 

“Mi sforzo di leggere i messaggi che scrivono le cose
le cose comuni di un comune mattino
Il sedano tagliato sul tavolo di cucina mi affascina [...]
E anche non riesco a decifrare molto bene
le screpolature nella corteccia del noce davanti alla porta” 

propone questo esercizio: “Osserva anche tu le cose comuni della vita comune: la superficie di un tavolo, l’intonaco di un muro, le nervature di una foglia, e prova a decifrare i messaggi che ti mandano.”

Vi sono esercizi di tutti generi, in questo Anno di poesia: si chiede di reagire a una notizia del giorno, scrivendone in versi; oppure, dopo aver invitato a riflettere se una ninna nanna sia un componimento destinato solo ai bambini o anche ai grandi, si invita a comporne una. Oppure si propone di scrivere una poesia usando solo il condizionale. O di comporre un poema sotto forma di domande e risposte, o di poetare dadaisticamente su istruzione di Tristan Tzara, utilizzando e rimescolando parole tratte da articoli di giornale o volantini. O di imitare uno stile poetico, un modo, una voce altrui. Ci sono giorni in cui, poi, niente scrittura: sono i momenti destinati alla sola riflessione, in cui si chiede di soffermarsi su una poesia altrui o di rileggere qualcosa che si è scritto nei giorni precedenti oppure di imparare a memoria la poesia di un autore contemporaneo: “Per cominciare ripetila molte volte ad alta voce cambiando velocità, volume, staccando le parole una dall’altra o, al contrario, legandole...” O magari si sprona il lettore a capire perché qualcuno possa essere contro la poesia.

 

 

 

Dunque, meritate pause di riflessione, come è giusto che sia, si alternano al travolgente fare poetico, una sorta di apprendistato della parola condotto su diversi livelli: tematici, metrici, compositivi, ludici, come invitare a scrivere una poesia che faccia piangere anche i sassi o una che faccia ridere anche le porte chiuse. E va sottolineato a questo proposito quanto il compito di Chiara Carminati, scrittrice, poetessa e studiosa, curatrice dell’edizione, sia stato complesso, delicato e sottile. Si è trattato, infatti, non solo di tradurre, ma anche di trovare i corrispettivi poetici italiani (ma non solo) delle voci presenti nell’edizione originale francese, selezionate con estrema cura e intelligenza da Friot. Grazie a una solida conoscenza della poesia italiana, ecco allora che fra le pagine di questo manuale poetico compaiono, fra gli altri e per citarne solo alcuni, nomi quali Patrizia Cavalli, Umberto Fiori, Matteo Pelliti, Milo De Angelis, Franco Arminio, Antonella Anedda, Roberto Piumini, Giusi Quarenghi, Giovanni Previdi, Tiziano Scarpa, Michele Mari, Claudio Damiani, Davide Rondoni, Azzurra D’Agostino, Franco Marcoaldi, Vivian Lamarque, Chandra Livia Candiani, Mariangela Gualtieri, Alessandra Berardi Arrigoni, Margherita Guidacci, Maria Luisa Spaziani, Umberto Saba, Giorgio Caproni, Antonella Ossorio, Donatella Bisutti, Vittoria Fonseca, Alda Merini, Giovanni Giudici, Gianni Rodari, Bruno Munari, Pier Paolo Pasolini, Nanni Balestrini, Franco Fortini, Franco Loi, Guido Oldani, Edoardo Sanguineti, Alfonso Gatto, Sandro Penna, Cesare Pavese, Mario Luzi, Eugenio Montale, Sergio Solmi, Salvatore Quasimodo, Sibilla Aleramo, Giuseppe Ungaretti, Aldo Palazzeschi, Filippo Tommaso Marinetti, Marino Moretti, Giovanni Pascoli, Giacomo Leopardi e, alla faccia di eventuali timori per un’eccessiva difficoltà, persino Alessandro Manzoni, Ugo Foscolo, Cecco Angiolieri, Dante e Petrarca. Una ricerca e una trasposizione assolutamente necessarie per familiarizzare i giovani lettori italiani con le qualità specifiche della lingua poetica italiana attraverso stili, voci, accenti, toni connotati da grandi differenze, ma apparentati da quel sostrato fatto da un idioma, una tradizione, una cultura e una storia letteraria comuni. Peccato solo che in traduzione si sia perso, del titolo originale Agenda du (presque) poète, l’accenno al destinatario, quel garbatissimo ‘quasi poeta’ a cui il libro è rivolto, che era molto bello.

 

 

 

Tornando agli esercizi proposti dal libro, questo è uno dei primi: cade il 7 gennaio: “Comincia a compilare un’antologia delle tue poesie preferite, su un quaderno o sul computer. Non a caso, la parola «antologia» è formata da due termini greci: anthos (fiore) e legein (scegliere)”, propone Friot. L'antologia crescerà in parallelo a un'altra antologia, un’antologia sorella: quella costituita, su suggerimento dell'autore, dai propri personali componimenti poetici, nati seguendo le indicazioni del libro. Un laboratorio in progress di testi da rileggere, riprendere e rilavorare in ogni modo possibile.

La crescita e la vita parallela di queste due antologie è, già di per sé, un insegnamento, e uno di quelli fondamentali: non si può pensare di essere interessati solo alla propria espressione poetica. La poesia è una lingua comune, una dimensione dell'esperienza, della mente e della vita umana che attraversa tempi e luoghi diversi, e che si trova, quindi, anche e soprattutto, nei libri degli altri. D'altra parte, se “La poesia si trova in quello che non c’è. In ciò che ci manca”, come afferma Pierre Reverdy, il 9 febbraio, è anche e soprattutto presente in quello che non ci appartiene e non conosciamo, e di cui proviamo una nostalgia ardente e senza oggetto: dunque, nelle voci degli altri. Voci di cui ci dobbiamo mettere in cerca, nel momento in cui ci mettiamo in ascolto della nostra stessa voce. Quella voce smarrita di cui parla Pascal Quignard, il 10 febbraio: “Scrivere è sentire la voce perduta.” Che non è, attenzione, la voce dell'ispirazione.

 

 

 

Altra questione spinosa, quella dell’ispirazione. Il 7 gennaio e il 18 marzo, Paul Éluard e Boris Vian si esprimono recisamente: “Il poeta è colui che ispira più che colui che è ispirato”; “È chiaro che il poeta scrive sotto la spinta dell’ispirazione, ma c'è gente a cui le spinte non fanno nulla”. E il 13 gennaio, Szymborska propone: “Qualunque cosa sia l’ispirazione, nasce da un continuo “Non lo so”. Occorrerebbe un secondo libro di riflessioni, esercizi e prove, altri 365 giorni di lavoro e pensare indefesso per venire a capo della questione.

Sul tema ispirazione mi viene in mente quello che dice, con parole illuminanti, sempre Wisława Szymborska, in una conversazione con  Federica K. Clementi, L'indispensabile naturalezza, dando una definizione sorprendente: “È un qualcosa che penetra nel tuo cervello con una chiarezza e un'evidenza tali da riuscire a farti vedere quello che prima non c'era o era solo accennato.” Qualcosa che riguarda, spiega la poetessa, non solo i poeti, ma tutti coloro che si applicano a qualsiasi “attività che implichi riflessione, ogni compito al quale ci si dedichi completamente, ogni operazione alla quale ci si sacrifichi senza riserve...” (“Un sognatore è sempre un cattivo poeta” osserva in proposito Cocteau, il primo di febbraio). Ecco, dunque a cosa serve lavorare quotidianamente alle parole: a mettere a punto una lingua, un pensiero capace di funzionare come uno strumento ad alta precisione, che sia all'altezza della luce dell'ispirazione, quando arriva. Vengono in mente, a questo punto, gli ollave dell'Irlanda antica, di cui parla Robert Graves, in La Dea Bianca: vale a dire quei “poeti maggiori” che sedevano a tavola col re e godevano del privilegio di vestire, come lui, di sei colori diversi, unici insieme alla regina, i quali arrivavano a fregiarsi di tale titolo dopo aver superato i sette gradi della saggezza e aver portato a termine dodici anni di difficilissimi studi.

 

 

 

La poesia, insomma, non è uno scherzo, né lo è mai stata. Bernard Friot fa parte di coloro che lo affermano. La complessità del suo libro rispecchia questa semplice verità e trova nella stessa forma dell'edizione una controparte visiva perfetta. Il commento di Hervé Tullet al trascorrere del tempo e della materia poetica si dispiega su ogni doppia pagina, immaginata come spazio aperto, tridimensionale e dinamico in cui la parola si organizza insieme ai segni, alle forme, ai colori, in una partitura che offre un'immediata comprensione di alcuni concetti chiave della poesia: ordine/caos, silenzio/suono, voce/rumore, simmetria/asimmetria, assenza/presenza, compiuto/incompiuto, norma/infrazione, parte/tutto, chiuso/aperto, movimento/quiete, pieno/vuoto, luce/buio, attrazione/repulsione... Una grammatica del linguaggio poetico che si fa visiva e che rimanda alle strutture stesse della vita, organica e inorganica, della psiche, della percezione, del sentimento, del pensiero. Un'impostazione grafica e visiva fortemente debitrice allo strepitoso Munari degli einaudiani Cinque libri di Rodari, in particolare alle Filastrocche in cielo e in terra, ma non per questo meno personale, attenta, intensa, divertita. Il catalogo delle figure, dei colori, dei segni e dei disegni, delle macchie, dei punti, delle linee e delle texture si sviluppa con generosità attraverso l'arco dell'anno, registrandone il passaggio in una puntale narrazione: sono campi di energie liberate, significati che vanno aggregandosi e disperdendosi, impressioni che si manifestano rapidissime per poi scomparire, ritmi ora tranquilli ora indiavolati, silenzi lunghissimi e voci squillanti, spazi poco abitati o gremiti all'inverosimile, pause di sospensione, cadute nel vuoto, contrappunti melodici, armonie rarefatte, esplosioni, ingorghi emotivi.

No, la poesia non è una cosa semplice: accettare la sua complessità significa arrendersi alla difficoltà e al limite che ci abitano, affinare la propria percezione, mettersi al servizio della non facile bellezza del mondo, della necessità di ascoltarla, dirla e soprattutto, grazie a una disciplina del pensiero e dell’attenzione, vederla. Del resto, lo dice bene Louis Zukofsk, il 25 ottobre: “Tutta la poesia consiste in questo. Improvvisamente, si vede qualcosa.”

 

 

A un malcapitato che un giorno le chiese una definizione di poesia, la scettica Szymborska rispose di conoscerne almeno cinquecento date da altri: nessuna soddisfacente. Si astenne dalla tentazione di forgiarne una sul momento e rimandò a un aforisma di Carl Sandburg: “La poesia è un diario scritto da un animale marino che vive sulla terra e vorrebbe volare.” Il più avventuroso e frustrante dei destini.

 

Questo articolo, oggi adattato all’edizione italiana appena uscita di Agenda du (presque) poète di Bernard Friot, è apparso nel 2010 sul n. 27 della rivista “Hamelin” che ringraziamo per averci permesso la sua pubblicazione in questa nuova versione.

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