Egemonia

È noto come il pensiero di Antonio Gramsci abbia frequentemente riscosso un considerevole successo al di fuori dell’Italia. L’ha documentato con chiarezza qualche anno fa Michele Filippini nel volume Gramsci globale. Guida pratica alle interpretazioni di Gramsci nel mondo (Odoya). In Inghilterra, ad esempio, Gramsci, a partire da quando nel 1971 è stato tradotto, ha esercitato un’influenza decisamente superiore rispetto a quella che ha prodotto in Italia. A subire l’influenza del pensiero gramsciano è stata soprattutto la cosiddetta «Scuola di Birmingham», un gruppo di studiosi che hanno operato a partire dagli anni Sessanta presso l’Università di Birmigham e dal quale è nato negli ultimi decenni quell’importante filone di ricerca sui significati della cultura di massa che viene ormai universalmente conosciuto come «cultural studies». Tra i diversi concetti elaborati da parte di Gramsci, è stato in particolare ripreso e utilizzato dalla Scuola di Birmingham quello di «egemonia culturale». Il pensatore sardo pensava infatti che la cultura popolare avesse la capacità di assumere un ruolo sociale paragonabile a quello della cultura delle classi dominanti e che fosse addirittura in grado di competere ad armi pari con quest’ultima allo scopo di ottenere il controllo dell’egemonia culturale sulla società nel suo complesso. 

 

Stuart Hall, che ha a lungo diretto la Scuola di Birmingham nella sua fase più significativa di sviluppo, era convinto che non fosse possibile considerare i media come dei semplici strumenti di controllo che vengono impiegati dalle classi dominanti per mantenere il proprio consenso e il proprio potere. Quello che si verifica, a suo avviso, è lo sviluppo di un processo decisamente più complesso, perché i media di massa, e la televisione in particolare, spingono le persone ad adottare un particolare schema ideologico per interpretare la realtà. Uno schema cioè che si presenta come pluralistico, ma in realtà dà vita a una rappresentazione della società che è in sintonia con la visione delle classi dominanti e tende pertanto a escludere quelle immagini sociali che possono risultare in contraddizione con tale visione. Ad esso però si contrappongono anche dei modelli profondamente differenti, provenienti dalla cultura popolare e da interpretazioni della società che si pongono come alternative a quella dominante. Quelli che Gramsci stesso considerava frutto dello «spirito popolare creativo» (Lettere dal carcere, Sellerio, p. 55). 

 

 

In un contesto sociale come quello attuale, che molti ritengono caratterizzato da quella interpretazione «liquida» della modernità che è stata sostenuta da Zygmunt Bauman, potrebbe sembrare che l’idea gramsciana di una lotta costante per il controllo dell’egemonia culturale nella società sia da considerare decisamente superata e anacronistica. In realtà non è così, perché le società occidentali avanzate di oggi presentano sicuramente una natura più “liquida” e “fluida” rispetto a quelle del passato, ma sono ancora caratterizzate da contrasti e conflitti che si manifestano a tutti i livelli della loro struttura e del loro funzionamento. Pertanto, l’idea gramsciana che nella società si confrontano e confliggono tra loro egemonie differenti è probabilmente ancora valida e ha soltanto bisogno di essere ripresa e rivitalizzata da parte di qualche autore. Presenta cioè la necessità di essere aggiornata per poter poi essere calata all’interno del contesto sociale contemporaneo. 

 

Di recente, Fausto Colombo ha sentito l’esigenza di riportare l’attenzione su alcuni dei più importanti concetti che sono stati elaborati da Gramsci. L’ha fatto attraverso il volume Gramsci reloaded. Una teoria sociale della cultura (Rogas Edizioni), all’interno del quale ha selezionato e organizzato i brani maggiormente significativi dei celebri Quaderni dal carcere gramsciani. Nella prefazione di Gramsci reloaded, Colombo ha sostenuto che, allo scopo di interpretare le egemonie culturali operanti all’interno dell’epoca contemporanea, è necessario ricorrere ai concetti che sono stati formulati parecchio tempo fa da parte di Antonio Gramsci ed è necessario farlo perché, come è già successo diverse altre volte in passato, solitamente «Il pensiero gramsciano ritorna quando siamo di fronte a cicli politici in cui la sinistra ‘classica’ è in difficoltà e il ciclo di governo delle destre sembra destinato a durare e ad avere un radicato consenso nella popolazione» (p. 26). E in un contesto politico e culturale come quello delle società occidentali contemporanee, nel quale predominano delle forme particolarmente efficaci di ideologia populista, siamo sicuramente ripiombati in una situazione di questo tipo. Una situazione nella quale dunque le idee di Gramsci possono rivelarsi ancora uno strumento di analisi estremamente prezioso. 

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