Un anno purchessia

1977. Un anno come tanti, avrei risposto lì per lì dimenticandomi chissaccheccosa. Ancora ben al di là dell’orizzonte il fatale 1989, l’anno del crollo del Muro di Berlino. Si intravedono nella brumosa memoria, vicini e lontani, i pilastri privati e pubblici che segnano lampeggiando la lunga strada della vita. In salita o in discesa?

Quand’ecco che adesso, il 13 febbraio 2019, Tonia Mastrobuoni su Repubblica mi va a scrivere una recensione a un saggio uscito in Germania e ancora non tradotto, tanto bella che non potrò evitare di scopiazzare alcune frasi. Comunque leggetevela sul Web: vi farà un ben dell’anima.

Un paginone, nel quale c’è la foto in bianco e nero del volto benevolo e beneaugurante di Willy Brandt, il grande Cancelliere della Repubblica Federale, accanto a quella in bianco e nero del volto aguzzo e malvagio di Herbert Kappler, il famoso delinquente SS, e quell’altra in bianco e nero con la solita fila di poveracci con le mani dietro la nuca, la schiena al muro, mitra spianati dai nazisti fuor di senno come al solito. Gente terrorizzata che passava per caso nella via Rasella poco dopo di quando il carretto dei netturbini pieno zeppo di esplosivo aveva dato il benservito a una trentina di germanici onorari, un branco di fottuti Südtiroler SS. 

 

In basso la fotografia piccola a colori di un giovanotto, Felix Bohr, nato nel 1982 (beato lui!), lo storico tedesco che ha scritto il saggio recensito appunto dalla Mastrobuoni: La lobby dei criminali di guerra. Tutta roba della prima metà del XX secolo, quando la nettezza urbana ancora funzionava.

Sarei passato, pagina dopo pagina, alle altre distopie, discrasie, balordaggini quotidiane del nostro XXI secolo inoltrato, senza il crash del titolo: “Quando Brandt chiese la grazia per Kappler”.

Mammamia! Mammamia! Mammamia! il mio Willy Brandt, si mise dunque anche lui con le lobby a raccomandare a destra e a sinistra l’orrido aguzzino? Il boia delle Ardeatine? Il rapinatore dell’oro dei poveri? L’assassino di bambini ancor non nati?

Calma: questo mio scritto necessita di alcune premesse, la prima delle quali eccola qua.

Ho una memoria sballata: ricordo giorno per giorno, ora per ora, tutto quel che mi è successo, a me bambino, dal novembre 1938 al 25 aprile 1945, con l’aggiunta di quel che è successo agli altri meno fortunati e anche di tutti gli avvenimenti della Seconda Guerra, compreso Pearl Harbour e Guadalcanal. Poi dopo non è che perda il senno per i successivi 73 anni e passa, mi trasformo in uno normale, con qualche flash a memoria dei fatti notevoli. Per esempio il 1960 è l’anno in cui mi son sposato, son passato capoufficio, ma, a differenza degli anni dell’infanzia, non son più in grado di capire subito che in quell’anno si son sposati tutti, tutti sono stati promossi capoufficio, si son comprati la Cinquecento, sono andati in viaggio di nozze alle Cinque Terre. Solo con fatica riesco a ricostruire che quello era l’anno del Miracolo Italiano, irripetibile e con pagamenti rateali.

 

Herbert Kappler.


Il mio alter ego del 1977 sa però che Kappler, ammalato gravemente, era stato ricoverato all’Ospedale militare del Celio e aveva dovuto lasciare il luogo dove pagava il fio delle sue colpe, l’ergastolo al carcere militare di Gaeta, abbandonando lì i suoi acquari di pesci tropicali e il suo caro amico Walter Reder, compagno di prigionia, responsabile solamente di Marzabotto, Vinca, S. Anna di Stazzema… e perciò senza necessità di pentimento. Kappler invece sì che si pentì, due volte mi sembra, convertendosi cattolico con battesimo due volte, ma sospetto di confondermi con qualcun altro delinquente che aveva, anche lui, la necessità di rendersi simpatico alla lobby del Vaticano. Ritiro tutto! Ritiro tutto: il doppio battezzato non era Kappler, ma Eric Priebke, l’unico ergastolano per il fattaccio delle Fosse Ardeatine che sia morto in prigione. Nel suo letto però, agli arresti domiciliari, nel suo appartamento di Piazza Irnerio, di fronte al negozio “Castroni delicatessen”… Cioè, praticamente, in via Baldo degli Ubaldi a Roma, Aurelio, poco più in su di casa mia. Aveva cento anni quasi suonati quando lo incontravo che passeggiava con la badante. Ma io, per vendetta, non ho risposto mai al suo saluto. Vi prego, non fatemi parlare di Walter Reder! Anche lui si pentì, ma poi si pentì di essersi pentito.

 

E inoltre non ho avuto bisogno di riflettere molto per venire a ricordarmi adesso che Kappler, già mingherlino di natura, era divenuto smunto per la sua grave malattia. Tanto smunto da potersi avvoltolare in un valigione che la moglie Annelise, teutonica giovane e forzuta, aveva potuto portar fuori con nonchalance dall’Ospedale del Celio nei giorni del Ferragosto del 1977 senza che in quella calura i carabinieri appisolati se ne avvedessero: un fatto clamoroso, anzi, uno scandalo grottesco. E successe il finimondo, dato che, per quanto il criminale pesasse sul serio poco più di 50 chili, ci sarebbero comunque voluti per il suo trasporto almeno due uomini e non una gentile signora, per quanto Valchiria. 

Visto? Avete già doppiato la seconda premessa senza accorgervene, forse, ma qualch’altra ci dovrà pur essere a testimonianza dei fattacci nostri, di cui uno però, a questo punto, incontrovertibile: l’Italia di oggi non è poi così tanto peggio di quella di ieri; trattasi di una landa di baggiani, la cui classe dirigente li pensa ancor più baggiani di quanto non siano, dato che essa stessa è a sua volta baggiana. 

“Chi d’ogni erba un fascio fa, fascista è” dice un adagio inventato da me, che adesso debbo fare ammenda per aver detto essere gli italiani tutti baggiani. Infatti Primo Levi, lui di solito così malinconico nel suo humour, fu preso da un’ira furente e scrisse una lettera aperta a Vito Lattanzio, Ministro della Difesa: “Dia le dimissioni”, comparsa su “La Stampa” dell’8 settembre 1977 (la potete trovare oggi alla pag. 1405 del secondo volume delle Opere complete di Primo Levi, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi). Finisce così: “Si dimetta, presto e discretamente, non perda questa occasione per restaurare la dignità Sua e dello Stato”.

 

Vito Lattanzio si dimise da Ministro della Difesa dopo aver tentato di dare la colpa ai carabinieri appisolati, e in premio fu nominato Ministro della Marina mercantile. Credo.

Stiamo arrivando al primo nodo della vicenda, e, nel frattempo, mi sono dato una calmata. 

Non mi soffermerò su quanto scritto nell’articolo del 2019, sorvolando sull’uso di termini forse inappropriati come quello di tedeschi presentati come “milioni di ex nazisti”. Al posto di Tonia Mastrobuoni e forse anche di Felix Bohr mi sarei letto con attenzione (o riletto) le opere di Niccolò Machiavelli e studiato I sommersi e i salvati di Primo Levi. Secondo infatti il celebre politologo fiorentino, Willy Brandt doveva, in ragione del suo potere, tener nel dovuto conto “la zona grigia” (scoperta da Primo Levi), composta sì, anche di molti che nazisti erano stati, ma soprattutto dalla miriade di sassolini umani, sui quali il fiume di sangue versato dall’hitlerismo era passato per 12 anni senza neppure lasciar traccia. Questo era il dovere del Willy Brandt Cancelliere, e questo è il problema che lui ha saputo risolvere anche per conto nostro e per “nostro” intendo il mondo intero, dagli europei (tutti) fino ai selvaggi della Nuova Guinea (per questi ultimi più che di “zona grigia” si potrebbe parlare di “zona ignara”). 

 

Willy Brandt, genuflettendosi di fronte alle macerie del Ghetto di Varsavia, fu uno di quegli illuminati che riuscirono a portare il popolo tedesco fino all’orlo della redenzione. 

Willy Brandt non era neppure il suo vero nome, ma quello di battaglia di partigiano socialista che combatté contro gli invasori tedeschi e contro il traditore Quisling nelle nevi della Resistenza norvegese, e Franz-Joseph Strauss osò esprimere nei suoi confronti la seguente vassallata: “Noi sappiamo che cosa abbiamo fatto in quei dodici anni, ma non sappiamo cosa hai fatto tu”. Willy Brandt è, e rimarrà per sempre il mio Willy Brandt.

Non si conosce Presidente del Consiglio italiano che si sia inginocchiato ad Addis Abeba e che si sia adoperato in segreto per liberare il generale Graziani dall’ergastolo in Etiopia. E infatti il Generale Graziani non fu mai processato né incarcerato per i crimini di guerra che aveva perpetrato in Abissinia… E Graziani costituisce solo un mero esempio.

 

Nel 1971 teso nell’intento di abbindolare la zona grigia tedesca, Will Brandt (come dice Felix Bohr nel libro di cui parliamo) aveva reclutato un giornalista, ebreo ed ex comunista, Leo Bauer, che venne a Roma, in rappresentanza della SPD, per incontrare Luigi Longo, Sergio Segre e Giancarlo Pajetta. Luigi Longo, partigiano e segretario del PCI, Sergio Segre, ebreo anche lui, tanto esperto di cose tedesche da passare dal dialetto piemontese alla lingua tedesca senza apparente fatica, soprannominato per burla Ministro degli Esteri del PCI. E Giancarlo Pajetta, tanto antifascista da aver passato in galera l’intera giovinezza, e, dopo il 1943, combattente della Resistenza per divenire, nell’Italia Repubblicana, campione, affermavano i quotidiani “sportivi”, del salto (indoor) dei banchi parlamentari per accorrere nell’emiciclo a difendere classe operaia, giustizia sociale e democrazia, dato che lui, pur così irruente e atletico, era un migliorista con Amendola, Napolitano e altri. E anche inviso alla decrepita burocrazia sovietica. 

 

I tre piemontesi, semplicemente allibiti, spiegarono a Leo Bauer l’ovvio: se il PCI si fosse impegnato per la grazia all’ex ufficiale nazista, i partigiani, sebbene un po’ invecchiati, sarebbero andati “sulle barricate”. Non se ne fece dunque nulla. Ma, a quanto mi risulta, i tre chiusero lo strano incontro nella cassaforte dei segreti del IV Stato.

Mi vedevo, nel 1977, a casa di un amico con Giancarlo Pajetta che ammiravo non solo come atleta di Montecitorio, ma perché implacabile combattente antifascista. Nell’estate di quell’anno passavamo le serate a parlar del più e del meno. E del meno si parlò subito dopo il Ferragosto. 

Manifestavo il mio disgusto per la ridicola fuga dell’assassino quando Giancarlo Pajetta mi interruppe, e, quasi fossi stato un democristiano, mi apostrofò: ”Ma tu, tu, sei mai stato in galera, tu? Ah no, eh? Allora sappi che con 17 anni di galera si sconta qualsiasi crimine, qualsiasi!”. Non ebbi il coraggio di ribattere, ma nel cervello mi si mise in moto il frullino dei pensieri incompiuti:

 

- Giancarlo Pajetta che dice semplicemente quel che pensa? Probabilissimo;

- Giancarlo Pajetta che solidarizza con uno come Herbert Kappler, e tanti anni dopo il Patto Molotov-Ribbentrop? Scartato, in quanto assurdo;

- Giancarlo Pajetta, galeotto onorario, che simpatizza con ogni carcerato, qualsiasi crimine abbia commesso, trasformandosi in uno della Banda Bassotti, mascherina sul volto? Non scartato, ma in sospeso;

- Giancarlo Pajetta, con i suoi mille progetti di fuga dalle proprie prigioni che invidia Kappler che fugge genialmente avvoltolato nel valigione? Scartato, ma con dubbi;

- Giancarlo Pajetta che, nel suo pensiero, nasconde in un salottino riservato Cesare Beccaria: contrario all’istituto della pena di morte, ma in prospettiva anche a quello dell’ergastolo, che considera cioè il carcere non già remunerazione, ma correzione di qualsiasi colpa commessa? Attendibile, ma flebile;

- Giancarlo Pajetta che ritiene i crimini nazisti tanto abnormi da non poter essere commisurabili ad alcuna pena giuridica? Attendibile, ma pessimista;

- Giancarlo Pajetta, rischiarato dal lungo felice sodalizio con la sua compagna, la Mafai? Verosimile, ma quella sera Miriam non c’era;

- Giancarlo Pajetta, sconvolto dal lungo complotto interstatale per la liberazione di Kappler, era dunque così tormentato dal ricordo del suo incontro con Leo Bauer del 1971, da aver dovuto ricorrere alla tesi “17 anni di galera basta e avanza” non per redarguire me ma placare se stesso? Comprensibile, ma letterario.

 

Kappler morì pochi mesi dopo, in Germania, di cancro al colon. Nel 1978. Quello sì, ma per altri motivi, un anno terribile e memorabile.

Willy Brandt.

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