Ascesa e declino della scrivania

Dopo aver sputato fuori dal finestrino e acceso un sigaro sfregando il fiammifero sulla suola dello stivale, il pistolero Frank (Henry Fonda) si siede dietro alla scrivania di Morton (Gabriele Ferzetti), l’industriale delle ferrovie per il quale ha fatto qualche lavoro, «per togliere i piccoli ostacoli dai binari». È un momento di C'era una volta il West di Sergio Leone  (1968); i due si trovano in un vagone ferroviario lussuosissimo perché è la sede del capo e anche la scrivania è come si deve. Per qualche minuto il pistolero si siede alla scrivania, mentre l’uomo di affari sta in piedi dall’altra parte.
«Che cosa si prova a stare seduto lì dietro, Frank? », chiede Morton.

 

 

«È come stringere una pistola …», risponde il bandito accarezzando il bordo del mobile.
E poi distendendo le mani sul piano in legno: «Solo molto, molto più in grande».
La battuta di Frank, come è naturale, si accorda molto più agli anni Sessanta che all’epoca in cui il film è ambientato; la scrivania, infatti, aveva ormai una storia alle spalle tale da giustificare la similitudine con un’arma, per quanto esagerata possa sembrare.

 

 

Una cartolina postale degli anni del Fascismo mostra Benito Mussolini seduto alla scrivania; fa da didascalia una sua frase: «Neanche la morte può distruggere il Fascismo. Io  rimango al mio posto di combattimento e di lavoro e nulla mi accadrà finché la mia opera non sia compiuta». Su quel mobile il capo del governo decide, stabilisce e ordina. Da questo punto di vista, allora, la scrivania è molto di più che un elemento dell’arredo e del mobilio; come spazio circoscritto della decisione solitaria, del rischio e del prestigio personale, può figurare davvero come «posto di combattimento».
Questo accento aggressivo della scrivania, nel suo rimandare direttamente all’azione del potere, spiega perché, sin dagli anni Trenta, assistiamo a immagini che tentano di inserirla in un contesto confidenziale, attenuandone così l’impatto simbolico.

 

Come fa Adolf Hitler, fotografato da Heinrich Hoffmann in abiti borghesi, seduto sul bordo laterale della scrivania; il mobile viene inquadrato di scorcio: deve sembrare un tavolo da lavoro come un altro, ingentilito non a caso da un vaso di fiori.
Vediamo ora due fotografie scoperte da un gruppo di giovani storici («Equipe sperimentale di storia») negli archivi del PCI dell’Emilia-Romagna. La prima è ben leggibile, ma non è affatto chiaro quello che sta accadendo.

 

 

Siamo a Cavezzo, un paese della Bassa modenese, tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta. Alcuni giovani hanno sistemato una scrivania in un cortile e si sono messi in posa dietro e accanto ad essa. Sono dieci, si direbbe attorno ai vent’anni, ma il quarto da destra sembra piuttosto un ragazzo. Il gruppetto a sinistra è tutto in piedi; uno sta fumando, l’altro – un baschetto in testa – fa pendere la sigaretta dalle labbra, come facevano gli attori di una volta; accanto a lui un altro giovane in doppiopetto scuro guarda, sorridendo appena, verso qualcuno che si trova accanto al fotografo. Tutti gli altri, invece, puntano lo sguardo verso la macchina fotografica, i più sorridendo.
Al centro della scrivania hanno l’aria divertita i due che stanno fingendo di esservi seduti e, per assumere posture che vorrebbero essere serie, appoggiano il mento a una delle mani. Quello più a destra sembra indossare una specie di divisa militare, come l’altro in piedi, poco dietro di lui; anche se coperto, si capisce bene che quest’ultimo, i capelli appena scarmigliati, sta tenendo il braccio destro rasente il muro: infatti stringe e tende il lembo della bandiera su cui si legge P.C.I. Sez. Cavezzo.
Perché appendere al muro la bandiera della sezione del partito e, soprattutto, perché piazzarvi di fronte – con orgoglio – la scrivania? Non si capisce se sia un mobile nuovo; certo è in ottime condizioni, come si vede dai manici metallici ben lucidati dei nove cassetti e dal piano su cui si specchiano gomiti e mani. Da dove viene? Siamo sicuri che sia proprio un acquisto e non una preda? Quello che conta è che arrivata nella sede del partito e ora la si festeggia: tutti fuori in cortile e anche la bandiera (e che importa se il muro è sbrecciato e il prato spelacchiato).

 

 

Quest’altra foto è stata scattata a non troppi chilometri distanza da Cavezzo, forse solo qualche anno prima. Ritrae Primo Savani, ex partigiano e  primo sindaco di Parma dopo la Liberazione. Si tratta di tutto meno che d’una istantanea e, anzi, la scena viene composta meticolosamente: alle pareti due quadri antichi con ritratti di personaggi maschili, sul parquet due poltrone in primo piano. Al centro della foto – ma non della stanza – il sindaco è seduto alla scrivania, un mobile antico le cui decorazioni sono identiche al tavolinetto accanto alla finestra, ingombro di carte.

 

Il sindaco non guarda l’obiettivo, sta studiando i documenti che gli ha appena portato il segretario, l’uomo in doppiopetto in piedi accanto a lui. L’atto della lettura è intimamente connesso alla scrivania, e ancora di più l’atto della scrittura, al punto da dargli il nome; non per nulla, nei trattati del XVIII secolo sul giusto metodo di scrittura, scrivere e star seduti al tavolo apposito sono la stessa cosa.

 

 

Come in certi quadri fiamminghi del Seicento, l’azione pausata e rarefatta del sindaco consente allo sguardo di soffermarsi sull’ambiente interno: la finestra, la porta, i quadri, le carte ammonticchiate. Un tono antiretorico si estende dalle persone alle cose, e viceversa. La scrivania – neppure al centro della sala, ma in un angolo – è lo spazio in cui si concentra il lavoro del sindaco, come fosse il laboratorio di un artigiano: nessun gesto superlativo, ma il susseguirsi di azioni pacate. Governare sembra molto simile a studiare.

 

Ben si capisce come in una sezione periferica del Partito Comunista una scrivania appaia come una sorta di trofeo, risultato di una conquista riuscita. È appena arrivato un mobile ma, attraverso quello, ha fatto il suo ingresso il mondo lontano della cultura, con l’alone di potere che allora sembrava coronarla. La foto dei giovani di Cavezzo e del sindaco Savani si muovono lungo la medesima traiettoria e certificano il ruolo simbolico assai più che funzionale del mobile-scrivania.

 

 

Oltre Atlantico, all’incirca nello stesso periodo delle due fotografie emiliane, questo carico simbolico si intensifica con accenti diversi. È un uomo d’affari in giacca e cravatta, leggermente brizzolato, quello che ti guarda dietro la sua scrivania, in una pagina pubblicitaria del 1948 circa (la si trova su The visual telling of stories di Chris Mullen, l’«enciclopedia lirica» che qualche mese aveva segnalato su queste pagine Stefano Chiodi). Si è appena tolto gli occhiali e guarda il cliente con un atteggiamento confidenziale e autorevole nel medesimo tempo. Dalla finestra si scorgono i grattacieli della metropoli; a sinistra scaffali ricolmi di volumi tra cui spicca una cornicetta dorata, naturalmente con la fotografia della famiglia. Sul piano davanti a lui si intravvede il set che caratterizza ormai immancabilmente la scrivania e che troviamo, con ben poche varianti, nell’iconografia consueta del politico o dell’uomo d’affari al lavoro: il sottomano in pelle, la base con portapenne a sfera, il portapenne cilindrico, il portaposta, il tagliacarte, il porta carta assorbente.

 

 

 

Ma in queste immagini pubblicitarie, come del resto nelle stesse fotografie, spicca quella che potremmo chiamare, col Roland Barthes di Miti d’oggi, un’«iconografia troncata»; come osservava Barthes, «camminare è forse – mitologicamente – il gesto più banale, quindi il più umano. Ogni sogno, ogni immagine ideale, ogni promozione sociale, cominciano col sopprimere le gambe, si tratti di un ritratto o dell'automobile». Non c’è dubbio che il mezzobusto dietro alla scrivania serva proprio a costruire l’immagine mitica dell’uomo d’affari o del politico. L’uno e l’altro quasi non si riescono a staccare dalla scrivania. Nell’archivio dell’Istituto Luce esiste una serie di scatti del 1962 che ritraggono l’onorevole socialista Guadalupi sempre dietro alla propria scrivania mentre scrive, legge o telefona.

 

 

Ma come mai si fa fotografare, stando sempre seduto, mentre guarda con un binocolo verso un orizzonte lontano? Si tratta di un modo per stemperare la severità del suo ruolo di onorevole?

 

 

Non c’è dubbio che la foto che Alan Stanley Tretick scattò a John Kennedy al lavoro nello Studio Ovale mentre il figlio John Jr. spunta al di sotto della scrivania sia diventata celebre anche grazie al tono di familiarità che coinvolge l’imponente mobile in legno; tanto più che esso ha persino un nome, Resolute desk, in quanto realizzato col legname dell’omonimo vascello inglese e poi donato dalla Regina Vittoria al presidente R. B. Hayes nel 1880. La scrivania per antonomasia nel luogo di comando per eccellenza – la Casa Bianca – impone insomma una sorta di understatement e questo spiega il succedersi di foto del presidente degli Stati Uniti che vogliono essere confidenziali e intime: seduto in poltrona, allunga le gambe sul piano della scrivania, da solo o in compagnia di alcuni collaboratori. Lo si è visto fare a Gerald Ford, a George W. Bush e anche a Obama.

 

 

 

 

Dobbiamo a Silvio Berlusconi un tardo, quanto vistoso recupero del ruolo della scrivania come posto di comando. È certamente sua l’immagine politica «troncata» più importante degli anni Novanta nel nostro paese, la videocassetta della cosiddetta «discesa in campo» del 1994. Gli scaffali in legno scuro, alle spalle, ospitano la libreria, ma anche alcune cornicette (una dorata) con le immagini dei familiari; ed ecco la scrivania, inquadrata solo sul piano, ma con alcuni oggetti tipici del set, a cominciare dal lungo tagliacarte metallico in primo piano. Le mani ora si limitano a fermare i fogli con il discorso, ora si stendono con sicurezza lungo il bordo della scrivania. Il «corpo del capo» è «troncato», ma è proprio quanto serve a ribadire ora il mito dell’imprenditore di successo e a rappresentarlo come potenziale guida politica del paese.

 

 

 

Quella della scrivania è un’autorevolezza che rassicura e intimidisce al tempo stesso, un po’ come quella del professore in cattedra o del conduttore di un telegiornale. Il leader del centro-destra se ne servirà pubblicamente in un’altra occasione: poco prima delle elezioni del 2001, ebbe l’idea di firmare il cosiddetto «contratto con gli Italiani» nella trasmissione di Bruno Vespa; naturalmente non poteva andar bene un tavolo qualsiasi, ed ecco entrare in scena una solenne scrivania, pienamente fornita con il consueto apparato di strumenti.

 

 

Ma ormai il lato compassato e, in fin dei conti, troppo austero della scrivania sembra aver fatto il suo tempo: la comunicazione politica cerca forme più dinamiche e uno sguardo rapido agli abiti scelti da questo o quel parlamentare in questi ultimi anni descriverebbe plasticamente questa traiettoria di allontanamento dai modi e dai comportamenti tipici dei decenni scorsi. Lo stesso Berlusconi nel ben noto «discorso del predellino» (2007) sceglierà posture più instabili e provvisorie, ma più dirette e inattese: appunto lo scalino di un’automobile circondata dalla folla in piazza San Babila a Milano.

 

L’apparizione sulla scena politica di Beppe Grillo coincide con il declino della scrivania come elemento costitutivo dell’immagine del leader politico. Invece del contatto frontale suggerito dalla scrivania, invece dello spazio colloquiale e circoscritto del salotto dei talk-show, Grillo sceglie senza esitazioni il palco (ben sperimentato negli anni di attività come uomo di spettacolo). In questo modo il raggio d’azione è più ampio, diretto e imprevedibile: una scrivania, ma «molto, molto più in grande».

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