Babele alla rovescia

“La torre del Carburo, che sorge in mezzo alla Buna [...], siamo noi che l'abbiamo costruita. I suoi mattoni sono stati chiamati Ziegel, briques, tegula, cegli, kamenny, bricks, tégak, e l'odio li ha cementati; l'odio e la discordia, come la Torre di Babele, e noi così la chiamiamo: Babelturm, Bobelturm; e odiamo in essa il sogno demente di grandezza dei nostri padroni, il loro disprezzo di Dio e degli uomini, di noi uomini. E oggi ancora, così come nella favola antica, noi tutti sentiamo, e i tedeschi stessi sentono, che una maledizione, non trascendente e divina, ma immanente e storica, pende sulla insolente compagine, fondata sulla confusione dei linguaggi ed eretta a sfida nel cielo come una bestemmia di pietra”. È un passaggio di Se questo è un uomo, il libro più celebre di Primo Levi. L’accostamento che fa è suggestivo e paradossale. Del resto, molto è paradossale in quell’opera. Essa riferì d’una “(soprav)vivenza” in forma di allegorie. Dante insegna: come, altrimenti?

 

 

La “favola antica” procede da una lingua unica, assoluta, alla sua dispersione in una pluralità di idiomi tutti relativi. La maledizione è l'irrompere della differenza, con cui il Dio della Bibbia vanifica l'impresa umana dissennata. La nuova Babele ha una condizione di partenza opposta: la differenza delle espressioni. Non è una favola, peraltro. Si verifica nella storia. “Il sogno demente”? Percorrere a ritroso la via della maledizione divina, con una “bestemmia di pietra”. Si procede così alla “Vernichtung”, all'annientamento delle molte espressioni verso un’unità e un assoluto “cementati dall'odio”. Neanche nella “favola antica”, del resto, l'amore pare determinare l'attitudine di protagonista e comprimari: così, almeno, nella lettura tradizionale.

 

Come la torre di Babele, la torre del Carburo è opera inane: lo sanno tutti, vittime e carnefici. Testimonia efficacemente solo una sconsideratezza: il tentativo, appunto, di rovesciare Babele. Di imporre finalmente la lingua delle cose e dei fatti. La lingua con cui globalmente, per tale ragione, finalmente ci si intende. La lingua univoca e in cui tutti i conti si dice tornino. Eternamente sognata, sempre invocata e contrapposta alle lingue delle parole. In queste capita invece che i “mattoni” non siano dappertutto la medesima cosa. Anche perché, nelle parole di cui sono fatti (e che, in quanto parole, sono veri e propri fatti), sono “Ziegel”, “briques”, “tegula”, “cegli”, “kamenny”, “bricks”, “téglak” e ancora molto altro.

 

Anche la lingua che parla la torre del Carburo, “bestemmia di pietra”, è del resto una lingua. L’obiettivo blasfemo non la salva dalla tabe d’essere umana. La torre ha infatti la sua funzione e il suo valore in un sistema di segni. Fa da figura di un discorso. La torre è appunto e ironicamente non una cosa ma un’allegoria. Esattamente la funzione che la parola di Levi restituisce a chi la legge, con il dettaglio d'una narrazione di indiscutibile veridicità, di stupefacente accuratezza, di non ancora cessata attualità. Naturalmente, a chi la legge e vuole capire, perché ha vivo il sospetto che, certo non dalla Auschwitz materiale e dalla sua materiale torre del Carburo, ma dal Lager di alcuni valori manifestati da Auschwitz e dalla sua torre del Carburo, ammesso sia ancora possibile, si faccia fatica ad evadere.  

Comparso sotto altro titolo sul Corriere del Ticino il 17 dicembre 2016
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