La sindrome di Dirk Hamer
Nel 1933, a Buenos Aires, Federico García Lorca tiene una conferenza in cui prova a delineare lo spirito nascosto della dolente Spagna, inseguendo i contorni sfuggenti del duende, spirito della terra che monta dalla pianta dei piedi di artisti e interpreti che lo possiedono e gira nel sangue, potere misterioso, energia primitiva che mescola amore e morte, dolore e canto, ed evoca suoni neri, “radici che sprofondano nel limo che tutti conosciamo, che tutti ignoriamo, ma da cui ci giunge quanto è sostanziale nell’arte”, scrive García Lorca.
Il duende compare più volte nel libro di Luca Mastrantonio, Piombo e latte (Bompiani, 2025); il pretesto è un lapsus della sorella di chi racconta, che, mentre discute la tesi su questo testo, chiama l’autore spagnolo con il nome del fratello, uno slittamento involontario, una coincidenza minima, la prima di moltissime che attraversano il racconto, lo puntellano, tenendo insieme linee narrative connesse e divergenti.
Il duende Mastrantonio lo diagnostica anche al protagonista del suo libro, perno narrativo attorno a cui gravitano i piani del racconto: il Dottor Ryke Geerd Hamer, pioniere della Nuova medicina germanica (“Il duende è un dono raro, ma è già un miracolo riconoscere chi ce l’ha. […] Io so riconoscerlo, non credo di averlo, mentre Hamer sì, ce l’aveva il duende, nel carisma affabulatorio, nella dolente familiarità con la morte e con sua sorella minore, la speranza. La sua grande intuizione è nel ballo stretto tra psiche e corpo, ma è anche la sua grande maledizione, perché alla fine pensa di guarire il corpo torturando l’anima”).
Per raccontare quella grande intuizione, seguirne effetti e derive, misurarne portata, contaminazioni e conseguenze, l’autore parte da un tratto di mare tra Corsica e Sardegna, nel braccio ventoso delle Bocche di Bonifacio.
Nel prologo l’autore ha diciotto anni e si trova a dormire in barca per la prima volta durante un corso di navigazione a vela vicino all’Isola di Cavallo, nelle stesse acque dove, circa vent’anni prima, un ragazzo di diciannove anni viene ferito mentre dormiva in barca da un proiettile che fora la carena e lo colpisce recidendo l’arteria femorale. Per caso, chi scrive è “finito sulla linea di tiro di quel proiettile che ha continuato a vagare di notte in notte, di dolore in dolore, di speranza in speranza, colpendo di rimbalzo, di striscio o in piena fronte persone in tutto il mondo, e tutt’ora lo sta facendo e continuerà a farlo finché l’incantesimo non verrà rotto.”
Quello che viene ferito, e che di lì a qualche mese morirà in ospedale, è Dirk Hamer, figlio del Dottor Hamer.
Chi spara – come si desume dalle ricostruzioni – è Vittorio Emanuele di Savoia, re senza un regno, principe ereditario in esilio.
L’incantesimo è la nuova teoria che si propone di rivoluzionare la medicina e riscattare quel dolore, quella “che ti promette di guarire da ogni male, ma alla fine ti fa solo morire d’illusioni” e il lavoro narrativo di Mastrantonio è un tentativo di spezzarlo, di scioglierne le spire, risalire alle sue origini e scardinarne i meccanismi, neutralizzarne il fascino e smascherarne le fallacie, proprio a partire dal punto in cui tutto ha avuto inizio.
Nato vicino a Dusseldorf nel 1935, Ryke Geerd Hamer studia medicina e teologia all’Università di Tubinga, supera gli esami ed esercita come medico in Germania. Nel 1978, quando suo figlio viene ferito vicino a Cavallo, lui ha molti debiti e grandi progetti e il tragico evento segnerà uno spartiacque: l’inizio di una battaglia che occuperà la maggior parte della sua vita, contro il Principe che ha sparato e a favore della teoria che da quel trauma vedrà la luce: “la morte del figlio sembra l’unico evento mai accaduto nella sua vita e che continua ad accadere ogni giorno senza fine. Il passato è un prologo e il futuro una sua prosecuzione, in forma di dono.”
Il dono è un’invenzione rivoluzionaria, una nuova architettura del dolore che promette di spiegare ogni malattia, diagnosi e cura universale che rivendica una guarigione naturale: una legge biologica che interpreta il trauma come origine di conflitti psichici, tradotti in risposte organiche ed erroneamente lette come patologie. Una catena di sintomi ribattezzata con il nome del figlio che l’ha ispirata, la Sindrome Dirk Hamer.
Secondo Hamer la malattia segnala la risoluzione di uno squilibrio, l’esaurirsi degli effetti del trauma (in effetti, è una benattìa): la diagnosi corretta è già parte della cura, l’altra metà è la rimozione delle cause che l’hanno innescata, nessun’altra cura o terapia invasiva deve essere intrapresa per non compromettere il naturale processo di guarigione.
Si tratta di una rivoluzione che richiede un nuovo punto di vista e un nuovo vocabolario, un lessico incontaminato che accolga “benattìa” ed elimini “tumore”, che nella vecchia medicina alludeva alla tumefazione degli organi colpiti dalle cellule in eccesso e in italiano “suona come una condanna senza appello, più che una diagnosi”, Tu muori: “una parola che toglie il fiato, non respiri più e il cervello aumenta la produzione di cellule cancerose dei polmoni. Ecco perché, secondo Hamer, la paura di morire viene scambiata per un tumore ai polmoni.”
Il paziente è dunque il miglior medico di sé stesso, conosce traumi e conflitti che gli mordono la carne e gli organi, e compito dei nuovi medici è solo instradarlo e proteggerlo dall’aggressione di altre terapie.
Il Testamento per una nuova medicina germanica, che compendia la teoria di Hamer, viene pubblicato nel 1987 e comincia a girare in Germania, Austria e Francia; a Burgau, il sindaco mette a disposizione del dottore un castello dove può fondare la sua clinica e formare nuovi medici.
Hamer si sente un nuovo Galileo che si occupa di corpi umani anziché celesti “la mia rivoluzione è il capovolgimento diagnostico, siamo noi i pianeti da studiare. Al centro del nuovo sistema solare c’è la persona”. Ma, soprattutto, come nuovo Galileo, rifiuta di abiurare.
La battaglia per difendere la sua teoria procede parallelamente e strettamente collegata alla battaglia giudiziaria contro il Principe Savoia, e contro tutta una folla di antagonisti e detrattori che, Hamer ne è convinto, cospirano contro di lui (i sodali del principe, la P2, alla quale il Principe risulta iscritto, un più esteso complotto ebraico-massonico con spire in ogni livello del potere, giudici, medici, avvocati…).
Il dottor Hamer muore il 2 luglio 2017 all’età di 82 anni, ma la sua teoria gli sopravvive, attecchisce dove il dolore è più esposto, ha la capacità di diffondersi come un contagio silenzioso, vede le ferite, le riconosce, le organizza in costellazioni di senso per trovare ragione del dolore, del buio che abbiamo dentro.
“Nulla o quasi può fermare la forza di attrazione di una cura che è il racconto di una storia che permette di verbalizzare i traumi profondi, invita a risolverli – li trovi, li risolvi, guarisci – e ruota attorno al concetto di conflitto, che è il cuore di ogni storia e ogni storia produce senso”.
Leggere la storia di Hamer e della sua teoria è come affacciarsi su un buco nero, una forza di attrazione potente che promette ordine e significato, ma rischia di risucchiare chi vi si avvicina senza difese.
Nei primi due capitoli del libro — Innocenza e Rigenerazione — l’autore ripercorre la storia di Angela, ragazza quasi diciottenne morta di una leucemia curabile perché rifiutò ogni terapia, sostenuta dai genitori seguaci di Hamer, poi indagati per omicidio colposo. La rilegge come controcanto alla storia di Dirk, suo coetaneo all’epoca della morte: due traiettorie parallele e un filo rosso che le lega, che il libro progressivamente porta alla luce, sciogliendo nodi che avvolgono anche la vita dell’autore, lutti, ferite, relazioni e destino.
A un certo punto anche chi scrive si scopre contagiato, si accorge di aver cominciato a guardare la malattia e l’esperienza umana con lo sguardo clinico di Hamer, indagando conflitti, responsabilità, omissioni, rovistando nel dolore altrui alla ricerca di nessi di causa ed effetto, come se ogni sofferenza chiedesse di essere decifrata e spiegata: “da quando sono un tombarolo del dolore altrui? – si chiede chi scrive – Un anatomopatologo che viviseziona l’anima? Uno che azzarda autopsie per sfida, magari davanti agli occhi dei parenti, degli amici chiamati in causa come possibili ragioni di quella morte. Solo per trovare conferme di una teoria e provare a convincere gli altri che è vera. Non si dovrebbe mai pensare di avere una spiegazione semplice e universale a ciò che provoca un dolore unico e singolare negli altri”.
Eppure, la Nuova medicina germanica si impone inconsciamente come chiave universale per rispondere alla morte e alla paura: “mi resi conto che Hamer ti può liberare dalla paura di morire, ma poi non riesci a liberarti di lui. Lo schema ti entra in testa e non sei certo più forte, no, al contrario, prenderlo alla lettera ti rende più fragile, più ipocondriaco, più passivo-aggressivo, perché ti senti facilmente minacciato. Temi che un conflitto subìto ti faccia ammalare, trovi facili capri espiatori, torni al malocchio: come altro chiamare chi ti può uccidere con un’occhiata?”.
Nel risvolto di copertina si legge che Piombo e latte appartiene a quello che Javier Cercas definisce il genere letterario delle domande, e intorno ad alcuni interrogativi aperti l’autore costruisce un dispositivo narrativo che funziona come un’investigazione.
Affronta la materia del libro come un caso da risolvere, al pari dell’indagine che scorre parallela nel libro, e va dallo sparo che provoca la morte di Dirk al processo che scagiona il presunto assassino senza dissipare sospetti e placare il bisogno di giustizia.
Mastrantonio prova a usare contro Hamer la sua stessa teoria, ricerca il conflitto alla base, ricostruisce la catena degli eventi, la trama della storia.
“C’è un filo rosso che va dal colpo del principe Savoia, contro cui ho combattuto, ai colpi che ho subito per difendere la Nuova medicina germanica” scrive Hamer, e Mastrantonio lo segue in questa dimensione dove tutto si tiene, si risponde: la tragedia di Cavallo è il fremito d’ali che muove il vento e innesca una reazione che non si ferma, uno “squilibrio di forze tra vita e morte, giusto e ingiusto, torti e ragioni, alibi e vendette, innescato da quello sparo per cui l’unico responsabile è stato assolto. Quello squilibrio che si è trasferito da Hamer, padre della vittima e vittima a sua volta, alle vittime della sua cura, i pazienti, colpiti dalle schegge di quel proiettile vagante”.
Quella interconnessione tra le cose si riverbera anche nel libro, dove tutto sembra collegato da fili invisibili (“Angela aveva rivelato una costellazione dove il tempo e lo spazio sono sospesi. Era morta di cancro, come Andrea, per una cura che mi riportava alle Bocche di Bonifacio, vicino all’isola dove tutto è nato, e dove ho festeggiato i miei diciotto anni, età che Angela ha vissuto per pochi giorni.”).
Il libro è seminato di coincidenze, echi di premonizioni apparenti, corrispondenze, dualismi e correlazioni che intessono con la forza dei simboli un ordito sottile e pervasivo.
Come il piombo e il latte: i 4 grammi di piombo estratti dal corpo di Dirk – il piombo delle pallottole – e il latte che chiedeva Dirk fino a poco prima di morire, quello che beveva avidamente quando correva, più veloce di tutti, sulla pista di atletica. Il piombo delle lettere tipografiche e il latte che i tipografi bevevano a litri perché rallentava l’intossicazione da saturnismo, la diffusione del piombo nel corpo, che prende il nome dal dio romano a cui si votavano gli alchimisti illusi di trasmutarlo in oro. Il metallo, veleno alieno, e l’antidoto, alimento materno.
È forse la tentazione di Hamer o lo strascico della sua teoria, che promette di collegare tutto, di sopire domande e dubbi, allettante e spietata: “A volte, per un attimo, invidio chi riesce a far tornare sempre i conti, ma poi ho il terrore che sotto sotto non ci creda neanche lui e si troverà a fronteggiare un vuoto ancora più profondo” – scrive Mastrantonio – “Ogni volta che parlavo della teoria a qualcuno, vedevo il suo sguardo cambiare. E non parlo di chi l’aveva conosciuta ed era ancora ferito, ma di chi la ignorava e se ne incuriosiva restandone invischiato. Bel paradosso, per una teoria che nega la contagiosità dei virus, attecchire da una mente all’altra”.
La teoria di Hamer porta con sé una storia potente, attinge al dolore, alla paura, alle domande che ci si agitano dentro, è una storia di violenza, morte, rinascita, con antagonisti ed eroi, sconfitte e rivincite, una costruzione narrativa dove gli eventi si collegano, si rispondono, si spiegano e tutto è coerente: “amiamo le storie perché regalano pezzi di senso anche quando raccontano gesti insensati. Le storie, per essere tali, e cioè rimandare la morte, hanno bisogno di una fine, la fine è il loro scopo. Quelle di finzione finiscono quando termina il racconto che si è iniziato a inventare. Ma quelle che non abbiamo iniziato noi, le storie vere, quando finiscono?”
Per rispondere Mastrantonio dipana la sua indagine lungo un tempo ampio, ritorna nei luoghi della storia, parla con i protagonisti e indaga la propria vicenda personale, setaccia i luoghi e le vite in cui le schegge della teoria di Hamer sembrano aver attecchito.
Tra questi c’è Birgit, la figlia di Hamer, che era in barca con Dirk e si è battuta con ancor più determinazione e integrità del padre per dare giustizia al fratello.
L’incontro con lei sarà cruciale per liberarsi dalla malattia di Hamer, “suo padre aveva il duende, – le dirà chi scrive durante un incontro – una mente poetica che creava la realtà, la sua vita è stata una corrida dove a volte era il toro, a volte il torero, per alcuni è un eroe, Teseo, per altri è un mostro, il Minotauro”.
Per Birgit è solo un padre. “Di un padre si può dire solo che è un padre”, e i suoi errori, i suoi inciampi, non possono pregiudicare giustizia e verità.
Nella sua visione, dietro la trama degli eventi si cela una forza superiore, “nessuno è figlio unico”. Anche lei possiede il duende di Lorca, ma è diverso da quello del padre, non è sfida alla morte, ma apertura verso l’umanità (il duende “non è solo opporsi alla morte con dei versi, né ballare il flamenco bussando alla terra o prendere il Toro per le corna nell’arena insanguinata, ma pensare di ogni essere umano che può essere nostro fratello, nostra sorella, ogni volta che nasce, ogni volta che muore.”)
Birgit è l’anello che aggiusta la catena, che permette di chiudere il cerchio.
Verso la fine del libro chi scrive si trova insieme a suo padre davanti alla tomba di Dirk, al Cimitero acattolico di Roma. Ha in mano una copia di A passeggio con Keats, di Cortázar, poco distante c’è la tomba del poeta di Ode su un'urna greca e di lì a poco incontrerà una donna che, nell’anniversario della morte, visita il sepolcro di quel giovane ragazzo tedesco che nei mesi prima di Cavallo prevedeva, entro un anno, di essere o morto o famoso.
L’autore parla con lei di Dirk, della teoria di suo padre e delle conseguenze che anche lei ha sofferto. Parlano di una falla nelle ricostruzioni di Hamer, una minuscola stortura, una piccola crepa che fa franare l’intera impalcatura teorica e il suo potere distruttivo. E parlano di Keats, e della poesia che celebra la bellezza inaudita dell’immaginare il suono degli strumenti musicali dipinti, di Antonioni e di Blow up, che è ispirato proprio a un racconto di Cortázar e “tutto torna, tutto si tiene, il nulla sembra fuori dal cerchio, al riparo dal serpente che si morde la coda. Farmaco e veleno”. Il cerchio si chiude. Hamer, sconfitto dalle sue stesse parole, può finalmente riposare e la storia trovare la fine.