È l'Europa che lo vuole

Si faceva cenno, nello scorso post, al precedente Governo. Ma ora alla Presidenza del Consiglio c’è Mario Monti, a capo di un “governo tecnico”. Si palesa così la deposizione delle armi dialettiche da parte della politica, in favore di un deus ex machina incarnato - anzi no, perché è dis-umano -, interpretato da una maschera criptica della tecnologia.

 

C’è stato un tempo in cui la politica ragionava, si fa per dire, per stereotipi paternalistico-feudali. C’è un tempo, quello odierno, in cui le ragioni della politica, o meglio di chi governa, sono altrettanto oscure, oscurate. Il basso continuo è quello del comando: ora è l’“Europa” che lo “vuole” e, se non fosse drammatica la situazione in cui versa la democrazia occidentale, ci sarebbe da ridere, pensando al ciclotimico Zenone (Enrico Maria Salerno) che schiamazza “Deus vult” ne L’armata Brancaleone (Mario Monicelli, 1966). E così, a me Mario Monti sembra tanto diverso quanto omologo del dottor Max, l’isterico padrone dell’omonimo libro di Goffredo Parise, pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1965 e ristampato l’anno scorso da Adelphi:

 

Si ricordi che, anche se lei si considera giustamente e molto realisticamente mia proprietà, in realtà non lo è e anzi lei è libero. Voglio dire, lei fa benissimo a considerarsi tale e mostra una intelligenza pratica che io alla sua età non avevo. Però, lo stesso, si ritenga libero. E, tra le altre cose, volevo dirle che non è necessario che lei timbri il cartellino all’orologio. Lo facciano gli altri. Lei no. Questo le darà, a differenza degli altri, la libertà morale di venire puntuale al mattino se non in anticipo. Cioè sarà lei stesso a farsi scupolo di venire puntuale e non la minaccia delle multe.

 

(Goffredo Parise, Il padrone, Einaudi, Torino 1971, pp. 57-58)

 

C’è di più. Proprio in questi giorni, quando la latitanza - per utilizzare un eufemismo - del ministro Lorenzo Ornaghi ha almeno permesso l’affaire che ha coinvolto il MAXXI di Roma (storie incredibili di “interpretazioni” di bilanci previsionali comunicate ad arte con fini imperscrutabili, mentre chiarissimo è il colpo inferto alla credibilità del nostro sistema museale all’estero), nelle pagine di Parise emerge con forza la macchiettistica figura dell’artista servant e irriverente per posa. Un tipico esempio di debole-con-i-forti-e-forte-con-i-deboli, che nel nostro Paese è un evergreen:

 

Attorniato da tutta quella gente il pittore Orazio saltellava come una marionetta sospesa sui fili, con baciamani alle donne che ridevano e strette di mano o buffetti sulle guance agli uomini. Si capiva che aveva portato una ventata di allegria e di cordialità in quell’ufficio altrimenti deserto e immerso nella gravità del lavoro. Anche il dottor Max sembrava ringiovanito, un vero ragazzo, e la malinconia a cui si abbandonava durante quei lunghi soliloqui a fior di labbra era completamente sparita dai suoi tratti e dal suo modo di camminare. Ora sorrideva serenamente, appoggiato allo stipite di una porta e stava ad ascoltare il pittore Orazio che si esibiva in un velocissimo gioco di parole.

 

(Goffredo Parise, Il padrone, Einaudi, Torino 1971, p. 32)

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