Mo Yan, e poi gli altri

L’attualità, si sa, è lontana dalla letteratura. Ne è nemica. Avevo in programma giusto per oggi di raccontare un paio di incontri con scrittori più giovani (A Yi, anni 36, cupo come la pece, Yan Ge, anni 25, solare come la sua età). Poi a cena (mentre in Italia si pranzava) vengo letteralmente sommerso da sms su Mo Yan, dall’Italia. Rispondo: bene; grande; sì! Ma anche per troncare in fretta, lo scambio di messaggi.

 

Davanti a me c’era Zhu Wen, scrittore atipico, poco noto in Cina e fuori, regista cinematografico piuttosto (a far quel lavoro lì sei sicuro che c’è un budget per te) premiato a Venezia e Berlino, che non si scompone più che tanto: mi dice: sì, lui è il mainstream (stiamo parlando in inglese), l’accademia. Comunque è un bene per la Cina, aggiunge. Zhu Wen mi dice che, percorrendo l’Europa poco tempo fa, ha avvertito un cambio di scenario: i suoi interlocutori sapevano che la Cina esisteva. Detta così suona un po’ forte, ma noi, per esempio, noi editori di autori asiatici, aspettiamo da tempo che l’Asia e la Cina si impongano sui media, che si cominci a capire quanto è cambiato il mondo.

 

Io sono sorpreso, devo dire: qui, tra gli scrittori, Mo Yan è considerato un po’ un autore di stato. Dice Zhu Wen: lui lavora per l’Esercito (già, è membro dell’Esercito Popolare di Liberazione), da loro riceve un salario regolare: sento quella punta di invidia di chi invece, nel suo piccolo, alla scrittura ha dovuto rinunciare, perché il cinema almeno paga. Ma Zhu Wen su Mo Yan è serafico: sì, è un bravo scrittore. Io sono sorpreso perché la giuria del Nobel è nota per una certa attenzione al sociale e al politico, e non avrei mai creduto nel premio a Mo Yen. La Cina è grande, la Cina è potente, il giapponese Murakami è sconfitto e la disputa sulle isole Diaoyu (Senkaku, in Giapponese) si risolverà a favore del Paese di Mezzo (che ha appena varato una portaerei modernissima, su tutte le prime pagine per qualche giorno: attualità). Chiedo a Zhu Wen: ti aspettavi che un uomo così allineato venisse premiato? Lui non è certo un dissidente. E allora, come sempre, sottilmente sento che c’è un mutamento di atmosfera, e Zhu Wen si guarda attorno: meglio non nominare in pubblico parole ‘sensibili’: c’è il Congresso, l’8 di novembre si eleggono le cariche più alte del Partito, e quindi si definiscono gli assetti di potere dello Stato. È un momento delicato. Zhu Wen mi chiede come è andato l’incontro con A Yi.

 

A mo’ d’esempio allora riporto alcuni tweet (ma in Cina non c’è Twitter: c’è Weibo che è il Twitter cinese – di stato) di qualcuno tra i blogger dissidenti più famosi (grazie agli amici di China Files, una pattuglia di TQ italiani che fa giornalismo freelance dalla Cina!).

 

“Mo Yan ha vinto il Nobel. Congratulazioni! Quando qualcuno ottiene un premio così grande, l’onore non è più solamente il suo, ma della lingua, dell’etnia e della nazione che rappresenta. Congratulazioni a Mo Yen, congratulazioni alla Cina! (Ma Jia).”

“Gugong = Forbidden City.  Mo Yan = Forbidden Speak” (Zola).

“Il ritiro di un premio ha un che di realismo magico: tenere sempre alta la bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi, continuare a farsi guidare dal pensiero del Marxismo-Leninismo, il pensiero di Mao Tzedong, la teoria di Deng Tsiao Ping.” (Liu Miao)

“Come si ottiene un premio in Cina? ‘Senza parole’.” (Michael Anti).

“Mo Yan ha vinto il Nobel protetto dallo spirito di Mao Tzedong. Quando ritirerà il premio ringrazierà il Partito e il Presidente Mao?” (Crazy Crab).

 

È la Cina con cui dobbiamo fare i conti questa. Cos’è la censura? Mi hanno detto: è un po’ come il saper stare a tavola: ci sono delle buone maniere da rispettare, devi sapere da solo quando fermarti, fino a dove puoi spingerti, cosa evitare, dove invece provare a affondare il coltello nella piaga. Mo Yan lo ha fatto col suo romanzo più recente, che affronta (criticamente) la tematica del figlio unico, che la Cina ha reso obbligatorio per legge: ecco: di un problema così si può parlare, se ne può discutere.

 

 

E non è un caso che io ieri mi tenessi in tasca, dopo aver incontrato A Yi e Yan Ge, proprio questa tematica: dopo due belle chiacchierate, nelle quali il loro proprio essere figli unici è venuto fuori con prepotenza: A Yi, a trentasei anni, ancora tiene dentro di sé un irrisolto: la sua famiglia, che tanto lo criticò quando decise di lasciare la polizia (e i cadaveri nella neve, i sepolti vivi, e tutto quel che vien fuori poi nei suoi racconti che di allucinatorio hanno sicuramente molto). Fece il giornalista sportivo (fece la fame, insomma), ora la notorietà è arrivata con la scrittura: ma i figli unici subiscono sempre la pressione quasi efferata di una famiglia che vede in loro l’unica forma di previdenza sociale possibile.

A Yi fa parte di quella ‘generazione di mezzo’, i trenta-quarantenni (lui ne ha trentasei: nell’89 della carneficina ne aveva tredici, quindi arriva dopo) schiacciata tra i grandi vecchi (eccoci: e in Italia non diremmo TQ? Non diremmo rottamare? E per loro il premio a Mo Yan è un vantaggio o uno svantaggio?) e i più giovani sesso-drog-rock and roll, o più recentemente chicklit, che vende a raffica. Ne parleremo con calma.

 

Yan Ge, 25 anni ma lontana mille miglia dalla generazione ‘shining China’ (la locuzione la invento io lì per lì, anzi qui per qui), anche lei ossessionata da una famiglia (di letterati illustri e intellettuali) che le sta addosso, che le critica ogni capitolo, ogni frase e, dice, sì, se avesse avuto un paio di sorelle sarebbe stato più facile: non a caso il romanzo migliore, l’ultimo, è riuscita a scriverlo lontana, nel suo anno di residency alla Duke University, sulla costa atlantica degli States. Forse dovrà scappare più spesso, per riuscire a scrivere. Via dalle pressioni della famiglia e, anche, di una industria editoriale che in loro, giovanissimi, aveva visto una miniera d’oro: ho scritto tanto, mi confessa (dieci libri tra i quindici e i venticinque anni!): quantità più che qualità.

 

Ma oggi vanno in ombra, A Yi e Yan Ge. C’è l’attualità, il grande timoniere della letteratura cinese è sugli scudi. Parole dalla Cina: quelle che si posson pronunciare, quelle che van declinate obliquamente, quelle che ci si gira attorno.

 

Per telefono commentiamo il Nobel con Lijia Zhang: ex operaia, che scelse l’esilio alla fine degli anni novanta e da Londra (da Oxford!) scrisse un memoir (in inglese oxfordiano: Socialism is Great) centrato sul suo ’89 di rivolta in fabbrica: mi dice subito che la letteratura e la politica sono due cose diverse, che non è d’accordo con la critica di Ai Wei Wei rilanciata poche ore fa da tutte le agenzie di stampa. E che lei è felice dell’attenzione che finalmente il mondo ha per la Cina (lei, che però il suo memoir non l’ha tradotto e pubblicato in Cina: non può, nonostante sia ora protetta da un passaporto UK). Poi sgancia due bombette: sì sono capolavori, ma un po’ di editing gli avrebbe fatto bene. Lijia, che dici? Mah, sai, qui è difficile essere scrittore, ti senti sempre imbalsamato, legato dal fatto che puoi parlare di questo e non di quello, e la tua creatività ne risente: è in questo senso che non sei libero, non hai spazio mentale. E poi: io comunque fra i due avrei scelto Murakami, e penso sia l’opinione di qualunque lettore cinese sotto i trentacinque.

 

Insomma la Cina c’è, il mondo se ne accorge: ma stia attento al modo in cui se ne accorge. Di Mo Yan lessi Sorgo Rosso molti anni fa: mi piacque, ma senza impressionami tantissimo. A me pare, perché un giudizio devo darlo, che lui sia sicuramente il più raffinato della propria generazione, una generazione costretta a molti compromessi (ci metto dentro anche i registi), e inevitabilmente portata a produrre l’immagine di una Cina ‘carina’, anche quando la vicenda narrata è tosta, quando il tema è difficile.

La Cina è ruvida, tostissima. Attento, Occidente, non fermarti all’attualità. Scava. 

Il premio Nobel Mo Yan. In alto, nel testo: un'immagine dal film "Sorgo Rosso", diretto da Zhang Yimou

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