Speciale: Sanlorenzo

Dal 1958 i cantieri navali Sanlorenzo costruiscono motoryacht su misura di alta qualità, distinguendosi per l’eleganza senza tempo e una semplicità nelle linee, leggere e filanti, che si svela nella scelta dei materiali e nella cura dei più piccoli dettagli.

Brueghel: e la nave va

Sulla Caduta di Icaro di Brueghel la parola definitiva l’ha detta W. H. Auden nella poesia Muséé des Beaux-Arts (1938). Io vorrei proporre qui un’aggiunta, spero non superflua. Le parole definitive non chiudono i discorsi; li aprono, piuttosto, come sapeva anche W. C. Williams che infatti ha scritto venti anni dopo (nel 1960) Landscape with the Fall of Icarus. È la meraviglia delle parole, che continuano dopo la fine. Vanno avanti, come navi sull’oceano mare, spinte dai venti della perfezione. O del disastro. È del bellissimo vascello a mezz’altezza a destra, e delle altre navi, che vorrei dire qualcosa. Il quadro è noto: sulla sinistra in primissimo piano un contadino sta arando la terra; accanto sulla tela, ma lontano per la prospettiva, ci sono un gregge e il suo pastore con lo sguardo rivolto in alto, dove non c’è niente, ma potrebbe esserci Dedalo, che compare in un’altra copia del quadro del Musée des Beaux-Arts di Bruxelles che è qui in esame (e che potrebbe essere a sua volta una copia: ma qui non importa);      sotto, di spalle, piccolo, c’è un pescatore accanto a un cespuglio su cui è posata una pernice (simbolo della cupidigia e del guadagno illecito,...

Una mostra ai Tre Oci / John Pawson: Less is more

“In viaggio, come d’altronde nella vita, il meno è quasi sempre il meglio”, dice William Hurt, nel film di Lawrence Kasdan, Turista per caso. Minimo non è meno, non è poco, eppure entrambi hanno a che fare con l’arte del togliere. Togliere è liberare dall’eccedente, eliminare quel che è eccessivo. Di tutto l’umano cercare, forse una delle arti più difficili e sublimi. Un’arte che avvicina all’essenziale, sapendo che apre una direzione e non definisce una meta, in quanto se il minimo essenziale è tale, lo è perché è irraggiungibile. La sua importanza sta nel cercarlo sapendo di non poterlo raggiungere mai. Una sfida alla nostra tensione desiderante, che sceglie la via della ricerca per selezione, verso la leggerezza e la valorizzazione del lavoro della luce che, a ben vedere, fa la parte della grande scultrice nel prender forma delle cose.     Quel che si produce sotto i nostri occhi, instancabilmente, di fronte alle fotografie, come del resto di fronte all’intera opera e al segno inconfondibile di John Pawson, è una trasformazione silenziosa. Gradualmente il movimento, condotto dallo sguardo si abitua a una trasformazione silenziosa, appunto, grazie alla quale l’...

San Lorenzo / Navi appese ai soffitti

La prima impressione non è quella che conta, almeno davanti a questo quadro di Vittore Carpaccio (Venezia, Gallerie dell’Accademia). Ci sembra di essere davanti a uno scatto a colori, secoli prima dell’invenzione della fotografia. Come fossimo anche noi all’interno di una chiesa veneziana agli inizi del Cinquecento, ci vengono incontro – con tutta evidenza – la durezza dei marmi, l’irregolarità degli intonaci, il graduarsi delle ombre; e i dettagli più minuti, a cominciare dalle pale e dagli altari della parete di fondo, che è la navata destra della chiesa di Sant’Antonio di Castello, un edificio che a Venezia non esiste più.    Entrando si vedono due grandi pale dipinte, ciascuna con tanti santi su fondo aureo, opere che per stile e struttura sono di certo anteriori a quella del terzo altare, appartenente alla famiglia Ottobon; lo riconosciamo per la struttura architettonica in marmi bianchi e per la pala che raffigura un grande monte. Poco tempo dopo il quadro che stiamo osservando, Carpaccio lavorerà proprio per questo altare, ed eseguirà un’affollata Passione dei Diecimila Martiri del monte Ararat (che reca la data 1515); che cosa è allora la pala dipinta che vediamo...

Da Botticelli a Turner / Navi stanche

Riempire lo spazio di un quadro: condizionati come siamo dalla visione romantica dell’artista in preda alla potenza dell’ispirazione, ci sembra che questo non sia un problema suo, al massimo del pittore dilettante; crediamo insomma che l’intuizione creativa iniziale si estenda uniformemente in tutte le dimensioni dell’opera e vada a occupare ogni sua area. Eppure c’è un episodio che smentisce questo nostro pregiudizio. Nel 1573, in piena stagione controriformistica, Paolo Veronese viene sottoposto a un interrogatorio presso il Sant’Uffizio, sospettato di inserzioni eretiche in un suo dipinto dell’Ultima Cena; a un certo punto, incalzato dall’inquisitore, il pittore se ne esce con questa frase: “se nel quadro li avanza spacio, io l’adorno di figure, secondo le inventioni”. In altre parole, secondo Veronese, una volta che sia leggibile il soggetto principale, l’artista può fare quello che vuole.  Il desiderio di riempire gli spazi diventa esplicito in certe fasi della storia dell’arte – l’alto medioevo, ad esempio –, e per esse si usa un’espressione mutuata dall’antico lessico scientifico, “horror vacui”. In realtà non si tratta affatto di “paura del vuoto”, ma del bisogno di...

San Lorenzo / Faber navalis

La forza delle immagini, più spesso di quanto si direbbe, dipende meno dalla qualità artistica che dalla scelta del soggetto. A paragone delle opere di grandi maestri della stessa epoca, il livello delle incisioni che compongono la raccolta di Giacomo Franco (Habiti d'huomeni et donne venetiane ..., Venezia 1614) è decisamente modesto. Ma l’argomento scelto per una di esse ha ben pochi confronti, e non solo nel panorama del tardo Rinascimento.      L’incisione contiene una sorta di lunga didascalia: “Questa è la porta del maraviglioso Arsenale, nel quale del continuo si fanno galere, ed altri vasselli da guerra, e questa gente che si vede è la maestranza, la quale entra la mattina ed esce fuori la sera, con bellissimo ordine”.  In altre parole, è l’uscita degli operai alla fine di una giornata di lavoro. Il luogo di cui si parla è da secoli uno dei più importanti cantieri navali d’Europa, rinomato al punto che anche Dante ne aveva parlato nell’Inferno (21, 7-15):   Quale ne l’arzanà de’ Viniziani  bolle l’inverno la tenace pece a rimpalmare i legni lor non sani,  ché navicar non ponno – in quella vece  chi fa suo legno novo e chi ristoppa...

San Lorenzo / La spedizione degli Argonauti

“Su tutti gli abissi del mare, soltanto una nave si vede”, così scrive Valerio Flacco descrivendo una delle profetiche sculture che decorano la porta del tempio di Febo nella Colchide, dove sono da poco approdati proprio con quella nave gli Argonauti, il fior fiore degli eroi della Grecia pre-iliadica guidati da Giasone, per sottrarre il prodigioso Vello d’oro al suo attuale possessore, il re Eeta, figlio del Sole, che secondo loro non avrebbe diritto di detenerlo. La nave è Argo, la prima nave secondo certe versioni del mito, la migliore e più veloce secondo altre, ma pur sempre la prima ad avere un suo nome e a sfidare il mare aperto, rotte ignote. Nei tempi antichi le navi erano considerate esseri viventi, con gli occhi dipinti a prua per permettergli di orientarsi sul mare sconfinato. Alcuni dicono che Argo avesse invece una polena a forma di ariete, forse lo stesso del vello d’oro, anche se una cosa non escluse l’altra: nelle strategie apotropaiche abbondare non guasta. Infatti Poseidone, notoriamente possessivo e permaloso, considerava ogni navigazione come un’offesa personale: tanto più nei confronti di Argo che per prima aveva osato violare il suo regno.   Per questo...

San Lorenzo / La Nave Argo

Sulla pagina di un manoscritto carolingio, oggi a Londra (British Library, ms. Harley 647), una nave è disegnata con parole. Piccoli cerchi punteggiano l’imbarcazione, alcuni sulla poppa ricurva, altri sul doppio timone, altri ancora accanto lungo la chiglia e sul capo di banda.     Il resto dello scafo è tracciato appunto da parole latine, alcune in inchiostro scuro, altre in rosso. È una poesia figurata, tema a cui Giovanni Pozzi nel 1981 aveva dedicato un saggio straordinario per Adelphi. Che cosa ci fa una nave così congegnata, e oltretutto senza alcun marinaio, su un codice medioevale? È la mitica nave Argo: per spiegare la sua presenza su una pergamena degli inizi del IX secolo occorre intraprendere un itinerario solo in apparenza complicato. L’antico mito racconta che il re Pelia ordinò a Giasone di raggiungere la Colchide (la regione del Caucaso) e di riportargli il Vello d’oro, il prodigioso manto dorato di un ariete alato. Questa, a dir la verità, è solamente la rapida sintesi dell’intricata serie di vicende che precedono la partenza di Giasone, per non parlare delle peripezie che attendono l’eroe durante e dopo il lungo viaggio.   L’imbarcazione...

San Lorenzo / Le navi dei re magi

Ogni parola, ogni frase dei vangeli è stata sottoposta nei secoli a un’indagine stratificata, un’interpretazione resa più complessa dalle diverse lingue implicate e dalle necessarie traduzioni: occorreva coglierne prima di tutto il significato letterale, poi i rimandi simbolici e allegorici, i riferimenti storici, i richiami all’Antico Testamento. Ma non di rado tutto lo sforzo interpretativo veniva (e viene) deluso dalla concisione del testo; è quello che accade per una frase del vangelo di Matteo (2.12): “per un’altra strada fecero ritorno al loro paese” (per aliam viam reversi sunt in regionem suam). L’evangelista sta parlando dei Magi, protagonisti di un breve racconto che nei vangeli apocrifi e negli interpreti dal medioevo in poi si allarga e si arricchisce di vicende, luoghi e atmosfere lontane; uno straordinario condensarsi di leggende riassunto pochi anni fa da Franco Cardini (I re Magi, leggenda cristiana e mito pagano tra Oriente e Occidente). Matteo – l’unico degli evangelisti a parlarne – lascia inevase diverse domande: chi erano questi “alcuni Magi”, e come si chiamavano? quanti erano, e da quale parte dell’“Oriente” provenivano? Che cosa era la “stella” che li aveva...

San Lorenzo / La gondola meccanica

  Quale oggetto è legato a una città (e una sola città) come la gondola a Venezia? Senonché, avete letto “gondola” e non avete pensato all’imbarcazione. Avete pensato ad attori famosi (come Gary Cooper nel 1955), ad altre celebrità (seguite da paparazzi in motoscafo), a palle di vetro con la città lagunare, ad Alberto Sordi e Nino Manfredi in un film di Dino Risi (Venezia, la luna e tu, 1958), a James Bond-Roger Moore con la sua gondola a motore in Moonraker (1979). Ma vi verranno soprattutto in mente coppie di innamorati in luna di miele, oppure la canzone di Aznavour (“Com'è triste Venezia se nella barca c'è / soltanto un gondoliere che guarda verso te...”).     Questo stereotipo delle gondole “romantiche” in una Venezia per turisti era già ben saldo più di un secolo fa, tanto da spingere i Futuristi a una proposta semplice, distruggerle: “Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini...” (Contro Venezia passatista, 1912).  Le gondole di Venezia e il chiaro di luna – sì, proprio quello detestato dai Futuristi – stanno assieme in un passo di Goethe, nel suo diario di viaggio in Italia; ma qui, a dispetto di Marinetti e amici, non c’è nessun languore,...

Navi / Il vino, il mare e le navi

Una nave nel vino? E che nave, visto che è guidata da Dioniso in persona. Sto parlando di una coppa in ceramica oggi conservata a Monaco. Oggetto tutt’altro che ovvio per il nostro sguardo moderno, abituato a pensare che le opere d’arte siano nate solo per essere contemplate a una giusta distanza, in spazi dedicati. Questa invece andava maneggiata, portata alle labbra (era una sorta di calice), magari usata anche per giocare.     Nella Grecia antica verso il 530 a. C., coppe come questa non venivano usate nei pasti quotidiani, ma unicamente nel simposio. Questa parola, symposion, viene spesso tradotta in modo improprio con “banchetto” (anche un film di Marco Ferreri si intitolava Il banchetto di Platone); il fatto è che non abbiamo nella nostra cultura una pratica (e un termine) corrispondenti. Potremmo chiamarla una “bevuta in comune”. Ma anche in questo modo qualcosa non è chiaro, perché subito ci viene in mente un gruppo di amici che bevono allegramente in un posto qualsiasi, e qualcuno si ubriaca anche. Il vino nel simposio greco c’era eccome, ma il contesto in cui entrava era più complesso. L’ha raccontato benissimo Maria Luisa Catoni, pochi anni fa, in Bere vino...

Navi / Wiligelmo e l’arca

La prima imbarcazione della tradizione ebraico-cristiana non è una nave: è l’arca di Noè. Agli inizi del XII secolo, sulla facciata del duomo di Modena, uno dei più grandi artisti del Romanico – Wiligelmo – deve fare i conti con il singolare racconto che ne fa la Genesi, il primo libro della Bibbia: scolpisce infatti una struttura che non assomiglia per niente a una nave.      Disgustato dalla cattiveria degli uomini – racconta la Genesi – Dio ordina a Noè di costruire un’arca in cui ospitare la moglie, i figli e le rispettive mogli, e tutte le specie animali; qui potranno rifugiarsi e sfuggire al tremendo diluvio che cancellerà ogni cosa sulla Terra (Genesi, 6.14-16): “Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. Farai nell’arca un tetto e, a un cubito più sopra, la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore”. Una costruzione gigantesca e a più piani, eppure il termine usato nella versione greca della Bibbia è kibotós, cioè “scrigno”, “...

Sanlorenzo / Polene, le donne del mare

Polena è un termine abbastanza recente. Apparso verso la fine del Cinquecento, indica le immagini di animali o le figure umane che sono poste sulla prua delle imbarcazioni, nella parte arcata “di sotto dello sperone d’una nave”. Questa parte eminentemente decorativa, e perciò anche simbolica, trae il suo nome dalla parola poulaine per via della somiglianza che avrebbe con le scarpe dette “alla polacca”, souliers à la poulaine, le quali erano di forma molto allungata con il finale all’insù. Il nome le è stato assegnato in età Barocca nell’epoca in cui, tra il XVII e il XVIII secolo, si erano imposte per le navi che solcavano i mari. In quel periodo, come asseriscono i trattati di navigazione e marineria, le imbarcazioni di grossa stazza cambiano forma nella parte anteriore della prua: l’estremità, prima dritta, aggettante e bassa sulla superficie del mare, viene trasformata in un tagliamare di forma tonda “che si ripiega all’indietro verso il castello prodiero”.    Il luogo d’esordio delle polene è la Francia, e proprio lì alla corte reale deve essere nato il paragone con gli stivaletti dei cavalieri polacchi dalla punta arrotondata. Tuttavia le navi avevano già avuto in...