Szymborska. Non togliete dal mio dorso la terra

«Fino a non molto tempo fa, nei primi decenni del nostro secolo, ai poeti piaceva stupire con un abbigliamento bizzarro e un comportamento eccentrico. Si trattava però sempre di uno spettacolo destinato al pubblico. Arrivava il momento in cui il poeta si chiudeva la porta alle spalle, si liberava di tutti quei mantelli, orpelli e altri accessori poetici, e rimaneva in silenzio, in attesa di se stesso davanti a un foglio di carta non ancora scritto. Perché, a dir il vero, solo questo conta». Cioè, “la gioia di scrivere” quanto non è ancora scritto.

Le parole di Wisława Szymborska, pronunciate il 7 dicembre 1996 a Stoccolma in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, ci introducono, con la ferma chiarezza che distingue il suo stile, alla mostra di cui parleremo.

Dal 16 giugno al 3 settembre 2023 il Museo d’arte contemporanea Villa Croce di Genova ospita la mostra monografica Wisława Szymborska. La gioia di scrivere, curata da Sergio Maifredi e allestita dallo scenografo Michał Jandura, con la consulenza e la collaborazione scientifica di Andrea Ceccherelli e Luigi Marinelli. La mostra è prodotta dal Comune di Genova e dal Teatro Pubblico Ligure, in coproduzione con l’Istituto Adam Mickiewicz di Varsavia, il patrocinio della Fondazione Wisława Szymborska di Cracovia, e in collaborazione con l’Istituto Polacco di Roma e il Goethe-Institut Genova (la Germania è stata fra le prime nazioni a riconoscere il valore di Szymborska con l’assegnazione del Premio Goethe 1991).

La mostra genovese è l’occasione per compiere un viaggio nella vita e nell’universo di Wisława, fra “poesie, lettere e cianfrusaglie”. Sono presenti documenti personali, carteggi privati, opere grafiche, collages. Wisława Szymborska aveva frequentato le avanguardie polacche, diventando amica di Tadeusz Kantor. Fin da giovane era stata attratta dall’illustrazione e dalla grafica ma poi aveva scelto di tradurre in versi la sua visione del mondo. La passione per l’arte visiva è rimasta come gioia privata nei “collages di amicizia”, spediti agli amici in occasioni di festa, immagini infantili ritagliate come composizioni surreali, di cui in mostra vediamo esemplari provenienti da collezionisti privati, fra cui Jarosław Mikołajewski, poeta e scrittore. Agli ottanta collages originali si affiancano frammenti ingranditi del suo taccuino, lettere d’amore (a Corneli Filipowitz, ancora inedite in Italia), fotografie (molte opere della scrittrice Johanna Helander, per diversi anni fotografa ufficiale dei protagonisti dell’intelligentja polacca), e dieci poesie inedite ritrovate in buona parte tra le carte dell’archivio di Adam Vlodek, primo marito di Wysława. Completano la mostra un film documentario, documenti di viaggio e cento massime estratte dai suoi versi. Non dimentichiamo che Genova appartiene di diritto alla geografia poetica di Wisłava. Le edizioni Silva, nel 1961, pubblicano Poeti polacchi contemporanei, a cura di Carlo Verdiani, e il volume ospita sette poesie, inedite in Italia, della Szymborska. Scheiwiller editore pubblica Gente sul ponte nel 1996, pochi mesi prima dell’assegnazione del Nobel. Inoltre, per la traduzione di Piero Marchesani, era uscita nel 1993 una plaquette “taschinabile”, La fiera dei miracoli, qui esposta in mostra con poesie di Wisława e matite di Alina Kalkzynska.

Tra le dieci poesie inedite ne cito una, datata 1966, ritrovata fra le sue carte d’archivio e tradotta da Andrea Ceccherelli: il suo titolo è Racconto antico: «Il sole tramonta per tre intere pagine, / la notte cala con ampi fraseggi / una falena secca sulla parola luna. / Qualunque cosa accada qui, accadrà nella cornice / climatica opportuna. / L’autore dà a ciascuno secondo il suo cuore: / chi piange ha la pioggia oltre il vetro, / chi sorride un piccolo raggio di sole, / gli infami tramano nella bufera. / Un giovane puro alla luce di stelle calcolate / s’inginocchia al cospetto di un’angela. L’angela / vola via su orlature di morbida mussola. / Una strega curva come un manico di brocca / dice ‘cugina’ a una nuvola gonfia di grandine. / Da un capoverso all’altro la tempesta è passata…»

Con la consueta “sprezzatura”, che riduce al minimo le risonanze sentimentali, Szymborska spiega come la poesia sia proprio quella cosa scritta nella carta del foglio, e niente di più. Dalla finzione letteraria non si scappa: la materia è quella, con i suoi limiti e la sua forza. Da questa ironica consapevolezza nasce la sulfurea ironia del colloquio intrapsichico, intimo ma sovversivo, che la poetessa non smette di offrire al lettore. Le catastrofi del mondo non sono vaghe occasioni di protesta ma dettagli visibili che mettono in luce l’integrità di sentimenti assoluti, come testimonia la sua esemplare poesia dedicata al crollo delle torri gemelle di New York, nel 2001:

«Sono saltati giù dai piani in fiamme – / uno, due, ancora qualcuno sopra, sotto. / La fotografia li ha fissati vivi, e ora li conserva / sopra la terra verso la terra. / Ognuno è ancora un tutto con il proprio viso e il sangue ben nascosto. / C’è abbastanza tempo perché si scompiglino i capelli e dalle tasche / cadano gli spiccioli, le chiavi. / Restano ancora nella sfera dell’aria, nell’ambito di luoghi / che si sono appena aperti. / Solo due cose posso fare per loro – / descrivere quel volo / e non aggiungere l’ultima frase».

Non c’è un’ultima frase, didascalica e risolutiva, nella secchezza etica della sua poesia, ma al contrario un voler andare oltre i concetti comuni e le frasi fatte, un cercare sempre una parola nuova che salvi dal disastro della fine con uno stile ricco di esprit de finesse. La lucida asciuttezza, nella composizione La cipolla, è esemplare. Lodando nell’ortaggio comune la mancanza di interiorità, descrivendo la cipolla come una fuga perfetta di forme, Szymborska ci ammonisce: quella perfezione è solo “idiozia” e noi, invece, con grasso, nervi, muco, siamo, sì, imperfetti, ma vivi. Leggiamola nella versione del polonista Piero Marchesani (1942-2011), esperto di Bruno Schulz e di altri autori polacchi, che con ottimi risultati ha tradotto l’opera omnia della poetessa in La gioia di scrivere. Tutte le poesie 1945-2009 (Adelphi, 2009):

«La cipolla è un’altra cosa. / Interiora non ne ha. / Completamente cipolla / Fino alla cipollità. / Cipolluta di fuori, / cipollosa fino al cuore, / potrebbe guardarsi dentro / senza provare timore. // ...Coerente è la cipolla, / riuscita è la cipolla. / Nell’una ecco sta l’altra, / nella maggiore la minore, / nella seguente la successiva, / cioè la terza e la quarta. / Una centripeta fuga. / Un’eco in coro composta. // La cipolla, d’accordo: / il più bel ventre del mondo. / A propria lode di aureole / da sé si avvolge in tondo. / In noi – grasso, nervi, vene, / muchi e secrezione. / E a noi resta negata / l’idiozia della perfezione».

Una seconda poesia inedita presente in mostra, L’ape e il vetro, restituisce con immediatezza la sua voce, sempre risoluta contro ogni violenza, ma leggera come un divertissement, sottilmente drammatica, tesa fra un dentro e un fuori: «L’ape sbatte nell’intransvolabile / vista di un giardino in fiore / nel verde – perché mai – pietrificato / nel cielo – chissà come – schiacciato / E noi che guardiamo siamo dèi / noi sappiamo che sbatte sul vetro / e possiamo compiere un miracolo / perché sui vetri abbiamo potere...» (manoscritto non datato)

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Nella composizione della mostra Wisława è rappresentata, nelle diverse foto spesso riprodotte in grande formato, come l’icona pop, vivace, intellettuale, spiritosa, che è diventata nel tempo, conquistando decine di migliaia di lettori: i suoi versi e la sua figura vengono citati sulla stampa, alla radio e in televisione, comparendo in canzoni e spettacoli teatrali, in graphic novel e centinaia di siti web, blog e video. In Italia è nato anche il primo libro saggistico dedicato all'opera della poetessa polacca, Szymborska. La gioia di leggere. Lettori, poeti, critici, (Pisa University Press, Pisa, 2016) curato da Donatella Bremer e Giovanna Tomassucci.

Alcune parole di Wisława risuonano lapidarie come sentenze: «Preferisco il cinema. / Preferisco i gatti. / Preferisco le querce sul fiume Warta. / Preferisco Dickens a Dostoevskij». E alla domanda “Ma cos'è mai la poesia”, Szymborska risponde: «Più d'una risposta incerta è stata già data in proposito. Io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo come alla salvezza di un corrimano».

La poesia come “corrimano di una scala” è la sintesi del suo pensiero. I poeti sono spesso chiamati a spiegare qualcosa che loro stessi non riescono a capire. La risposta elusiva di Wisława sottolinea che l’ispirazione non è privilegio esclusivo degli artisti in genere: è qualcosa di indefinito, che nasce da un incessante non so. E precisa: «Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: “non so”. Piccole, ma alate. Parole che estendono la nostra vita in territori che si trovano in noi stessi e in territori in cui è sospesa la nostra minuta Terra. […] Anche il poeta, se è un vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso “non so”. Il poeta con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta d’una risposta provvisoria e del tutto insufficiente. Perciò prova ancora una volta e un’altra ancora, finché gli storici della letteratura non legheranno insieme con un grande fermaglio queste successive prove della sua insoddisfazione di sé, chiamandole “patrimonio artistico”».

Libera, lucida, disincantata, la sua poesia traversa mode e stili per approdare alla registrazione di crudeltà e paradossi dell’io-nel-mondo, testimone illuminista che prende la parola non per mostrarci le magie del linguaggio ma usandola come strumento di percezione etica, vicina in questo alla spietata aforistica di Stanislav Lec, qui sospesa nello stile brillante di una conversazione leggera, al limite dell’epigramma. La forma poetica di Wisława è un microracconto etico-filosofico che sviluppa immagini e metafore all’interno del monologo-apologo (talvolta assurdo, talvolta gnomico) rivolto al lettore. «Busso alla porta della pietra / – Sono io, fammi entrare / – Non ho porte – dice la pietra» (Sale, Scheiwiller, p. 113)

La poetica di Wisława è il racconto, scritto in diversi capitoli, di un disincanto: «Ofelia quando finì di cantare arie folli / corse fuori scena, preoccupata / per le pieghe della veste e per come i capelli / le cadevano sulle spalle» (Sale, op. cit., p. 31) Il titolo della prima raccolta antologica apparsa in Italia. Vista con granello di sabbia. Épesoe 1957-1993 (Adelphi, 1998), è indicativo. La vista non può spaziare nel vago infinito, essere assoluta. Deve fermarsi, prima, su un granello di sabbia: incontrare ostacoli, ombre, finzioni, cadute (“non togliete dal mio dorso la terra”). La poetessa, nella sua relazione all’assegnazione del Nobel, dice: «In un discorso, pare, la prima frase è sempre la più difficile. E quindi l’ho già alle mie spalle… Ma sento che anche le frasi successive saranno difficili, la terza, la sesta, la decima, fino all’ultima, perché devo parlare della poesia. Su questo argomento mi sono pronunciata di rado, quasi mai. E sempre accompagnata dalla convinzione di non farlo nel migliore dei modi. Per questo il mio discorso non sarà troppo lungo. Ogni imperfezione è più facile da sopportare se la si serve a piccole dosi». 

La gioia di scrivere, una mostra fatta di “poesie, lettere e altre cianfrusaglie”, ci indica come, per la lieve e allegramente disperata Wisława, conti di più il “fare poesia” che non il teorizzarla. Con i versi può inventare, munita di carta e penna, un universo autonomo, non privo di leggi ma indipendente dalle censure e dalle violenze del mondo: «C’è dunque un mondo / di cui reggo le sorti indipendenti? / Un tempo che lego con catene di segni? / Un esistere al mio comando incessante? // La gioia di scrivere. / Il potere di perpetuare. / La vendetta di una mano mortale» (“La gioia di scrivere”).

E, come ultima riflessione, ricordiamo la variante di una poesia, Le tre parole più strane, che leggiamo in un taccuino di Wisława: «quando pronuncio la parola futuro / la prima sillaba appartiene già al passato // quando pronuncio la parola silenzio / lo distruggo // E quando dico la parola niente / creo una cosa che non rientra nel nulla». Senza la terra in cui abitiamo, senza il foglio in cui scriviamo, non possiamo apprezzare la presenza della parola.

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