Un'intima estraneità: gli animali e noi

18 Giugno 2026

Un’intima estraneità, extimité la chiama Lacan. Essere intimi con qualcosa che tuttavia ci è completamente estraneo, che ci sfugge completamente. Si pensi alla relazione strettissima che ci tiene legati all’inconscio, ad esempio. Per la psicoanalisi il soggetto non è che la pellicola superficiale dell’inconscio. Non è che l’io abbia una ‘parte’ di sé inconscia, al contrario, è l’inconscio che, nel suo strato più esterno, quello in contatto con il mondo extra psichico, ‘ha’ l’Io (in realtà non ha nulla, perché l’inconscio non è qualcuno o qualcosa che possa avere alcunché. L’inconscio non è un soggetto, e neanche un oggetto. Non ne sappiamo proprio nulla, dell’inconscio). In questo senso la relazione della coscienza con l’inconscio è allo stesso tempo estremamente intima, appunto perché l’Io non è che una piega sottilissima dell’inconscio, ma è anche una relazione di assoluta estraneità, perché l’Io non sa nulla dell’inconscio: l’Io, propriamente, non è altro che questa radicale ignoranza dell’inconscio, cioè di sé stesso. È una relazione di extimité anche quella che tiene avvinto l’Io a quello che chiama, con una espressione avventata e presuntuosa, il “suo” corpo; un corpo, al contrario, che vive di vita sua, cresce, invecchia, si ammala, muore, del tutto indipendentemente da quello che il suo presunto ‘padrone’ pensa o vuole. Essere molto vicini, essere quasi la stessa cosa, ma anche e contemporaneamente essere del tutto lontani, completamente estranei.

Vale lo stesso con gli animali non umani (e non è certo un caso: non è che l’inconscio, gli animali, i corpi siano difficili da pensare; per il soggetto umano sono piuttosto l’impensabilità stessa). Siamo animali anche noi, dopo Darwin non possiamo più negarlo, oppure, se siamo animalisti, riteniamo che gli animali sono (quasi) come noi. È vero. Ma è altrettanto vero che gli animali non umani sono incredibilmente lontani da noi, dalla nostra forma di vita, da come sentiamo e pensiamo. Anche quando crediamo di sapere tutto, di un animale, in realtà non ne sappiamo nulla, perché appunto ne sappiamo soltanto quello che crediamo di saperne, quello che possiamo dirne. In questo senso, come ci ricorda Jean-Christophe Bailly nell’Intimità perduta. Visita agli animali (Exòrma, 2026), ogni animale è come il fantastico “uccello Nyiro”, che in realtà “non esiste. Ma quando si sente per la prima volta pronunciare Ewaso Nyiro, il nome del fiume che attraversa la riserva di Samburu, in Kenya, non si può non pensare a lui. Tutti gli animali […] tutti, senza eccezione, sono favolosi e possiedono, quando li si osserva, il prestigio di ciò che non si è mai visto prima, così come di quanto non si vedrà forse mai più” (p. 17). Anche se l’abbiamo visto mille volte, ad esempio un gatto, ebbene ogni volta che lo vediamo quel gatto ci sorprende, come appunto se non lo avessimo mai visto prima e mai più lo rivedremo: “classificati ma ribelli alla vertigine della tassonomia, vivi ma minacciati, ognuno di loro possiede qualcosa di quell’uccello inesistente o scomparso che, come un migratore che sorvola la Rift Valley e le montagne, i deserti e le pianure, si posa sugli incavi delle grandi acacie per cantare un canto antico e frugale di cui non capiamo le parole” (p. 17).

Allo stesso tempo quell’animale, quel fantastico uccello Nyiro, è comunque un animale, e anche noi, come ogni animale, viviamo e moriamo, mangiamo soffriamo e godiamo, anche noi siamo un corpo, che prima o poi morirà. Lo sappiamo, eppure quando incontriamo gli occhi dell’animale, qualunque esso sia, e che abbia o no gli occhi (anche quelli ciechi, a loro modo, ci interrogano con i loro ‘sguardi’ inumani), proviamo in fondo quello che si prova di fronte al pitone: in qualche modo sentiamo che fra noi c’è una vicinanza, perché anche il pitone è un animale, eppure si tratta di una vicinanza lontanissima. Bailly ne incrocia casualmente uno, tutto preso dalla “sonnolenza della digestione”: “ma cosa è possibile comprendere del serpente in generale, e del pitone, il re dei serpenti, in particolare? Niente, o quasi niente, in modo tale che una volta passata la paura e l’ammirazione, ci ritroviamo per una volta di fronte all’estraneità assoluta” (p. 43). Un’estraneità che può essere assoluta proprio perché, da un altro punto di vista, non possiamo non sentire che qualcosa in comune con quell’essere stranissimo l’abbiamo: siamo entrambi vivi, benché in modo appunto del tutto diverso. Ci è estraneo un sasso, o una nuvola, ma l’estraneità del pitone è così assoluta da rovesciarsi nel suo contrario, come succede con l’extimité fra coscienza e inconscio. E così, prosegue Bailly, “il sottile passaggio che permette di raccordare un tratto del mondo animale a qualcosa, pur vago, di cui possiamo avere l’intuizione, si restringe ancora: si mette in avanti un nome, l’animale avanza con lui, nell’ignoto – nessuna memoria di anelli nei nostri muscoli, nessuna traccia di serpeggiamento nei nostri influssi” (p. 43). Si tratta di un passaggio essenziale, degli animali spesso conosciamo solo il nome, ma il nome non fa presa su “un universo dove i nomi non sono mai esistiti” (p. 24).

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Fotografia di Michael Meyer - Unsplash.

Ecco perché, allora, quella di cui ci parla il filosofo francese è una “intimità perduta”, perché se c’è stato un tempo in cui l’umano poteva essere davvero in intimità con l’animale quel tempo ormai è perduto; o meglio, l’umano, propriamente, non è mai stato altro che questa intimità per sempre e da sempre perduta. Al contrario se si vuole non tanto recuperare l’intimità, quanto provare almeno a prendere atto della “presenza” (p. 11) animale, occorre, secondo Bailly, accogliere “la sorpresa, la sorpresa di esistere, non solo quella dell’ego existo” (p. 87). Si torna allora all’inconscio, perché che cos’è l’inconscio, se non appunto la “sorpresa” per una esistenza che non ha niente a che fare con l’umano “ego existo”? Ci sono una presenza, una vita, una sorpresa che non hanno nulla di umano, ma che proprio per questo sono potentissime, intimamente estranee appunto.

Così come sono inumane e inaspettate le vite che popolano le nostre case, sì, le ‘nostre’ case, vite aliene e incredibili che non riusciamo nemmeno a immaginare, le vite che scopriamo in Coinquilini bestiali. Conoscere, resistere o convivere con gli animali che si autoinvitano a casa nostra, dello zoologo Nicola Bressi (Aboca, 2026). Prendiamo il caso esemplare degli acari, i terribili temutissimi acari, che in tutti i modi cerchiamo di allontanare dalle ‘nostre’ case: ci sono “due specie di acari, Demodex folliculorum e Demodex brevis” che, propriamente, “non sono coinquilini di casa nostra, ma proprio del nostro corpo; vivono nei pori della nostra pelle e, o l’una o l’altra specie, (più raramente entrambe) li abbiamo tutti, e non c’è modo di privarcene senza danneggiare la nostra pelle” (p. 36). Detto in un altro modo, dal loro punto di vista, il ‘nostro corpo è la casa degli acari. Più in generale, “più anziani diventiamo, più la nostra pelle produce sebo e cellule morte, più abbiamo gli acari che fanno parte di quello che chiamiamo ‘microbioma cutaneo’ che dunque non comprende solo batteri, virus e altri microrganismi monocellulari, ma anche dei veri e propri animali” (p. 36). Non è che noi ‘abbiamo’ gli acari, piuttosto gli acari ‘hanno’ noi, che infatti siamo la ‘loro’ casa. Per non parlare dei cosiddetti acari della polvere (principalmente Dermatophagoides pteronyssinus, Dermatophagoides farinae, Euroglyphus maynei): “Eh, ma io ho polvere” dirà chi è fissato con la pulizia della ‘propria’ casa: “mi dispiace deludere ma è impossibile. Possiamo giustamente cercare di avere poca polvere a casa, ma ogni minuto noi (ma anche i nostri animali domestici e le nostre piante) produciamo tantissime cellule di scarto, e ogni volta che tocchiamo del cibo si sfregolano particelle invisibili, e ogni volta che (guai sennò) apriamo porte e finestre per arieggiare entrano milioni di particelle di polline, spore e cellule morte di chi passeggia, fiorisce o svolazza lì fuori. Tutto cibo per gli onnipresenti acari della polvere. E, ovviamente, arieggiando, entrando in casa e trasportando merci e oggetti, facciamo entrare pure nuovi acari” (p. 37).

Continuiamo a parlare di animali, ma non smettiamo di muoverci nel campo della psicoanalisi e dell’inconscio. Come scrive Sigmund Freud in “Una difficoltà della psicoanalisi” (1917): “l’Io non è padrone a casa propria”: il luogo più intimo, la ‘nostra’ casa, appartiene ad altri – all’inconscio, ma come abbiamo appena visto anche agli acari (l’inconscio ha le fattezze di un artropodo) – cioè non è affatto casa nostra. Scopriamo così un lungo elenco di viventi – che Bressi distingue fra quelli con tante zampe (a partire dallo julo – Pachyiulus Berlese – un genere di millepiedi dalla forma cilindrica) fino a quelli con due zampe (pipistrelli e piccioni) – che vivono in quelle che ottusamente continuiamo a chiamare le ‘nostre’ case. Ma come nel caso degli acari, non è affatto chiaro di ‘chi’ sia la casa in cui conviviamo, il più delle volte a nostra insaputa (l’analogia con l’inconscio è sempre più calzante), con così tanti altri viventi. Dal punto di vista delle blatte – ad esempio la Blattella germanica, la più comune nelle abitazioni umane – che vivono dietro e sotto i muri di casa ‘nostra’ quei muri sono la ‘loro’ casa, e siamo noi umani, semmai, gli intrusi che per di più cercano in tutti i modi, ma invano, di sterminarli: anche se, osserva infatti rassegnato Bressi, “sulla guerra globale alle blatte […] mi sa che dobbiamo ammettere una sconfitta, possibilmente che sia onorevole” (p. 175).

Intimità diventata estraneità, per Bailly, estraneità che nostro malgrado si trasforma in intimità, per Bressi: questo sono gli animali, una vicinanza abissalmente lontana, una lontananza insopportabilmente vicina.

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