Il lampadario etrusco di Cortona

27 Gennaio 2023
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Forse era destinato a un sepolcro monumentale, a rischiarare il buio dell’oltretomba. Forse qualcuno l’aveva dedicato in un santuario, solenne offerta agli dèi. Ma perché non pensare che prima avesse illuminato la sala di una qualche casa aristocratica, appeso a un soffitto con una robusta catena? Gli oggetti – quelli di oggi, come quelli di ieri – hanno a volte vicende intricate, soprattutto quando sono oggetti preziosi come il lampadario etrusco di Cortona.

Nel 1840, alcuni contadini al lavoro nella località La Fratta (come dice il nome, un luogo di cespugli e sterpaglie) scoprirono il grande lampadario bronzeo e lo consegnarono alla proprietaria del terreno, la signora Luisa Bartolozzi Tommasi. La prima domanda che vorremmo porre al manufatto rimane inevasa: chi lo portò in quel posto così defilato e privo di altre testimonianze archeologiche? A meno che, tra II e I secolo avanti Cristo, qualcuno l’abbia volutamente nascosto nel timore dell'arrivo in zona dei coloni romani. 

Una volta portato alla luce, gli esperti del tempo, che facevano capo all'Accademia Etrusca di Cortona, si accorsero della rarità del reperto e fecero in modo che il lampadario non andasse sul mercato, seguendo la strada di tanti materiali archeologici che già nell'Ottocento erano usciti dal nostro Paese. Da allora la stessa accademia cortonese ospita e mostra questo capolavoro della sapienza artigianale degli Etruschi. E da quel momento, nessuno studioso del mondo etrusco poté fare a meno di sottolineare la qualità artistica del lampadario cortonese.

Venne realizzato, forse a Orvieto, verso il 330 avanti Cristo; la tecnica fu quella della fusione a cera persa, la stessa usata per le grandi statue in bronzo della Grecia classica, i Bronzi di Riace ad esempio.

C'è un solo spazio privo di decorazioni: la vasca circolare in cui veniva versato l'olio combustibile, magari mescolato a sostanze profumate; da qui pescavano gli stoppini, infilati a loro volta nei sedici beccucci sull'orlo. Tutto il resto del lampadario è rivestito da una sequenza di piccole sculture a rilievo: un'attrazione per l'ornamento che i Greci non condividevano affatto, presi com'erano dalla bellezza armonica del corpo umano e dei suoi movimenti.

Eppure, tutte le decorazioni del lampadario provengono dal mondo mitologico della Grecia antica. Ecco – tra un beccuccio e l'altro – le teste di Achelòo, il dio fluviale rappresentato in forma di toro. All'esterno dei beccucci si alternano figure di satiri e di Sirene, le figlie di Achelòo, secondo alcuni.

Ali e non pinne: infatti le Sirene – da Omero e per tutta l’antichità – hanno l'apparenza di minacciosi uccelli. È solo nel medioevo che avviene la metamorfosi che ci è familiare, e le sirene prendono l’aspetto di fascinosi esseri acquatici.

Accanto a ciascuna sirena alata, ecco un satiro che suona ora la sýrinx, ora l'aulós: il primo è il flauto a canne tipico dei pastori; il secondo è una sorta di oboe dal suono forte e acuto. Strumenti che si adattano perfettamente al carattere dei satiri, esseri metà animali, metà uomini: agli occhi dei Greci rappresentavano le insidie del mondo selvaggio, il pericolo degli istinti sfrenati e irrazionali. A togliere ogni dubbio, se ne stanno lì seduti a gambe aperte, esibendo sfrontati il loro sesso in erezione.

Gli artigiani etruschi non erano ancora soddisfatti: sotto ogni satiro inseriscono dei piccoli delfini e, ancora sotto, le onde del mare. Gruppi di animali in lotta circondano infine il tondo centrale alla base del lampadario, con il volto della Gorgone. Un volto del tutto frontale, così che gli occhi del mostro possano puntare quelli di chi guarda, e impietrirlo (come raccontava il mito antico). 

Per descrivere la violenza di questo ghigno, a metà Ottocento l’etruscologo inglese George Dennis si servì addirittura dei versi che Percy Bysshe Shelley aveva dedicato alla Gorgone degli Uffizi, attribuita a Leonardo.

Posta com’era sulla faccia inferiore del lampadario, non investita direttamente dalle fiammelle, l’immagine doveva apparire ancora più terribile nella luce diseguale, con la bocca aperta e i canini digrignati. La lingua estroflessa, poi, non era affatto uno sberleffo, ma una minaccia seria; la vediamo con lo stesso tono aggressivo anche in altre culture (nelle immagini della dea Khali o nelle danze di guerra dei Maori).

Una volta arrivate in Etruria, che cosa è accaduto a tutte queste immagini che erano nate in Grecia? Sia che il lampadario fosse esposto in un santuario o in un altro edificio, che cosa vedevano in questo oggetto gli uomini vissuti attorno al 330 e le generazioni successive? Il sistema di valori e di riferimenti letterari che si incardinava in quei miti era ancora altrettanto vivo in Etruria?

Domanda che vale anche per i vasi figurati che, prodotti in Attica dall'età arcaica all'età classica, vennero importati in Etruria a migliaia. Fino a che punto quella che ci sembra una globalizzazione ante litteram lo è stata davvero?

Insomma, non sappiamo se nel lampadario di Cortona i satiri continuano ancora a unire in maniera spericolata divertimento e ammonimento, come nel teatro di Atene in età classica e in moltissimi esemplari della ceramica attica. E la stessa domanda vale per Achelòo e le sirene, e la stessa Gorgone. Di certo, la maestria degli artigiani etruschi ha costretto gli uni e le altre a seguire una partitura nuova, adattati come sono ai beccucci e agli interstizi circostanti. Una partitura che contraddice volutamente l’andamento irregolare e sorprendente che regola i racconti e le storie: adesso le antiche figure del mito sono obbligate all’avvicendamento, alla ripetizione, alla simmetria. È la danza dell'ornamento.

 

Lampadario etrusco ©Gaetano Poccetti per MAEC.

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