Dee e donne etrusche

27 Gennaio 2024

In occasione della mostra intitolata Tesori etruschi. La collezione Castellani tra storia e moda, la Fondazione Luigi Rovati, che la ospita nella sua sede di Corso Venezia a Milano, ha patrocinato la stampa nella nostra lingua del volume di Sybille Haynes, Storia culturale degli Etruschi, edito da Johan & Levi (pp. 517, € 48.00) che raccoglie tutte le ricerche condotte dalla studiosa britannica nei suoi venticinque anni di curatela delle collezioni etrusche del British Museum. In questo suo libro, Haynes conduce per mano il lettore sciogliendo a poco a poco quei misteri che ancora avvolgevano la storia di questo popolo dal fascino arcano. Con linguaggio semplice, se pure altamente scientifico, lo guida a scoprirne le tradizioni religiose, la composizione sociale, l’economia e l’arte in un susseguirsi di capitoli che lo avvincono fin dalle prime battute. Ma sono soprattutto le notizie sul ruolo che la donna etrusca ha rivestito nella propria comunità a costituire il clou delle sue tesi, ampiamente sostenute dalla documentazione materiale, in assenza, purtroppo, di quella scritta.

Dei testi scritti etruschi, infatti, oltre alle iscrizioni, ci sono pervenuti soltanto alcuni frammenti, si sa, come, ad esempio, quelli dei famosi libri sacri, che contenevano quell’etrusca disciplina di cui parla Cicerone (De legibus, II, IX, 21) che molto ci avrebbero potuto illuminare. Per fortuna, per quel che può, alla mancanza della parola scritta, sopperisce l’archeologia, a chi la sa ben studiare.

E così, ormai andati oltre il mito, che li voleva eredi dei Pelasgi, e superata l’anacronistica tripartizione, appresa sui banchi di scuola, delle ipotesi avanzate nel tempo dagli storici sulla origine di questo popolo (l’orientale – Erodoto e Strabone – la nordica – tracce scritte nel loro alfabeto sulle Alpi Retiche – e l’autoctona – che lo fa coincidere con i Villanoviani), le evidenze archeologiche hanno confermato la vittoria della terza, ovvero quella che sostiene che gli Etruschi sono una popolazione nativa del suolo italico fin dai tempi più remoti, fin dalla tarda età del bronzo e la prima età del ferro, mentre la manifestazione compiuta della civiltà Villanoviana avviene intorno al X secolo a.C.: una storia lunga mille anni!

(Quant’era più seducente, però, pensarli figli dei Pelasgi insieme ai loro fratelli Elleni! Certo, la scienza conferisce verità alla storia, ma è la poesia ad abitare nel mito.)

Lungi dall’essere circoscritta a quell'area che viene oggi definita Etruria, la civiltà etrusca ha lasciato tracce di sé in molte zone della nostra penisola. Haynes ci informa che ne sono state rinvenute “non soltanto in Toscana, in alcune zone del moderno Lazio, nelle aree di Capua, Salerno [Fratte e Pontecagnano] e Sala Consilina, ma anche nella valle del Po e nella regione adriatica, vicino a Rimini e a Fermo. Uno dei centri settentrionali più importanti fu Bologna, l’etrusca Felsina.” Per non dire del grande porto di Spina, sul quale, per celebrarne i cento anni dal casuale rinvenimento, fino al 7 aprile 2024 è visitabile la mostra Spina Etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo.

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Museo Nazionale Etrusco, Villa Giulia. Bruciaprofumi su ruote, dalla tomba femminile 2, necropoli di Olmo Bello, Bisenzio (Lago di Bolsena). Seconda metà VIII sec. A.C. Bronzo fuso. sotto: dettaglio di statuette antropomorfe. Da destra a sinistra moglie, marito e figlio. Cerveteri, Museo Archeologico Nazionale, vaso dipinto dal pittore dell’Eptacordo, dalla necropoli di Monte Abetone, VII sec. a.C.

A proposito della condizione della donna all’interno del suo nucleo familiare, e quindi della stessa società villanoviano/etrusca, Haynes, avvalendosi delle evidenze archeologiche, ci dimostra che fin dall’epoca villanoviana la donna era ritenuta alla pari con l’uomo. Se si osservano infatti gli elementi decorativi che ornano il bruciaprofumi bronzeo rinvenuto sul Lago di Bolsena e oggi conservato al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, datato alla fine dell’VIII secolo a.C. si possono notare “sulle barre di collegamento orizzontali poste sopra le ruote, gruppi di figure, pur modellate in maniera sommaria, che rappresentano diverse attività della vita quotidiana, oltre a scene di caccia e di guerra. Su un lato, l’una accanto all’altra e della medesima altezza, [si trova un gruppo familiare costituito da moglie, marito e figlio]. La donna nuda trasporta un contenitore biconico [tipico della cultura etrusca fin dall’epoca villanoviana, destinato al trasporto dell’acqua, elemento essenziale per la vita e carico dunque di valenza simbolica] e un guerriero itifallico con elmo crestato e una lancia. […] Accanto a loro vi è una figura più piccola che indossa un perizoma e regge uno scudo.” La medesima altezza che connota sia la figura maschile che quella femminile dimostra “che accanto all’uomo – guerriero/cacciatore/pater familias – c’era una donna – moglie/madre/signora della casa – ritenuta sua pari.”

Anche nell’Olla globulare ad alto piede, un manufatto ceramico rinvenuto sempre a Bisenzio e datato al VII secolo a.C. sono effigiati, se pure schematicamente, uomini e donne che danzano insieme, con figure della medesima altezza, contraddistinte soltanto dal colore, neri gli uomini, rosse le donne. Esattamente “come avverrà nelle pitture tombali di epoca più tarda [dove] le donne sono solitamente dipinte con la pelle di colore più chiaro rispetto agli uomini.”

Un altro esempio, sempre risalente al VII secolo a.C., che mostra un uomo e una donna di pari altezza (e quindi di pari dignità) è il cratere con coppia di figure conservato a Cerveteri, dipinto dal pittore dell’Eptacordo. 

Dalle decorazioni che compaiono sul corredo funebre della tomba 85 a Podere Lippi (Verucchio in Romagna), databile tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII secolo a.C., appartenente probabilmente a una sacerdotessa, si può desumere che “nei rituali le donne aristocratiche avevano spesso ruoli uguali a quelli degli uomini, se non addirittura più importanti.” Inoltre, così come per gli uomini, anche per le donne etrusche era in uso l’onomastica bimembre, che utilizzava un nome proprio (il prenomen latino), seguito dal nome di famiglia (il nostro cognome).

Già dalle ultime fasi della stagione Villanoviana, “dopo la morte, le donne venivano sepolte secondo il medesimo rituale riservato agli uomini”, se pure con un corredo funebre meno spettacolare, anche se quello delle donne aristocratiche poteva essere straordinariamente ricco. Per di più il fastoso bruciaprofumi della tomba femminile di Bisenzio, di cui si è detto, dimostra che alcune donne svolgevano in certi culti un ruolo sacerdotale.

Inoltre, “sulla base delle iscrizioni e delle statuette votive di cui disponiamo, possiamo ipotizzare che le donne avessero il diritto di dedicare doni di vario genere all’interno dei santuari. Alcune statuette in bronzo che ritraggono figure femminili elegantemente vestite sono state identificate dalla gestualità e dagli attributi come raffigurazioni di donne devote, anziché di dee.”

Gli Etruschi, è noto, praticavano l’arte dell’aruspicina, che consisteva nella lettura dei fulmini, del volo degli uccelli, del fegato degli animali e di altri ‘segni’ per predire il futuro. “Anche le donne aristocratiche etrusche” ci informa Haynes “erano in grado di divinare esaminando il volo degli uccelli, come apprendiamo dalla storia di Tanaquilla raccontateci da Livio (Ab Urbe condita, XXXIV, 8): durante il decisivo trasferimento da Tarquinia a Roma, Tanaquilla e il marito Lucumone si trovano a bordo del loro carro sul Gianicolo quando un’aquila scende in picchiata e afferra il cappello di Lucumone, per poi poggiarglielo nuovamente sulla testa. Tanaquilla, esperta nella lettura dei presagi celesti, abbraccia il marito e gioiosamente gli annuncia che a Roma lo attende uno straordinario futuro: la direzione da cui proveniva l’aquila, inviata dagli dei, e il fatto che l’uccello gli abbia tolto il cappello sono segni propizi. Una volta entrato in città, Lucumone cambierà il suo nome in Lucio Tarquinio Prisco e in seguito diventerà re di Roma.”

Per quanto riguarda poi l’Olimpo, o Parnaso, o come dir lo si voglia, degli Etruschi, anche in esso abbondano le divinità femminili, molte delle quali con prerogative e attributi simili, se non addirittura identici, a quelli delle dee greche e romane. Su tutte dominava Uni, l’equivalente della greca Era e dell’italica Giunone, con in più qualche carattere della fenicia Astarte, protettrice anche delle partorienti. Eh, già, perché oltre a subire le influenze attiche, la cultura villanoviana/etrusca recepisce anche elementi ciprioti, euboici, fenici e, addirittura, egizi.

“La rilevanza delle divinità femminili in Etruria nel corso del periodo arcaico rimase costante. […] La natura complessa di questi culti, che comprendeva aspetti legati alla fertilità, alla protezione e alla salute come pure alla morte e alla rinascita, è attestata da innumerevoli oggetti e iscrizioni votive, oltre che da raffigurazioni ritrovate nelle tombe o nei santuari che sorgevano presso le necropoli.”

Il libro della studiosa britannica prosegue analizzando, sito per sito, ritrovamento dopo ritrovamento, le fasi più salienti, ed anche le più note, della civiltà e dell’arte etrusche, sempre con un occhio speciale rivolto alla posizione sociale delle donne. E ci informa che esse “prendevano anche parte agli spettacoli pubblici, sedute sulle tribune di legno (cfr. pittura parietale della Tomba delle Bighe, Tarquinia), oppure come artiste nel corso di rituali o rappresentazioni teatrali. Queste attività che si svolgevano all’aperto, come risulta dalle pitture parietali e dai rilievi sui monumenti funebri, erano complementari a quelle domestiche.” Tra queste ultime, le attività prevalenti, almeno per le donne di alto rango, delle quali furono addirittura uno status symbol, erano la filatura, la tintura e la tessitura della lana, ricavata sia dalle pecore, che dalle capre. Lo si può desumere dai numerosi utensili rinvenuti nelle tombe (fusi, fusaiole, pesi da telaio, conocchie e rocchetti in terracotta), dai frammenti di tessuto ancora oggi conservati su alcuni oggetti e da molte sculture.

La nascita delle città etrusche, con le case in mattoni crudi, sorgenti negli isolati generati da un reticolo a maglia quadrata di strade (di tipo ippodameo), lastricate e con le acque reflue canalizzate in condutture ipogee avviene nel periodo detto della orientalizzazione (720-575 a.C.).

Insieme alla città, si procedeva anche alla messa a regime delle campagne, soprattutto per favorire la coltivazione dell’ulivo e della vite, “gli ingegneri idraulici etruschi eccellevano nella realizzazione di sistemi di irrigazione e di drenaggio.” Gli Etruschi erano infatti grandi produttori di olio e di vino che esportavano sia via mare che via terra, in un grande commercio su scala europea. 

Contemporaneamente alle modifiche della città dei vivi, cambiano anche le necropoli e così, in luogo delle sepolture a pozzo e a fossa, con le splendide urne cinerarie, cominciano ad affermarsi le tombe a camera sotterranee, coperte da false volte, sovrastate, all’esterno, da tumuli monumentali, e ornate, all’interno, da sublimi pitture parietali che riproducono scene della vita quotidiana. Da queste si desume che “le mogli etrusche, a differenza di quelle ateniesi e di quelle della prima età romana, prendevano parte ai banchetti insieme ai mariti e bevevano il vino, pratica che attirò lo sdegno degli autori latini e greci di epoca più tarda.” Vi partecipavano in condizione di parità, anch’esse recumbenti, come era d’uso per gli uomini. In Grecia, invece, le uniche donne ammesse ai simposi erano le etere e le prostitute, spesso raffigurate nude, se non, addirittura, in scene erotiche, come si desume dalla pittura vascolare. Nulla a che vedere con la dignità e la libertà delle donne etrusche.

Anche i magnifici sarcofagi a tuttotondo in terracotta, cosiddetti degli sposi del V secolo a.C. (conservati uno al Louvre e uno a Villa Giulia), o quelli ad altorilievo in pietra, rinvenuti a Vulci, datati al IV secolo a.C. (ora entrambi a Boston), ci permettono di capire quanto la donna fosse considerata nella cultura etrusca: “tali rappresentazioni di marito e moglie che si prendono amorevolmente cura l’uno dell’altra non hanno paralleli nell’arte contemporanea greca e dimostrano che in Etruria l’atteggiamento prevalente nei confronti delle donne era profondamente diverso. […] Queste opere esprimono in maniera intensa la tenerezza reciproca degli sposi e la loro unione nella morte.”

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Roma, Museo Nazionale Etrusco, Villa Giulia, Sarcofago degli Sposi, terracotta policroma, 530-520 a.C. rinvenuto a Cerveteri, Necropoli della Banditaccia, zona est. Boston, Museum of fine Arts, Sarcofago di Larth Tetnies e della moglie Thanchvil Tarnai, necropoli di Ponte Rotto, Vulci, tomba dei Tetnies. Terzo quarto del IV secolo a.C.

Il sottosuolo della Toscana e dell’isola d’Elba, si sa, pullula di risorse metallifere, che già i Villanoviani avevano iniziato a sfruttare. Come ci ricorda Sybille Haynes, presso gli Etruschi: “grazie ai ricchi giacimenti minerari l’industria locale più fiorente era la metallurgia e nelle tombe sono presenti moltissimi utensili in bronzo, alcuni dei quali venivano esportati anche in Europa centrale [oltre che nei porti del Mediterraneo, ad Atene, Olimpia e in Magna Grecia], tra cui briglie e finimenti per i cavalli, vasi per banchetti, incensieri e suppellettili […] carri, armi, armature, tutti finemente decorati, ma anche utensili con elaborate figure a tuttotondo di creature mitologiche, demoni, animali che lottano e motivi vegetali.”

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Roma, Museo Nazionale Etrusco, Villa Giulia, Piccola cista in bronzo a corpo liscio. Di probabile assemblaggio moderno ha piedi costituiti da statuette di persona con maschera teatrale; sul coperchio figuretta avvolta nel mantello con parasole”, II secolo a C. 

Proprio in conseguenza della generosità mineraria del loro sottosuolo, ma soprattutto per la loro capacità di estrarre, di lavorare e di commercializzare il ferro, il bronzo e il rame, doti da loro acquisite fin dai tempi villanoviani, gli Etruschi furono molto ricchi. Amavano il lusso e non ne facevano mistero, si adornavano di gioielli preziosi, vestivano abiti ricercati molto dissimili dai semplici chitoni e pepli greci, che, in fondo, erano soltanto dei rettangoli di stoffa! 

Splendidamente abbigliati entravano essi nella morte. (D.H. Lawrence)

Amavano la musica, la danza, lo sport e la buona tavola e, forse, non avevano poi così paura della morte, perché credevano/speravano di poter condurre nell’aldilà, una vita simile alla loro terrena.

Le donne di potere etrusche, quelle appartenenti all’alta aristocrazia, erano molto emancipate ed anche spregiudicate, al punto da viaggiare addirittura sui carri e da condurre le bighe come gli uomini. Tito Livio, nella sua Storia di Roma [Ab Urbe condita I 34 e segg.] racconta con stupore, misto a riprovazione “l’arrivo a Roma della nobildonna etrusca Tanaquilla, originaria di Tarquinia [di cui ho già detto], accompagnata da suo marito Lucumone, figlio del re corinzio Demarato. La coppia viene descritta come seduta su un carro. […] A Roma, l’uso dei carri da parte delle donne era riservato unicamente alle sacerdotesse di Vesta, mentre le donne etrusche della famiglia reale di Tarquinio, discendenti secondo la tradizione da Tanaquilla e Lucumone, divenuto il quinto re di Roma con il nome di Lucio Tarquinio Prisco, continuarono a godere del privilegio concesso alle donne etrusche di alto lignaggio di viaggiare a bordo di carri persino a Roma.” E poi Livio, con il suo narrare tipicamente filoromano, scrive della protervia e della crudeltà di Tullia, figlia del sesto re di Roma, Servio Tullio (Ab Urbe condita I 39-42 e 46-48), che convinse suo cognato, il futuro Tarquinio il Superbo, “ad uccidere prima suo marito e poi il suo stesso padre, in modo da poter sposare il Superbo e diventare regina.” Donne volitive queste etrusche, e spietate, vien da dire. Ma ci sarà da crederci? Livio, si sa, è sempre stato di parte. Pensiamo a come ha bistrattato i fieri Sanniti. Purtroppo, la mancanza di testi redatti da storici etruschi (e anche sanniti) ci costringe a prendere per buone le tesi del preclaro patavino, con prudenza, tuttavia, e non come fecero alcuni autori della letteratura italiana del Cinquecento (cfr. Lodovico Martelli e G. Battista Girardi Cinthio) che ne presero spunto, ricamandoci sopra con intento moralizzante.

A proposito di clamorose smentite, poi, “le prove archeologiche contraddicono radicalmente i famigerati passi diffamatori degli storici greci Teopompo di Chio e Timeo del IV sec. a.C. e citati da Ateneo (Deipnosofisti, XII, 517d, 518a)” che sostenevano che le donne etrusche fossero tutte libertine che mostravano le loro nudità e concedevano le loro grazie a chiunque. 

…presso i Tirreni le donne sono tenute in comune, che hanno molta cura del loro corpo e che si presentano nude, spesso, tra uomini, talora fra di esse, in quanto non è disdicevole il mostrarsi nude. Stanno a tavola non vicino al marito, ma vicino al primo venuto dei presenti e brindano alla salute di chi vogliono. Sono forti bevitrici e molto belle da vedere.

I Tirreni allevano tutti i bambini insieme, ignorando chi sia il padre di ciascuno di essi: questi ragazzi vivono nello stesso modo di chi li mantiene, passando parte del tempo ubriacandosi e cambiando di continuo donna. (Teopompo, liber CLIII)

Nulla di più falso ed ingiurioso. Infatti, sia nelle pitture parietali che vascolari etrusche, così come nei bassorilievi e nelle sculture a tuttotondo (fatta eccezione per rari esempi, come il Bruciaprofumi di Bisenzio di cui si è detto e alcune figure femminili alate, di natura divina, dette Lasa, e poche altre), le donne, che fossero aristocratiche oppure ancelle, sono sempre raffigurate vestite, oltretutto piuttosto elegantemente. Per secoli le donne etrusche sono state vittime della cattiva nomea procurata loro dallo sciovinismo dei Greci, che erano usi trattare le proprie donne come esseri inferiori, condannate a essere o rinchiuse nel gineceo, oppure a diventare delle etere.

Al contrario, i sarcofagi ed altri reperti ci parlano invece della tenerezza dei mariti etruschi verso le loro mogli e viceversa. Peccato si siano perduti i testi scritti di questo popolo, magari donne così mentalmente libere e tenute in considerazione sono state anche delle intellettuali. Piace pensarlo.

Che dire poi della tipologia scultorea della Mater Matuta, quella della donna seduta con in braccio un bambino? Da essa, i cui primi esempi sono stati rinvenuti proprio in Etruria (V sec. a.C.), quasi mille anni dopo, quando il Concilio di Efeso (431 d.C.) renderà ufficiale la figura di Maria quale Madre di Dio, discenderà l’iconografia cristiana della Madonna in trono, la madre per eccellenza, non solo del Figlio di Dio, ma di tutti i Cristiani, in quanto allusiva alla Chiesa medesima. Potenza dirompente ed eternità di un simbolo, quello della maternità amorevole. Altro che i figli allevati in comune dagli Etruschi come ha millantato Teopompo! 

“Un altro luogo comune diffuso fra gli autori classici è il tryphe, ovvero un misto di mollezza lussuriosa e di ingordigia attribuito agli Etruschi. […] La disapprovazione espressa dai Greci più poveri e dunque più austeri, dell’opulenza ostentata dalle più floride città etrusche trae origine da un misto di gelosia, invidia e pregiudizio nei confronti dei costumi ritenuti barbari [etimologicamente balbuzienti, che non parlavano il greco, perciò stranieri] e dunque diversi dai propri.”

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Roma, Museo Nazionale Etrusco, Villa Giulia, Piccola Hydria a figure nere, bottega del Pittore di Micali, probabile provenienza da Vulci, 510-500 a.C. “L’hydria costituisce un documento eccezionale perché ricorda l’epilogo del mitico rapimento di Dioniso da parte dei pirati Tirreni (gli Etruschi), narrato nel VII inno omerico: il dio, dopo essere stato preso in ostaggio dai pirati che provarono a legarlo all’albero maestro della loro nave, compiuti alcuni prodigi, si vendicò trasformandoli in delfini.” Firenze, Museo Archeologico Nazionale, Statua su urna cineraria in terracotta detta Mater Matuta, 450-440 a.C., da La Pedata, Chianciano.

Di questo e di molto altro ancora narra il libro di Sybille Haynes. Per non togliere al lettore il piacere della scoperta, o la riconferma di quanto già conosce a proposito di questo popolo misterioso e affascinante, mi fermo qui nella sua recensione. 

Vorrei concludere con un pensiero di David Herbert Lawrence (scrittore famoso per L’arcobalenoDonne in amore, L’amante di Lady Chatterley), tratto dal suo intramontabile libro Luoghi Etruschi (scritto nel 1927, pubblicato nel 1932 e ripubblicato nel 2023, con la premessa di Giorgio Agamben):

I Greci cercavano di fare impressione. Gli Etruschi no. Le cose che essi fecero nei loro facili secoli sono naturali e facili come il respiro. Lasciavano che il respiro uscisse libero e agevole con una certa dose di vitalità. Anche le tombe. E queste sono le vere qualità etrusche: facilità, naturalezza, abbondanza di vita e nessun bisogno di forzare la mente e lo spirito in una qualsiasi direzione. E la morte, per gli Etruschi, era una piacevole continuazione della vita, coi gioielli e il vino e i flauti che sonavano per la danza. Non era né un’estasi di felicità, un paradiso, né un purgatorio di tormento. Era soltanto la naturale continuazione della pienezza di vita. Ogni cosa si poneva in termini di vita, era vitale.

[…] Gli Etruschi realizzavano in modo perfetto quel che sembra essere l’istinto italiano: avere città singole, indipendenti, con territorio circostante, ogni regione che parla il proprio dialetto e si sente come a casa propria nella sua piccola capitale, e tuttavia l’intera confederazione degli stati-città legata assieme da una comune religione e da un più o meno comune interesse.”

Gli Etruschi, infatti, o Ρασέννας, o Rasna, come loro definivano sé stessi, oppure Tirreni, come invece li chiamavano i Greci, sono i nostri più diretti antenati e forse noi gli somigliamo più di quanto avremmo mai potuto immaginare. 

Gli Etruschi, insomma, siamo noi.

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