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selfie

(22 risultati)

Conversazione con Irene Fenara / Immagini dalla sorveglianza

Nella nostra indagine sulla metafotografia italiana abbiamo incontrato Irene Fenara (1990), artista bolognese che nella sua ricerca segue principalmente due percorsi – la video installazione e la sperimentazione con la fotografia concentrata anche sull'interazione con le telecamere di sorveglianza – per attivare qualcosa che tende all’allargamento dei confini dell’arte. Fenara cerca ogni volta in modo diverso di spingersi oltre la consuetudine, di sondare gli interstizi che si creano tra le varie espressioni artistiche, dove le diverse caratteristiche si mescolano e interagiscono. Il medium della fotografia è veicolato al sondare la vertigine, ovvero al tentativo di familiarizzare col disorientamento contemporaneo, dove la sperimentazione è importante per addentrarsi sempre più in profondità nelle questioni aperte, in ciò che ancora non è stato intuito e visto. Inoltre, per comprendere cosa agirà nella coscienza più in là nel tempo, nel futuro, si può guardare anche all’indietro, e utilizzare foto che noi stessi abbiamo scattato da bambini, con le macchinette usa e getta, durante piccoli viaggi. In Cercare per mare e per terra, Irene ha dato alle sue foto d’infanzia una nuova...

(Parlarne ancora per non ciarlarne più) / Il senso di Salvini per il selfie

Il giornalista del “Giornale di Brescia” Emanuele Galesi ha raccontato – molto bene e con un equilibro e un garbo che oggi fanno eccezione – le derive del significato generate dalla “foto del selfie di Salvini”: una foto Ansa, opera di Simone Arveda, scattata al funerale (18 agosto) delle vittime del crollo del ponte Morandi a Genova (14 agosto). L’articolo, più precisamente, racconta come il post sulla bacheca Facebook di Galesi (18 agosto, ore 15:15) che riprendeva questa foto, aggiungendo la didascalia “Funerale / Selfie”, sia diventato virale. E quali siano state le conseguenze di questa viralità vissuta in prima persona. Condiviso migliaia di volte (adesso che sono le 02:26 del 20 agosto, le condivisioni sono 1932) e ripreso da più parti, il post ha fatto notizia sulle principali testate online. L’articolo racconta questo e ne fa la chiosa con le “Sette cose che ho imparato da una foto virale su Facebook” del titolo, che sono, in nuce, un’analisi sociosemiotica di tutta la faccenda.    Ricostruire la viralità   Il testo di Galesi mi ha interessato subito perché si tratta del racconto quasi-in-presa-diretta di un fenomeno virale: della sua origine, della sua...

Note sulla postfotografia / Fontcuberta. La furia delle immagini

A qualcuno darà fastidio la denominazione “postfotografia”, come già per “postmodernismo”, ad altri la perentorietà dell’assunto generale, ma si sa che le cose funzionano meglio così, sono più efficaci, scaldano gli animi e il dibattito. In più, in questa occasione questo ci viene da uno che sente davvero ciò che dice, si mette in gioco nella formulazione delle ragioni del suo argomentare ed è dialettico e equilibrato, mai polemico. Le questioni, d’altro canto, sono di quelle cogenti, più ancora che di attualità, di posizione. Inoltre chi scrive è un artista, o post-artista magari.   È comunque da anni che Joan Fontcuberta indaga con acume e partecipazione questi temi e dopo almeno due altri bei libri di saggi – Il bacio di Giuda (EdUP, 2010), La (foto)camera di Pandora (Contrasto, 2012) – nonché i numerosi suoi libri d’artista, con questo La furia delle immagini (Einaudi, 2018) sottotitola con modestia “Note sulla postfotografia” ma di fatto ce la definisce e racconta con impegno di esaustività. Il merito aggiuntivo infatti – che lo rende uno strumento anche didattico importante (Fontcuberta è non per niente anche docente) – è la motivazione di ogni aspetto e tema con...

Dialetti e lingua italiana / Selfie, pocoinchiostro e transumanze

Nel film Notte prima degli esami, il prof. Martinelli (Giorgio Faletti) "fotografa" con una frase la aspettative di un suo studente di fronte a un amore deluso: "L'importante non è quello che trovi alla fine di una corsa. L'importante è quello che provi mentre corri". Perfetto viatico al cammino e all'esperienze di vita e non alle mete o ai risultati.   - Andemma o stemma? È un'espressione nel dialetto del mio paese, sull'Appennino Tosco-Emiliano: un modo di dire ancora comune, apparentemente banale ma che va oltre il significato immediato (andiamo o stiamo?). "Andemma o stemma...?" è infatti ancora oggi un modo per chiedere genericamente che fare ma attraverso due distinte condizioni, quasi due aut aut in cui evidentemente un tempo era possibile immaginarsi, concepirsi. Andare o stare per le comunità errabonde e nomadi dell'Appennino erano del resto i due estremi della loro condizione esistenziale, in cammino due volte all'anno su e giù per la montagna: i pastori certamente ma anche mulattieri, manovali, librai itineranti, saltimbanchi, contrabbandieri... in una diaspora stagionale dettata dai rigori invernali del clima.     Pocoinchiostro, storia dell'italiano...

Goethe Institut Torino / L’immagine (sin troppo verosimile) del terrore

Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Gianluca Solla per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Leggendo le raffinate considerazioni di cui Pierandrea Amato costella il suo In posa. Abu Ghraib 10 anni dopo (Cronopio), quest’estate era di fatto impossibile sottrarsi all’interferenza che sovrappone alle fotografie di Abu Ghraib, vecchie appunto di dieci anni, le immagini delle esecuzioni dello IS o Stato Islamico in Iraq e Siria delle ultime settimane.   Già nel 2004 la decapitazione di Nick Berg in Iraq venne presentata come una rappresaglia per le vittime delle torture americane di Abu Ghraib. Eppure nella tortura americana in Iraq e nelle decapitazioni dell’IS differenti sono le messe in scena e diverse le implicazioni di questi atti di guerra. Le foto delle...

Viaggio nella città dei selfie / Seoul la capitale della performance

È stato splendido riscoprire, dopo qualche anno d’assenza, il cuore pulsante di una città che rappresenta il modello di sviluppo più “smart” e vivibile nel far east asiatico. A Seoul tutto si muove, fisicamente e culturalmente. A partire da una logistica super-efficiente, che è precondizione allo sviluppo delle altre forme di consumo. La sua estensione territoriale e demografica non ha nulla a che vedere con gli scenari distopici suggeriti da altre megalopoli come Shanghai e Bangkok. Anzi, la qualità della vita qui è molto elevata: si respira aria pulita e si mangia anche a buon prezzo cibo delizioso. Questo modello alternativo di sviluppo non è meramente economico e tecnologico, ma squisitamente culturale.   Certo, la città in questo segue il Giappone degli anni ottanta-novanta, quando il Sol Levante seppe rilanciare su scala globale la sua tradizione invidiabile ma anche nuove tendenze, grazie all’opera di personaggi talentuosi (come Miyake o Kawakubo Rei) e modelli organizzativi/industriali rivoluzionari. Mentre la Corea del Sud invece si sta imponendo sempre più nel contesto regionale asiatico, ma anche mondiale, grazie a un principio più democratico e a un modello più...

Oltre i limiti del demenziale / Selfie con dirottatore

Qualche giorno fa, un amico mi ha fatto vedere l’immagine scattata sul volo MS181 della EgyptAir che ritrae il passeggero britannico Ben Innes accanto al dirottatore Seif Eildin Mustafa. Un oggetto frivolo e allo stesso tempo problematico, un impasto di mondanità e terrore come se ne incontrano tutti i giorni, dappertutto. Una di quelle immagini delle quali, a torto o a ragione, si finisce per parlare a lungo, come se nella loro stupidità recassero la traccia di qualcosa d’importante. Ma eravamo di corsa, in mezzo alla strada, e ci siamo salutati subito dopo, senza iniziare veramente a discuterne.     Arrivato a casa, ho cercato sul Web e ho saputo che il dirottamento si è concluso senza incidenti. Ho letto che l’aeroplano è atterrato a Cipro anziché ad Alessandria. Ho trovato un’immagine in formato verticale che ritrae due uomini di fronte a una porta dell’aeroplano. Entrambi accennano o sforzano un sorriso. Sopra la camicia e la maglia della salute del dirottatore si riconosce la cintura esplosiva, in seguito rivelatasi finta. Malgrado tutto, in ragione di tutto, il passeggero ammicca, incosciente e consapevole del potenziale virale della sua condizione di vita a...

L'immagine viva della fotografia digitale / Dal dagherrotipo ai selfie

Secondo Vilém Flusser, l’arrivo dell’immagine fotografica ha rappresentato per la cultura occidentale un’innovazione radicale. Un’innovazione che può addirittura essere paragonata a quella che è stata introdotta in precedenza dalla scrittura umana. Il linguaggio verbale ha imposto infatti agli individui di riflettere su tutto quello che dicevano e li ha aiutati di conseguenza a prendere coscienza di sé. Pertanto, è grazie principalmente a tale linguaggio che le civiltà umane hanno potuto maturare e sviluppare una propria autocoscienza. La fotografia dunque ha determinato uno choc culturale che può essere avvicinato a quello che era stato creato in precedenza dalla comparsa del linguaggio scritto. Si è presentata nel 1839 nella forma di un procedimento fotografico ancora rudimentale come il dagherrotipo, ma già quattro anni prima William Henry Fox Talbot aveva creato il primo negativo, grazie al quale è stato possibile stampare in seguito l’immagine su carta. La fotografia ha assunto così la capacità di riprodursi nella quantità desiderata a partire da un’unica matrice di base. È diventata cioè un oggetto che, esattamente come i beni industriali, poteva essere prodotto in...

Farsi un selfie davanti alla morte

La morte è la grande alleata della fotografia. Ai bordi di ogni inquadratura trema invisibile la fine di quell'istante catturato, svuotato di ogni consistenza materiale, sopravvissuto solo come immagine. Ogni fotografia è anzi un lembo superstite, ciò che rimane di un tempo, di un'azione, di un oggetto, e soprattutto di una persona. Lo sappiamo guardando le foto in bianco e nero dei nostri parenti, ma a ben vedere le stesse migliaia di immagini che ci accompagnano nella quotidianità, quasi tutte tese a dimostrare un esasperato essere nel mondo, mostreranno a chi le guarderà fra un centinaio di anni un'enorme quantità di persone morte.   Questa testarda vitalità dell'immagine fotografica, di qualcosa che è già finito che continua a esistere come puro simulacro, viene solitamente assimilata a livello inconscio da chi guarda, per esplodere nella coscienza nel momento in cui la morte che la fotografia anticipa e combatte assume un aspetto più imponente del solito. L'immagine di una persona morta subito dopo lo scatto non stimola solo la classica suggestione provocata dal vedere qualcosa...

I selfie non fanno male

Nonostante la pratica del selfie sia oggi ormai comune a tutte le classi sociali, in tutto il mondo – Google riporta che nel 2014 le persone hanno scattato circa 93 milioni di selfie al giorno soltanto su telefoni Android (Brandt, 2014) – in Italia continuano a uscire articoli denigratori di questa pratica, che inquadrano il fenomeno come frutto di un carattere narcisista o addirittura come una pratica che può sfociare nella patologia. Il selfie nella narrazione dei media è spesso denigrato e utilizzato come bersaglio (fare alcuni esempi di titoli..). Questa narrazione non è affatto nuova.   I media fanno male! Se passiamo in rassegna la storia dei media, in parallelo alla comparsa di un nuovo strumento di comunicazione è sempre emersa una retorica narrativa che tendeva a patologizzare o a mettere in allarme la popolazione sui rischi di un uso eccessivo di quel mezzo. Se fossimo nel 1890 e potessimo usare Facebook, le bacheche di molti maschi italiani sarebbero piene di articoli ironici sul carattere patologico delle donne delle famiglie borghesi che passano ore al telefono (il nuovo medium dell’epoca) a parlare con le amiche,...

Il diabete è un selfie

Il diabete era conosciuto fin dall'antichità, il suo nome deriva dal greco e significa "passare", alludendo alla continua necessità dell'ammalato di urinare. Il diabete è una malattia del benessere. È favorito dall'obesità come da un'alimentazione ricca di calorie e di zuccheri. È una sorta di epidemia nei paesi occidentali ed è in aumento vertiginoso pressoché in tutti i paesi a economia avanzata. È quasi sconosciuto nei paesi africani purché ancora fortemente rurali. È un fattore di rischio per gravi patologie come ipertensione e arteriosclerosi. Aumenta la sua incidenza nella popolazione con l'aumentare dell'età e colpisce maggiormente le classi socioeconomiche meno avvantaggiate. Il diabete... molte definizioni per una stessa malattia, eppure c'è qualcosa che non soddisfa: frammenti di verità che si accavallano come parziali fotografie e che non consentono di arrivare a nessuna immagine definita. Anzi, queste immagini tendono ad assomigliare quasi a dei "selfie", punti di vista soggettivi e autoreferenziali di noi stessi e...

Sbatti il nulla in primo piano

“Viso arcano, splendore esotico, bellezza baudelairiana, inaccessibile, come di una pasta forse prelibata […], tutte cose tipiche di un essere minerale, di una statua crudele che si anima per colpire.” Così Roland Barthes (1953) in una sua magnifica, piccola storia delle facce, definiva Rodolfo Valentino. Colgo lo spunto per riflettere su un fenomeno che mi sembra sempre più marcato e diffuso oggi al cinema, ovvero l’insistenza sui primi piani dei volti, ben oltre ogni esigenza narrativa ed espressiva. Alcuni hanno detto che il cinema contemporaneo copia in questo le regie televisive perché i campi medi e lunghi non sono congeniali al piccolo schermo. Un’altra ragione, sempre legata alla televisione, potrebbe essere la messe di volti piangenti (o, più raramente, esultanti) a cui ci ha abituato la Reality Tv, comprese le sue derive giornalistiche. Da decenni ormai questa televisione insiste nell’inquadrare in primo piano le emozioni di chi abbia appena perso o vinto del denaro; di chi abbia subito un lutto; di chi soffra la fame in un’isola di famosi o venga eliminato in una casa del Grande Fratello; di chi...

Final Words. Le tue ultime fotografie

La fotografia intrattiene con la morte un rapporto, vien da dire, genealogico. Fin dalle sue origini, la realizzazione fotografica si è fatta carico di una sorta di narrazione della vita dalla prospettiva eminente dell’interruzione, del termine della vita stessa.   Roland Barthes, nel suo La camera chiara,[1] compie forse il più celebre affondo critico nell’abisso che è proprio il rapporto tra fotografia e morte. Egli afferma, senza mezzi termini, che «in fondo, ciò che io ravviso nella foto che mi viene fatta (l’“intenzione” con la quale la guardo), è la Morte: la Morte è l’eidos di quella Foto» (p. 17).   Final Words [final-words.org] è un progetto che si prefigge di instaurare una riflessione sulla pena di morte raccogliendo e diffondendo le Ultime Parole, appunto, dei 517 giustiziati dallo Stato del Texas dal 1982. Iniziativa no-profit sostenuta da VII Association – ente che si attiva per la sensibilizzazione e il dialogo intorno ai diritti umani – Final Words ha in primo luogo dato vita a un libro. Tra le pagine si trovano i profili dei condannati,...

La società facciale

Thomas Macho, filosofo tedesco tra i più acuti e influenti, per quanto ancora poco noto in Italia, ha scritto che viviamo in una “società facciale”, la quale possiede la prerogativa di produrre volti senza sosta. A ogni angolo di strada, su ogni tabellone, la pubblicità c’insegue con volti, così che “senza un volto, nulla osa più invadere lo spazio riservato alle affissioni”. Che dunque la nostra sia una società fondata sulle facce, lo storico dell’arte e iconologo Hans Belting lo dice sin dalle prime pagine del suo ponderoso saggio, Facce. Storia del volto (tr. it. di C. Baldacci e P. Conte, pp. 359). E con ogni probabilità lo studioso tedesco non conosce, o ricorda, la celebre espressione berlusconiana “metterci la faccia”, che ha segnato una intera stagione politica ed elettorale. Ma a noi basta accendere la televisione e guardare un qualsiasi programma, da X Factor a Masterchef, per ricordarci che è così: lo spettacolo come la politica è invasa dalle facce. I volti sono stati commercializzati e politicizzati, ribadisce giustamente l’iconologo nel suo...

Mamme in trincea

Guerriere. Si intitola così l’esilarante, lucidissimo ‘dialogo a più voci’ scritto da Elisabetta Ambrosi, appena pubblicato da chiarelettere. Il sottotitolo, per chi volesse capire meglio di cosa si tratta, è lapidario: La resistenza delle nuove mamme italiane. La prefazione di Lia Celi, programmaticamente intitolata “Arrenderci mai”, irresistibile anticipazione dei contenuti del libro e dell’umore con cui sono affrontati, fa da teaser a una vera e propria commedia all’italiana, di cui l’autrice è sceneggiatrice, regista, nonché interprete comprimaria.   Il setting è Roma, città di palazzi e palazzine, splendori naturali e architettonici spesso in deficit di cura, parchi e ville sontuosi e parchi-gioco cementificati e claustrofobici, strade senza marciapiedi o marciapiedi invasi nell’ordine da automobili, tavolini dei bar, radici di alberi in cerca di spazio, misteriose eterne transenne, buche, crepe, rattoppi, un traffico privato ingordo e ingombrante e rare, ingannevoli piste ciclabili: un sogno per turisti giapponesi con bastone selfie allungabile; un incubo per...

Scianna e la fragilità esistenziale del selfie

Chiunque ami la fotografia ha formato il suo sguardo con le immagini di Ferdinando Scianna. Scianna è stato il primo italiano ad entrare nell’agenzia Magnum. Di lui, Leonardo Sciascia scrisse: «È il suo fotografare, quasi una rapida, fulminea organizzazione della realtà, una catalizzazione della realtà oggettiva in realtà fotografica: quasi che tutto quello su cui il suo occhio si posa e il suo obiettivo si leva obbedisce proprio in quel momento, né prima né dopo, per istantaneo magnetismo, al suo sentimento, alla sua volontà e – in definitiva – al suo stile».     Eppure sono pochi i grandi fotografi che hanno anche scritto molto sulla fotografia e che hanno riflettuto sul suo linguaggio. C’è chi fa foto e chi scrive di fotografia, così come c’è chi fa cinema e chi ne scrive, chi suona e chi fa il musicologo. Il confine fra l’artista e il critico, non solo in fotografia, è molto discusso e lo scambio dei ruoli poco praticato e spesso deludente. Quando questo scambio di ruoli e di casacche avviene, è più facile che un...

Io sono tropicale, metafisico, sovietico

Quinto appuntamento con le Bolle di Sapone di Michele Dantini, rubrica-inchiesta dedicata all’arte italiana contemporanea. In scena Marcello Maloberti. La riflessione sull’identità italiana e sui rapporti tra memoria e infrazione si riformula in una prospettiva inattesa: quella del rapporto tra immagini e parole. I bizzarri personaggi che Maloberti evoca in una raccolta di brevi testi, annotazioni e aforismi dal titolo Marcello: Scritti 1990-2014 gettano luce sui metamorfici smembramenti del Mito e insieme sulla ricerca, da parte dell’artista, di sentimenti o reminiscenze condivise. Marcello: Scritti 1990-2014 è anche il titolo della personale di Maloberti che si apre alla Galleria Raffaella Cortese, 24 settembre 2014; e a cui questa conversazione introduce.       Più vado a sud più vado a nord   Marcello Maloberti, Marcello. Scritti 1990-2014     Eccoci qua, a distanza di alcuni anni dai nostri primi incontri, prime discussioni, prime stesure. Ho trovato inventivo e spassoso Marcello. Scritti 1990-2014. E mi è parsa rilevante la scelta di presentarti in pubblico attraverso parole, non...

La società della trasparenza

High Person è il protagonista di un breve, ma fulminante, romanzo di Vladimir Nabokov. S’intitola Cose trasparenti (Adelphi). Qui lo scrittore russo-americano mette alla berlina con la sua corrosiva arte narrativa la pretesa tutta moderna di rappresentare in modo perfettamente trasparente i moti interiori dell’animo umano, di vedere con nettezza dall’esterno l’intimità stessa delle persone, e non solo degli altri, ma anche di se stessi.   Ora la trasparenza è diventato uno dei miti del contemporaneo, come spiega Byung-Chul Han in La società della trasparenza (Nottetempo), filosofo d’origine coreana, che insegna in Germania, a Berlino. Il libro inizia con la citazione di un altro scrittore, l’austriaco Peter Handke, che vive seminascosto in Francia: “Io vivo di ciò che gli altri ignorano di me”, mentore di alcuni dei suoi recenti libri. Perché la trasparenza, virtù così a lungo evocata, dall’epoca in cui era una delle parole chiave del riformatore Gorbaciov (“glasnost” si diceva, e sembra un secolo fa), per poi trasformarsi nella parola d’ordine...

New media, old publicness

Tra i fenomeni più recenti nei social media, quali i selfie, o i boom di alcune reti sociali e application, come instagram, twitter, o pinterest, è abbastanza sorprendente non trovare mai nominata un’app come flipboard. Questo articolo intende mettere in evidenza perché questo insuccesso meriti un’analisi approfondita.   Flipboard è strutturata intorno all’idea di “tiles”, o “piastrelle”, una ognuna delle quali funziona come un’icona che presenta l’accesso ad altre apps scelte dall’utente, come twitter, facebook, ma anche a temi generali, quali politica, moda, attualità, riviste e giornali particolari: Hufftignton Post, Elle, Vogue, The Guardian, Domus, etc. Da lì il suo nome, flip, che significa rovesciare, capovolgere. Toccando ogni piastrella si vedono prima alcune immagini dei post più recenti, poi si accede ai contenuti. Ogni utente decide quali temi, app, e riviste seguire.   Tutti questi compariranno come "tiles" che ogni lettore sceglie di capovolgere per leggere vedendo in anteprima gli ultimi titoli. Anche se la scelta di organizzare l...

L’immaginario androgino

Leggendo il libro di Franca Franchi, L’immaginario androgino. Migrazioni di genere nella contemporaneità (Sestante Edizioni, 2012) verrebbe da dire: non esiste solo il mito di Narciso. È vero che Philippe Dubois nel suo saggio L’acte photographique (1983), fa riferimento al De Pictura di Leon Battista Alberti e pone il volto del fanciullo che guarda se stesso nella fonte come mito all’origine della pittura. Ed è sicuramente innegabile che il volto di Narciso compaia anche nelle moltitudini degli autoritratti contemporanei – i neonati selfie, sospesi, scrive Tiziano Bonini, tra il “desiderio di sondare se stessi” e “la nuova consapevolezza della propria immagine digitale”.   Persino nel ritratto sembra che il mito del fanciullo ovidiano non rinunci a svolgere il ruolo di archetipo, come suggerisce Lina Bolzoni nel suo saggio Poesia e ritratto nel rinascimento (2008). Tuttavia Franca Franchi compie un deciso cambio di rotta: distoglie lo sguardo dal mito onnipresente di coloro che non riescono ad abbracciare la propria immagine e lo rivolge verso un altro mito: l’androgino. Perché? Cosa rappresenta?   Un sogno, l’illusione dell’autosufficienza divina che si materializza...

Un selfie con Enrico Berlinguer

Quando c’era è nel titolo, Addio è invece la prima pagina spiegazzata dell’Unità con cui si apre il film. Walter Veltroni dichiara così fin da subito nel suo primo film – Quando c’era Berlinguer – che le sue intenzioni non sono quelle del racconto, ma dell’enunciazione, della citazione. Non un ricordo di Berlinguer, intimo o politico che sia, ma la dichiarazione di una nostalgia, a tratti anche di una rivalsa tutta votata al presente. Tra i vari testimoni interpellati da Veltroni mancano solo gli esponenti della sua generazione, i suoi diretti concorrenti si potrebbe dire o ancora i suoi compagni, mancano i  cosiddetti berlingueriani. Tutti compaiono solo etichettati sotto la vaga categoria generalista dei “giovani”. E qui Veltroni compie due movimenti: in uno certifica l’azione politica di Giorgio Napolitano che oggi, a novant’anni, comunque sia regge il sistema politico; nell’altro evita di evidenziare la sconfitta di una generazione saltandola a piè pari, citando giusto qualche fuoriuscito da Ferdinando Adornato a Giuliano Ferrara per i soliti usurati birignao d’...

Dall'autoritratto al Selfie

“Poso, so che sto posando, voglio che voi lo sappiate, ma questo supplemento di messaggio non deve minimamente alterare...la preziosa essenza della mia persona” (Roland Barthes)     Pochi giorni fa mi sono imbattuto in una foto scattata da Francis Bacon a se stesso. Si vede Bacon allo specchio, in una stanza spoglia, con un termosifone e una cassettiera sullo sfondo, che impugna una macchina fotografica bifocale (probabilmente una Rolleiflex) e si fa un autoscatto.   Pochi minuti dopo ho aperto Instagram sul mio telefono e scorrendo le immagini pubblicate da amici e conoscenti, ho visto che qualcuno aveva appena scattato una “selfie”, un autoritratto di sé, in ascensore, davanti allo specchio, nella stessa posizione di Bacon. L'unica differenza era che la Rolleiflex era stata sostituita da uno smartphone e che la mia amica non era Bacon. Ma l'estetica delle due immagini era incredibilmente simile.   C'è una sottile linea rossa che unisce l'autoritratto di Bacon - e di tutti gli artisti prima di lui – agli attuali ritratti fatti con macchine digitali e telefoni? Probabilmente sì, ma ci...