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Claude Lévi-Strauss

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In margine a Cacciari e De Martino / Manierismo e Umanesimo

Manierismo e Umanesimo. C’è un filo sottile che nell’ultimo saggio di Massimo Cacciari (La mente inquieta. Saggio sull’umanesimo, Einaudi 2019 di cui su doppiozero ha riferito Francesco Bellusci) lega questi due termini all’apparenza opposti. Opposti perché alla base c’è quasi sempre un’equazione molto semplice, ovvero, l’identificazione di Rinascimento e classicismo, qualsiasi forma di classicismo essendo per definizione l’esatta negazione del manierismo. Ammesso dunque che si voglia stabilire, per quanto implicitamente, un legame tra manierismo e umanesimo, è da quella fatale equazione che bisogna partire. E da lì parte, infatti, Cacciari. Gli umanisti non furono dunque i grandi riscopritori dei classici? Certamente, a patto però di intendersi su quel termine: “classico”. Di intendersi per non intenderlo, il classico, nel senso della pienezza, dell’armonia, dell’organicità e, insomma, dell’uomo come centro e misura dell’universo. Perché così lo intesero, invece, sul finire dell’Ottocento, una serie di autorevoli filosofi, filologi, storici dell’arte e della letteratura facendone il perno e la sostanza del cosiddetto Humanismus.   Contro questa conformazione discorsiva si...

Flusser / Il gesto di cercare, il gesto di misurare

Ritornato in Europa, e in particolare nel sud della Francia, a causa dell’instaurazione della dittatura militare in Brasile, dove era emigrato nel 1940 per sfuggire all’avvento del nazismo, Vilém Flusser comincia a lavorare nei primi anni ’70 a una serie di saggi che configurano un tentativo “potenzialmente rivoluzionario” di andare “alla ricerca dell’uomo” e del suo essere nel mondo partendo dai suoi gesti. Perché, scrive, “i nostri gesti stanno cambiando”. Stanno cambiando, aggiunge, perché stiamo attraversando una crisi della “conoscenza”, almeno di quella legata alla scienza classica, che è anche una crisi del “gesto di cercare”.    Questa, in estrema sintesi, è la tesi con cui si apre “Il gesto di cercare”, uno dei testi più belli di questa riflessione condotta nel corso di numerose conferenze e seminari successivamente riunite in Gesten: Versuch einer Phänomenologie (Gesti: un tentativo di fenomenologia, 1991, ma qui il riferimento è all’edizione francese, un po’ diversa, e intitolata Les gestes, 2014) e purtroppo mai tradotte in italiano. “Scrivere”, “amare”, “radersi”, “telefonare”, “ascoltare la musica” o, per l’appunto, “cercare” – che per il filosofo praghese...

Coronavirus / L’arte della prossemica

“Una società lasciata a se stessa non mostra alcuna tendenza naturale a progredire […]; per smuoverla almeno un po’ occorre che essa riceva una moltitudine di piccole scosse che rappresentano i contatti fra le differenti nazioni […] Il progresso umano può esistere solamente nella misura in cui tutti i differenti centri della cultura umana hanno dei contatti fra loro. Le società isolate sono società inerti, soltanto le società in contatto fra loro progrediscono”. Così il giovane Claude Lévi-Strauss in una delle sue prime uscite pubbliche, Parigi 1937, adesso nel libretto Da Montaigne a Montaigne: il contatto, la relazione, la reciprocità sono alla base d’ogni cultura umana.    A distanza di quasi ottant’anni sembra fargli eco uno dei principali antropologi odierni, lo scozzese Tim Ingold, che in Siamo linee (appena tradotto da Treccani) scrive: “ci sarebbero buoni motivi per supporre che nell’aggrapparsi – o, più prosaicamente, nello stringersi l’uno all’altro – stia l’essenza della socialità: una socialità, naturalmente, che non si limita all’umano, ma si estende alla vasta gamma di creature che si aggrappano e delle persone o delle cose a cui si attaccano”. Come dire...

Suzhou / Il Giardino dell’umile amministratore

Si potrebbe, sulla falsariga del concetto di tristes tropiques di Lévi-Strauss, parlare di “tristi luoghi”, cioè non di oggetti di per sé tristi, ma del modo in cui certi siti sognati da tempo, ci deludono. Tale fenomeno si manifesta ancora più prepotentemente quando l’oggetto in questione è un giardino. Mentre la maggior parte delle opere d’arte riesce a mantenere la sua identità e una parvenza di eternità estetica, il giardino sopravvive cambiando incessantemente forma e sostanza. In questa luce tutti i giardini appaiono un po’ malinconici, riflessi di una immagine perfetta che non potrà mai acquisire una Gestalt stabile. In questo senso tutti i giardini sono edenici, ovvero perduti.      L’incontro con un giardino cinese è, se possibile, ancora più problematico ed esposto alla mutabilità del tempo. La città dove il “giardino cinese” appare tuttora accessibile è Suzhou, l’antica capitale della seta, il cui giardino-simbolo – che promette un’immersione nell’atmosfera e nello spirito del “classico giardino privato cinese” – è il Giardino dell’umile amministratore (chiamato a volte Giardino dell’amministratore maldestro).     Questo giardino di epoca Ming...

Antropologia / Lévi-Strauss, Montaigne e il cazzotto

Che cos’è un cazzotto? Secondo gli studiosi di preistoria non si trattava di un bestiale pugno in faccia, quanto semmai, più tecnicamente, di una specie di punzone, un blocco di silicio di forma ovoidale appuntito a un’estremità. Privo di manico, lo si teneva stretto con la mano chiusa (da cui l’omonimia) per battere o frantumare. Un arnese grezzissimo, la cui efficacia era assai limitata. Eppure era diffuso praticamente dovunque (dalla Francia alla Russia all’Africa), e lo rimase per ben 100.000 anni. Doveva essere qualcosa del genere:     Ora, se si calcola che lo sviluppo dell’uomo sulla terra conta all’incirca 125.000 anni, il cazzotto ha avuto una vita lunghissima, ed è stato l’unico utensile a disposizione degli esseri umani per quattro quinti della loro storia. Poi, improvvisamente, c’è stata un’accelerazione: dal blocco si è isolata una scaglia, ed è nato il coltello; di lì a poco il metallo, e gli strumenti relativi, con i quali ci si è assestati per quattromila anni; fino a che negli ultimi trecento arriva la scoperta del vapore e poi dell’elettricità, grazie a cui l’umanità ha compiuto salti più notevoli che non in tutto il periodo precedente. Altro che...

Osservazioni marginali di un lettore di provincia / La società signorile di massa

La società signorile di massa è un saggio appena uscito di Luca Ricolfi che sta riscuotendo un notevole e, se mi posso permettere, meritato successo. Cercherò di riassumerlo e di esprimere alcune considerazioni che mi sono venute in mente leggendolo. Non ho particolari titoli per farlo, non essendo un esperto in materia, né un sociologo né un economista né uno che si occupi abitualmente di questi o analoghi temi. Sono solo un lettore.    Se un marziano assumesse informazioni sull’Italia, scrive Ricolfi, troverebbe che queste sono generalmente di segno negativo. Un paese povero, pieno di vecchi che campano a stento con una misera pensione, di giovani esclusi dal mercato del lavoro, di immigrati che faticano per paghe da fame, di milioni di persone prive dei più elementari diritti. Poi però lo stesso marziano, se perlustrasse la penisola, la troverebbe piena di gente che non lavora o che lavora poco e che in compenso è spesso in vacanza, cena fuori, assiste in massa a eventi musicali, possiede automobili, case di proprietà, barche addirittura, eccetera. Come si spiega questa discrepanza tra la narrazione dominante a tinte fosche e il quadro della realtà tutt’altro che...

Una lettera inedita a Giovanni Falaschi / Calvino e la nuova sinistra

Parigi, 4 novembre 72   Caro Falaschi,   già da una decina di giorni ho letto con grande interesse il “ritratto”. Se ancora non le ho scritto è perché volevo dedicargli l’esame approfondito che il carattere filosofico del saggio richiede e finora sono stato sempre senza fiato, per mettere a punto il nuovo libro che uscirà nelle prossime settimane, altri impegni minori con le loro scadenze e il va e vieni tra l’Italia e Parigi. Mi pare che il Suo sia un saggio metodologico, al di là del tema Calvino, e come tale va letta tutta la prima parte con il rapporto tra opere e situazioni e con la teoria dei “due libri” che mi pare molto fruttuosa e degna d’essere sviluppata e generalizzata. E non minore impegno metodologico ha tutta l’ultima parte col confronto con la fenomenologia e l’esame in chiave fenomenologica delle Cosmicomiche e T0. Questo discorso mi interessa molto perché è un approccio nuovo che fa risaltare cose che nessun altro aveva visto. Trovo esatto che nelle Cosmicomiche il mondo “altro” non è mai fuori dalla coscienza dell’io: compiendo quella che posso chiamare “l’operazione Qfwfq” questo corrispondeva a un’intenzione precisa in questo senso. Che il prezzo...

Kundera / Il daimon della forma

È uscito da poco il saggio di Simona Carretta Il romanzo a variazioni per Mimesis. A partire dall’esame delle possibilità del romanzo contemporaneo di impiegare per l’articolazione delle sue storie strutture compositive solitamente associate alla musica, come il contrappunto, la fuga e in particolare la variazione su tema, il saggio è un invito a riflettere sul valore estetico che nel romanzo assume la dimensione formale. Contiene capitoli su Bernhard, Huston, Ergal, Huxley, Jonke, Broch, Kiš, Proust, Robbe-Grillet, Pinget, Calvino e una parte conclusiva dedicata a Kundera, dalla quale è tratto il brano che vi proponiamo.   (…) Si è detto che la conoscenza sviluppata dal romanzo è diversa da quella scientifica: se quest’ultima è specialistica, settoriale, la prima non rinuncia a un approccio totalizzante. Ciò la avvicina al genere di sapere generato dai miti.  L’affinità che il mito e il romanzo presentano può essere spiegata ricorrendo ancora una volta a un paragone con la musica. Per Claude Lévi-Strauss si può leggere un racconto mitico solo se si riesce a capire che: «ogni pagina è una totalità. E solo trattando il mito alla stregua di uno spartito orchestrale,...

Una conversazione / Pierre Bourdieu. La violenza simbolica

Sergio Benvenuto – Nell’ambito del suo pensiero, Professor Bourdieu, lei ha elaborato il concetto di "violenza simbolica". Che cosa intende con questa nozione?  Pierre Bourdieu – La nozione di violenza simbolica mi è parsa necessaria per designare una forma di violenza che possiamo chiamare "dolce" e quasi invisibile. È una violenza che svolge un ruolo importantissimo in molte situazioni e relazioni umane. Per esempio, nelle rappresentazioni ordinarie, la relazione pedagogica è vista come un’azione di elevazione dove il mittente si mette, in qualche modo, alla portata del ricevente per portarlo a elevarsi fino al sapere, di cui il mittente è il portatore. È una visione non falsa, ma che maschera l'aspetto di violenza. La relazione pedagogica, per quanto possa essere attenta alle attese del ricevente, implica un'imposizione arbitraria di un arbitrio culturale. Per fare un esempio, basta paragonare – come si sta iniziando a fare – gli insegnamenti della filosofia negli Stati Uniti, in Italia, in Germania, in Francia, ecc.: si vede, allora, che il Pantheon dei filosofi che ognuno di questi tipi nazionali di insegnamento impone ai discenti è estremamente diverso e una parte dei...

Tatuaggi / Stupido è chi non si disegna

Sono appena usciti insieme due importanti volumi collettivi sul tatuaggio, visto come antico fenomeno antropologico ripresentatosi più vivo che mai, e con significati diversi, nella società contemporanea, dove straripa ormai da anni. Il primo, curato da Gianfranco Marrone con Tiziana Migliore, si intitola Iconologie del tatuaggio (Meltemi, pp. 320, € 24); l’altro, curato dallo stesso Marrone con Francesco Mangiapane, ha per titolo Culture del tatuaggio (Museo Pasqualino, pp. 278, € 26). Da questo secondo volume pubblichiamo parte del saggio di Simone Ghiaroni.   Sono seduto a un tavolo nella prima sezione della scuola dell'infanzia da qualche minuto quando vedo un bambino dirigersi verso di me. Si chiama Paolo ed ha tre anni. Si avvicina velocemente stringendo in una mano un portapenne pieno di pennarelli colorati e nell'altra alcuni fogli, barcollando nella sua corsetta in un modo leggermente scoordinato. I fogli sono stampati su un lato con fatture, bolle di accompagnamento o altri documenti da ufficio sottratti al cestino della carta straccia e riutilizzati dal personale della scuola mettendoli a disposizione dei bambini per eseguire i loro disegni spontanei. Paolo...

Uno fondatore / Conversazione con Jean-Luc Nancy: i monoteismi e il sacro

Sergio Benvenuto - Da qualche anno a questa parte, il mondo occidentale è teatro di un vasto attacco portato dall’intellighenzia laica contro “Dio”. Ogni paese ha avuto i suoi best-seller anti-Dio e anti-religione. God is not a Good thing. Ma questo modo di focalizzare sulla figura del Dio-persona (per dire che Dio non è [persona]) riduce nel quadro dei monoteismi una questione molto più radicale e più arché-ica e arcaica, quella del «divino» o del «sacro», sulla quale vorrei qui insistere.  Jean-Luc Nancy - Questo «vasto attacco» avviene dopo un lungo periodo di pacificazione da parte della stessa intellighenzia, alla quale ha egualmente corrisposto un ritorno d’interesse per la religione o anche per diverse forme di riflessione attorno a Dio, agli dei o al divino. Si è parlato di «svolta teologica della fenomenologia francese». L’attacco – l’antica battaglia intrapresa dall’Illuminismo, e poi dallo stato repubblicano – è ripreso in primo luogo a causa di quelle tendenze che alcuni chiamano «post-secolari» (appellativo che trovo assai poco interessante, come tutti i «post», del resto). C’è chi si è indignato perché è sembrato un ritorno a un odioso arcaismo. Altri invece si...

L'uomo dietro lo studioso / Claude Lévi-Strauss, lettere ai genitori

C’è un passaggio del capitolo “Come si diventa etnologi” in Tristi tropici (1955), che quando l’ho letto mi è rimasto molto impresso (perché mi sembrava riguardasse anche me). Scrive Lévi-Strauss che nel 1928, quando lui aveva vent’anni, esistevano due razze di studenti universitari: quelli di medicina e diritto da una parte, e quelli delle discipline letterarie e scientifiche dall’altra. I primi, spesso di destra, vivevano pienamente la giovinezza in modo “chiassoso, a volte aggressivo”, vitalistico e tutto votato al divertimento (la goliardia identifica molto bene questa categoria di studenti), consapevoli com’erano che grazie ai loro studi, di lì a poco, sarebbero entrati nella società con una precisa funzione. Gli altri, viceversa, spesso di sinistra, erano “adolescenti prematuramente invecchiati, discreti, riservati”, che tentavano invece di imitare gli adulti; ma questo era paradossalmente legato al fatto che scegliendo quegli studi “non dicevano addio all’universo infantile: si applicavano piuttosto a rimanerci”; essendo l’insegnamento e la ricerca le sole possibilità di restare a scuola, continuare a studiare, e così protrarre la condizione di studente. Dunque, da una...

Poteri e informazione / Società

La sociologia ha inventato nella seconda metà dell’Ottocento il concetto di società. Ha dato vita cioè all’idea che le persone trascorrono la loro esistenza all’interno di un sistema sociale che è organizzato da precise regole e dotato della capacità di durare nel tempo. Ma ci ha anche fatto comprendere che una società funziona al meglio quando è in grado di offrire alle persone che vivono al suo interno la possibilità di disporre di modelli interpretativi. Perché coloro che vivono nelle società non possono fare a meno di avere a disposizione delle idee in grado di attribuire un senso al mondo in cui si trovano, degli strumenti di orientamento che essi condividono con gli altri e motivano ad agire. Quando tali strumenti non sono presenti, una società subisce il destino di deperire e morire velocemente.   Infatti, come hanno sostenuto antropologi importanti come Claude Lévi-Strauss e Mary Douglas, ogni società per funzionare deve poter disporre di significati comuni che rendono possibile la comunicazione e la comprensione tra gli individui. E sono prevalentemente gli oggetti che ci circondano – i beni di consumo – a rappresentare la parte visibile della cultura e dunque a...

Intolleranza e potere / Le razze non esistono

Lo sviluppo della scienza costituisce una continua smentita delle percezioni immediate. Le apparenze di superficie, si tratti del moto del Sole rispetto alla Terra o del colore della pelle come tratto distintivo degli umani, si consolidano in pre-giudizi resi forti dalla loro comoda semplicità. Le ombre che appaiono sul fondo della caverna platonica offrono un falso sapere più rassicurante della verità, come ben sapeva Galileo in lotta contro i sostenitori dell’universo tolemaico. Il che spiega perché il concetto di “razze umane”, dato per morto da tempo dalla cultura scientifica, non smetta di resuscitare e far sentire con prepotenza la sua voce. Le dottrine razziste intendono per razza umana un gruppo fisso, geneticamente distinto e omogeneo, nel quale tratti fisici, attitudini intellettuali e disposizioni morali si trasmettono per via ereditaria. Il razzismo scatta quando si ritiene che gli atteggiamenti di un gruppo umano siano determinati da specifiche caratteristiche biologiche, per cui mentalità e carattere non sarebbero modificabili dall’educazione. Uno dei massimi studiosi dell’evoluzionismo, Stephen J. Gould, ha ricordato in Intelligenza e pregiudizio (Il Saggiatore...

Sarà la realtà a capire cosa vogliamo / L’algoritmo indiscreto

Fino a qualche anno fa l’algoritmo era un oggetto misterioso e molto cerebrale che suscitava, al massimo, qualche sparuto ricordo di lezioni liceali di matematica. Oggi, grazie a realtà quali Google e Amazon, molti lo considerano una formula magica in grado di leggere i pensieri e anticipare i desideri.   Cosa ci fa un filosofo che se va in giro con sottobraccio un libro intitolato L’Algoritmo Definitivo? Non è certo un tipico titolo da libro di filosofia, come potrebbe esserlo per esempio ‘La filosofia presocratica’, ‘Il pensiero decostruzionista’ oppure ‘Il trattato della ragion pura’; titoli che, se non proprio fittizi, perlomeno segnalano un chiaro legame con la filosofia. E non sembra neanche uno di quei titoli di romanzoni thriller che ci tengono con il fiato sospeso, che ci accompagnano in una fitta trama di eventi politici, tradimenti personali, colpi di scena a ripetizione, e indagini senza fine. Libri che spesso, a dispetto dei loro contenuti ‘esplosivi’, si leggono al calduccio durante le feste natalizie.  A pensarci bene, però, un titolo del genere potrebbe anche essere un buon candidato per un thriller, con quell’amalgama di precisione terminologica e...

Jonathan Friedman / Politicamente corretto?

In uno dei capitoli finali di Tristi Tropici Lévi-Strauss fa un’affermazione nei confronti dell’Islam che oggi sarebbe facilmente definibile come scorretta politicamente: “Sul piano estetico, il puritanesimo islamico, rinunciando ad abolire la sensualità si è contentato di ridurla alle sue forme minori, profumi, merletti, ricami e giardini. Sul piano morale ci si trova di fronte allo stesso equivoco di una tolleranza ostentata, a danno di un proselitismo il cui carattere compulsivo è chiaro. Effettivamente il contatto coi non-musulmani li mette in angoscia.   Il loro genere di vita provinciale si perpetua sotto la minaccia di altri generi di vita, più liberi e più facili del loro, che rischia di essere alterato con la sola contiguità. Piuttosto che parlare di tolleranza, sarebbe meglio dire che questa tolleranza, nella misura in cui esiste, è una continua vittoria su loro stessi. Preconizzandola, il Profeta li ha condannati a una situazione di crisi permanente, che risulta dalla contraddizione tra la portata universale della rivelazione e l’ammissione della pluralità delle fedi religiose” (Lévi-Strauss, 1955, pp. 344-345). A leggere solamente la prima parte di questa...

Con un'introduzione di Francesco Bellusci / Il filosofo fa il giro del mondo tre volte

Per diventare filosofi non basta l’abilitazione, bisogna compiere tre giri del mondo. Ne è convinto Michel Serres, l’accademico di Francia, che, sulla soglia dei novant’anni, si entusiasma tanto per il giro del mondo compiuto, di recente, in solitaria, da Thomas Coville in 49 giorni, quanto per le prodezze da cybernauti e creativi digitali compiute dalla generazione dello smartphone che, ribattezzata da lui la generazione di “Pollicina”, a suo dire, “tiene il mondo in mano”. I tre giri del mondo che egli raccomanda e prescrive al filosofo, senza i quali egli non potrebbe parlare con saggezza del mondo stesso, sono imprese ai limiti dell’impossibile, sono imprese erculee, soprattutto nell’arco breve della vita, ma vanno comunque tentate fino alla fine. Si tratta del giro del mondo fisico, terrestre; il giro del sapere, in tutta la sua globalità enciclopedica; il giro degli uomini e delle culture che hanno prodotto. Lo stesso Serres si è lanciato nell’avventura. Ha potuto compiere il primo mediante la sua attività di ufficiale di Marina, nella seconda metà degli anni Cinquanta, prima di intraprendere la carriera accademica. Poi si è lanciato nel secondo giro del mondo, terminato...

Il cavallo e il pronome in terza persona / Algirdas Greimas. Del senso in esilio

Cosa c’entra il cavallo col pronome di terza persona? Algirdas Julien Greimas, che non amava parlare a sproposito, ripeteva spesso che si tratta delle due più azzeccate invenzioni della specie umana, poiché, a ben vedere, hanno svolto nel tempo la medesima funzione antropologica: quella di distaccare l’ominide dalla sua condizione cosiddetta naturale, cioè bestiale, permettendogli di accedere alla sfera della cultura, della socialità, della simbolizzazione. Laddove l’asservimento dell’equino, con buona pace degli odierni animalisti, ha aiutato nel lavoro e nei trasporti, innalzando di parecchio la qualità del vita umana, l’egli ha permesso di parlare di qualcosa che non è lì mentre si parla, che è supposta esistere a prescindere da chi, al contrario, la sta esprimendo. Come dire che, se il cavallo ha prodotto qualcosa come la soggettività, la terza persona ha reso possibile l’oggettività. Che non è poco.   Ragionamenti così, incongrui ed evidenti al contempo, erano pane quotidiano per questo studioso assolutamente sui generis di cui nel 2017 si sta celebrando il centenario della nascita, con incontri di studio, seminari, pubblicazioni, rammemorazioni e commemorazioni varie, e...

A Donato Sartori mentre guida il corteo delle sue maschere / Anniversario con Arlecchino e porchetta

Mentre il sole allunga le ombre calando dietro i colli siamo qui in molti – gli amici che Paola e Sara Sartori hanno invitato al Museo della Maschera, ad Abano, per una festa di anniversario. Un anno fa, il 23 aprile, Donato Sartori si è ucciso con un colpo di rivoltella, in casa– preferendo precedere il male che l’avrebbe stroncato fra i dolori e i farmaci.   Siamo in attesa, sono le 18,30. Nella villa accanto alla corte dove siamo raccolti ci sono le maschere nelle teche di vetro– silenziose, misteriose. Giorgio Bongiovanni, l’attuale Pantalone dell’Arlecchino più longevo del mondo, Arlecchino servitore di due padroni, fa dolcemente da guida a Paola che, spesso piangendo, sorretta dalla figlia legge alcuni momenti della carriera artistica di Donato. Un curriculum che passa per le mostre d’arte, i mascheramenti urbani (Venezia, Firenze, Reims, Copenaghen e altrove), i corsi di formazione e la costruzione delle famose maschere in cuoio.     Ho visto tanti anni fa le prime maschere di Amleto, il padre di Donato, in viso a Jacques Lecoq, a Padova, al Teatro Universitario. E poi nel 1951 sul volto di Marcello Moretti – l’Arlecchino elettrico, sempre saltellante, che...

Alimentazione / Cibo pornografico

I significati espressi dall’alimentazione all’interno delle società occidentali sono stati interpretati in passato soprattutto dall’antropologo Claude Lévi-Strauss, il quale ha messo in evidenza come i comportamenti e le abitudini alimentari producano senso e coesione per il vivere sociale e si basino su un’opposizione fondamentale: quella tra il concetto di crudo e quello di cotto. Tale opposizione, a sua volta, rimanda a quella tra natura e cultura. Vale a dire che, secondo quest’interpretazione, il passaggio dal crudo al cotto ha coinciso con un processo di crescita del livello di civiltà. Per Lévi-Strauss, inoltre, l’alimentazione può essere considerata come un linguaggio dotato di una precisa struttura. Un linguaggio costituito da regole d’esclusione (tabù alimentari), da opposizioni significanti (salato/dolce, ecc.), da norme d’associazione simultanea (al livello di un piatto) oppure successiva (al livello di un menu) e da modelli d’uso. Ma le scelte effettuate dagli individui nell’ambito alimentare rendono possibile lo svolgimento anche di quella funzione di differenziazione sociale su cui è fondata ogni società. Quella funzione cioè che mantiene viva la conflittualità...

Tesi No Tav. Una condanna assurda / Fuciliamo i pronomi sovversivi!

Strano Paese quello in cui un senatore della Repubblica può affermare che con la bandiera si possono fare pulizie intime, in cui un ministro può dare del “rompicoglioni” a un giurista che chiedeva la scorta e per non averla avuta è stato assassinato, senza che nulla accada. Se invece una studentessa si azzarda a scrivere una tesi su un movimento, quello No-Tav, che fino a prova contraria non è ancora stato dichiarato fuorilegge, viene condannata perché nel suo lavoro ha usato il pronome “noi”, offrendo così «un concorso morale alle azioni di disturbo del movimento». Un “noi” che Roberta Chiroli, oggi ex studentessa dell’Università Ca’ Foscari, ha usato non solo come dichiarazione di adesione al movimento, ma anche per il fatto che una ricerca antropologica coinvolge necessariamente in qualche modo chi la svolge.   Non conosco Roberta, né ho letto il suo lavoro, ma qualcosina sulla ricerca in qualche decennio l’ho imparata. Per studiare una comunità, non importa dove, è necessario trascorrere lunghi periodi a contatto, condividerne la quotidianità, contrarre relazioni e anche amicizie. Solo così si guadagna la fiducia della gente che porta a farvi entrare nella loro sfera...

Siamo tutti cannibali

Niente di più attuale del cannibalismo. Lo so, a nominarlo così, di passata, è una cosa che sa di stantio, un po’ esotico forse, quasi vintage. Fa pensare alle vecchie figurine del periodo coloniale, dove omoni neri con pance smisurate, gonnellino di frasche e anelli al naso bollivano in improbabili pentoloni l’esploratore un po’ tonto in chepì d’ordinanza e tuta beige sdrucita. Gli stessi etnologi, a un certo punto, hanno contestato la realtà antropologica di gente che si nutre di carne umana, pensando semmai il cannibale come prodotto di un mito occidentale fortemente etnocentrico. Da tempo gli antropofagi non vanno più: a tener banco sono semmai gli zombie, tutt’altro genere di mostri che turbano a tratti le nostre cattive coscienze, come a indicare il destino verso cui si dirigono, volenti o nolenti, gli orrori quotidiani di cui i media ci nutrono a più non posso.   Eppure, sia pure in forma traslata o mascherata, ma non indebolita, la questione del cannibalismo riappare oggi, appunto, sulla bocca di tutti, tornando a smuovere paure e desideri, provocando non pochi sobbalzi etici e periodiche...

Se una notte d’inverno un etnografo

«E poi, insomma, non è il mio mestiere, è un lavoro che bisogna saperlo fare, bisogna saper entrare in confidenza con il prossimo, e io già partirei con la prevenzione che la gente ha altro per il capo che raccontar favole a me».   Illustrando i criteri del proprio lavoro nell’introduzione alle Fiabe Italiane (1956), Italo Calvino motivava così la scelta di attingere alla documentazione già disponibile e perciò di sottrarsi a un vero e proprio lavoro etnografico, a quella ricerca sul campo che è la base empirica dell’antropologia. Da qui può prendere il via una riflessione sul rapporto di Calvino con questa disciplina e sul modo in cui questo può contribuire a un bilancio più generale della sua opera.   Perché rivisitare le relazioni fra Calvino e l’antropologia? Fra i suoi lettori nati negli anni Ottanta o dintorni, pare esistere una parabola del rapporto con Calvino piuttosto diffusa. Dopo la sacralizzazione giovanile, la scoperta progressiva di alcuni lati della sua opera e attività intellettuale ha spinto a una certa indifferenza nei suoi confronti...

Lo spirito universale della narrazione

Il titolo di questa comunicazione suona forse troppo enfatico. È quasi una citazione rubata a Thomas Mann. Lo "spirito della narrazione" è suo, ma confesso che l'aggiunta, così perentoria da risultare sfacciata, dell'aggettivo "universale", è mia. Tuttavia, prima di arrivare ad affrontare i termini "spirito" e "universale", vorrei dire qualcosa sulla parola "narrazione". Utilizzerò, non tanto per seguire la sua definizione di narrazione, ma per indicare il tema sul quale fare qualche variazione, un bel libro di un amico, Paolo Jedlowski, Storie comuni (Bruno Mondadori 2000), tutto dedicato alle narrazioni che si fanno nella vita quotidiana. Nonostante si tratti di un campo leggermente diverso, tuttavia mi interessa ritornare a questa prima dimensione dell'universalità della narrazione, a quel narrare che prende tutti, per vedere come si possa tentare di ascoltare lo spirito, che forse respira dentro le parole che diciamo e dalle quali siamo raccontati.   Per Jedlowski "narrazione" significa "mettere storie in comune". Le storie sarebbero...