raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

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Diario 7 / Vertigini al contrario

Si possono pronunciare tante parole buone sulla montagna e su chi la sceglie per passare un periodo di vacanza, una fuga nel tempo o un’intera vita. Io pronuncio la parola ottundimento. Una parola che in realtà può non sembrare così buona, se è vero che di solito la usiamo per indicare un indebolimento progressivo della vivacità mentale. Eppure se la vivacità mentale è il requisito che dobbiamo sviluppare per sopravvivere nei contesti di civiltà in cui siamo costretti a spendere le nostre vite, il suo indebolimento progressivo, a favore di una capacità di meditazione più distesa come quella che si raggiunge in montagna, rappresenta una conquista notevole. Immagino che la questione, ridotta all’osso, abbia a che fare con la percezione del tempo. Si sa che il tempo psicologico non corrisponde al tempo matematico, e che ognuno vive questo scarto a modo suo. In città il mio tempo psicologico è spaventosamente più rapido del tempo matematico. In montagna lo scarto si riduce notevolmente. In certi momenti addirittura mi sembra che i due tempi arrivino a convergere.     La decelerazione del tempo psicologico è ciò che chiamo ottundimento. Ma nel mio caso non ha nulla di...

Trenta poesie famigliari / Il Pascoli di Garboli

Rileggo un libro da me molto amato, appassionante e divertentissimo; e sono un po’ sulle spine. L’editrice Quodlibet, che con merito ha tra le sue vocazioni anche quella di riproporre testi importanti eppure dimenticati o introvabili sul mercato, ha da poco riproposto le Trenta poesie famigliari di Cesare Garboli (con una introduzione di Emanuele Trevi, Quodlibet, Compagnia extra, 2020, 20 €). Uscì per la prima volta nel 1985 nella collana economica dei classici Mondadori, e Garboli figurava come curatore del manipolo di poesie pascoliane. Cinque anni dopo, ricomparve nella Nuova Universale Einaudi con un sorprendente cambio d’intestazione: il curatore che assurgeva al ruolo di autore.   Quello che poteva sembrare un colpo di mano, o meglio un coup de théâtre in flagrante stile garboliano, altro non era che la presa in carico di un dato di fatto. Come dichiarato da Garboli medesimo nella prefazione a questa seconda edizione, a petto di una risicata antologia di testi, e neppure tra i maggiori, l’ipertrofica mole delle pagine della nota al lettore e della cronologia finivano per fagocitare le 30 poesie, tutte per giunta dotate di glosse e cappelli introduttivi a larghe tese....

Imaging, Technology and the Natural World / On Earth. Le avventure dello sguardo

“Dopo la Guerra Civile, gli Americani ritornarono ad esplorare il loro continente, specialmente l’eccitante, e poco conosciuto, Ovest. Uno degli strumenti delle loro esplorazioni era la fotografia, che all’epoca era ancora una novità. Il fotografo-come-esploratore era una nuova tipologia di creatore di immagini: in parte scienziato, in parte reporter, e in parte artista. (…) Esplorando nello stesso tempo un nuovo medium e un nuovo soggetto, ha realizzato immagini nuove, che erano oggettive, non aneddotiche, e radicalmente fotografiche.”   Lucas Foglia, Kenzie inside a melting glacier juneau icefield research program Alaska, 2016, courtesy of the artist. Con queste parole di John Szarkowski si apre l’introduzione del catalogo della mostra “The Photographer and the American Landscape”, tenutasi nel 1963 al MoMa di New York; l’intento era quello di raccogliere e presentare il lavoro di tutta una serie di fotografi che avevano non solo registrato, ma anche ridefinito e plasmato, il concetto di paesaggio naturale (e di fotografia di paesaggio), autori che, al di là dei differenti approcci, condividevano un unico scopo: raccontare, citando ancora le parole di Szarkowsi, “com’è...

L’erede dei realisti francesi / Diavolo di un Lemaitre!

Diavolo di un Lemaitre! Scrive da cane, ma racconta da dio: facendo esattamente quello che, con espressione molto colorita ma efficace, si proponeva ai tempi belli della spy-story Frederick Forsyth e cioè prendere “il lettore per le palle e non mollarlo più”. Cosa che, detta in maniera urbana, vuol dire inchiodare il lettore al libro. Pierre Lemaitre (arrivato in Italia da Mondadori con Lo specchio delle nostre miserie, ultimo romanzo della trilogia storica della Francia dopo Ci rivediamo lassù e I colori dell’incendio nelle traduzioni di Stefania Ricciardi e, per il secondo e il terzo titolo, di Elena Cappellini) questo sa farlo appunto divinamente, risarcendo uno stile slavato, scipito, elementare, tutto grado zero e sarabanda di frasi fatte, dove abbondano gli aghi nel pagliaio, le pive nel sacco, le cuoia tirate, i cervelli bevuti, i brutti quarti d’ora nonché le braci e le padelle.    Lemaitre non si può vedere, ma sentirlo è un’altra cosa. Già, perché un suo romanzo è ideale per una lettura a voce alta, talché è forse questo lo stile che lo scrittore francese si è dato: irriverente verso la punteggiatura, cosparsa più per scandire le pause che per ordinare le...

Poesia / Nanni Cagnone e Federico Italiano: due generazioni

Due autori, due generazioni diverse. Nanni Cagnone è del 1939 e ha debuttato nel 1954 come autore; è stato redattore di una delle riviste da cui nasce la neoavanguardia la genovese “Marcatré” di Eugenio Battisti; la sua è una lunga carriera di saggista e narratore. Federico Italiano è del 1976; ha vissuto a lungo nell’area di lingua tedesca; saggista, narratore, traduttore e poeta, ha esordito nel 2003 come poeta e appartiene alla nuova leva dei poeti in lingua italiana. Entrambi sono nutriti da letture filosofiche e da un’attenzione alla cultura non strettamente italiana. Un accostamento che li mette a confronto nella giusta distanza di una differente esperienza generazionale, ma li avvicina per una devozione poetica comune.   Nanni Cagnone, A ritroso. 2020-1975, nottetempo.   In A ritroso. 2020-1975 Nanni Cagnone selezione e raccoglie (talvolta con qualche variante rispetto alle precedenti stesure) testi appartenenti a molte delle sue precedenti opere, escludendo dalla scelta alcuni dei libri nati in forma di poema, quindi più organici e perciò difficilmente antologizzabili. Difficile dire se questo “autoritratto per lampeggiamenti”, come bene lo definisce la scheda...

Nastassjia Martin, Croire aux fauves / Attenti all'orso!

“L’orso è partito, ormai da ore, e io aspetto, aspetto che l’obnubilamento si dissolva. La steppa è rossa, le mani sono rosse, il viso tumefatto e lacerato non è più lo stesso. Come ai tempi del mito, è l’indistinto a regnare, io sono questa forma incerta dai tratti scomparsi sotto gli squarci aperti nel volto, ricoperti di umori e di sangue: è una nascita, perché manifestamente non è una morte.” Cosi comincia, senza tanti giri di parole, il bel libro scritto dall’antropologa Nastassjia Martin, Croire aux fauves, uscito l’autunno scorso in Francia e di prossima traduzione in Italia. Fin dalle prime righe, infatti, di questo si tratta: di “credere alle fiere”.   In queste giornate estive in cui le cronache parlano con frequenza di incontri e di scontri con orsi sulle montagne trentine (ma il discorso potrebbe allargarsi anche al lupo), e delle polemiche che li accompagnano, credere alle fiere non vuol dire prenderle sul serio perché selvaticamente pericolose. No. Qui, con uno di quegli spiazzamenti propri all’antropologia, vuol dire piuttosto: prestarvi fede. E, in un certo senso, come fa l’autrice, affidarvisi, consegnandosi all’altrui capacità. Con l’andamento frammentato...

Un'anticipazione / Disuguaglianze

Le disuguaglianze investono tutte le dimensioni del vivere (Barca, in De Rossi, Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste, Donzelli, 2018). Per lungo tempo l’attenzione degli scienziati sociali si è soffermata sulle disuguaglianze di reddito e di produzione, tralasciando le numerose altre dimensioni che concorrono a determinare asimmetrie di opportunità, come ad esempio, l’istruzione, le cure sanitarie, la sicurezza personale, la qualità ambientale, la dotazione di infrastrutture materiali e immateriali, le reti di mobilità, l’efficienza amministrativa e giudiziaria. Allargando la prospettiva alla qualità della vita delle persone, lo spazio delle disuguaglianze si dilata ben oltre le disparità di ricchezza e reddito, rendendo più complesse e urgenti le politiche di contrasto. Le disuguaglianze di opportunità che derivano dalle differenti possibilità di accesso a servizi essenziali condizionano i risultati che le persone sono in grado di ottenere nel corso della loro vita (Accessibilità), pur senza alcuna connessione con la volontà o l’impegno dei singoli perché generate in una «lotteria alla nascita» che assegna posizioni di partenza differenti per genere,...

Midland a Stilfs / Thomas Bernhard. Tre novelle sui precipizi

C’è qualcosa in rovina, qualcosa che sfugge, qualcosa di morto. Una meta, un luogo perfetto, sognato, sempre più in alto, su un monte, in un’altezza separata dal mondo. Ma la felicità di quel luogo è solo una finzione, probabilmente un ricordo, quasi sicuramente qualcosa che svanisce, se non una macchina di supplizio. È un’ascesa (un’ascesi) alla separazione del mondo o forse piuttosto un’espulsione da esso, imposta da interessi di altri; oppure è un modo in cui qualcuno che fa una vita ne sogna una diversa, come se fosse la realizzazione di una qualche felicità primordiale e non uno sprofondare nella ripetizione, nell’inanità, nel disgusto di una vita piatta, incarcerata nella necessità materiale, senza luce, insopportabile. L’esistenza, così, tende a trasformarsi in abitudine alla morte. L’atto, solo l’atto è vita, corrente che si consuma immediatamente agendosi. Il pensiero scaccia dall’Eden, diventa paura dell’atto, arte della formulazione, arte della presentazione, dilazione e tormento. Imprecisa Matematica dell’impossibilità di esserci, di vivere. Insomma: teatro mentale dell’assenza e della tortura; vale a dire Thomas Bernhard.     Sono usciti da Adelphi nella...

Al MAC di Lissone / Sean Shanahan: l'infinito nel cavo della mano

Cosa si può dire di un colore? Nonostante l'apparente semplicità, un colore non è una cosa semplice. Si può nominarlo il più accuratamente possibile, magari indicando il suo numero di Pantone. Si possono elencare le cose che quel colore ricorda, le associazioni mentali che evoca, e man mano esplorare la nebulosa di significati e immagini che nella nostra memoria è in qualche modo legata a quel colore. Si può addirittura scriverne una storia, come ha fatto Michel Pastoureau; o farne delle teorie generali, come la versione ufficiale della scienza, che si basa sulla teoria della luce di Newton; o la teoria di Goethe, radicata nella percezione umana; o le teorie esoteriche, come quella di Rudolf Steiner; o ancora come le teorie dei fisiologi, degli psicologi e dei semiotici, quelle dei filosofi e quelle dei pittori. Tutto questo rimane ovviamente nel campo del concetto e non potrà mai sostituire l'esperienza diretta. Parole, metafore e sinestesie sono tutto ciò che il linguaggio può offrire a chi non vede quel colore. E l'essenziale rimane lost in translation.   Per questo è sempre spiazzante parlare del lavoro di Sean Shanahan, in questi giorni in mostra al MAC di Lissone con...

Cento anni fa / Fellini, Sordi e… Franca Valeri: nascere alla radio

Anche se il centenario della nascita di Federico Fellini, Alberto Sordi e di Franca Valeri, l’unica a spegnere le candeline, non coincide perfettamente con il centenario dell’inizio delle trasmissioni radiofoniche italiane (1924), verrebbe voglia di festeggiarli assieme. In una fantomatica serata in onore dei cento anni della radio, i tre giganti del cinema e dello spettacolo, occuperebbero un posto privilegiato, non solo per il loro talento, ma anche perché rappresentanti di una generazione intera di artisti che nacque, o mosse i suoi primi passi, alla radio.   Fellini arriva a Roma nel 1939, frequenta l’ambiente dell’avanspettacolo e del «Marc’Aurelio», dove inventa rubriche e pubblica scenette illustrate. Tra gli anni Trenta e Quaranta il disegno satirico e i testi umoristici sono la strada più veloce per arrivare alla radio, più del teatro, che messo in onda soffre ancora il peso delle lungaggini drammatiche e la mancanza della dimensione visiva. Così già dal 1940 Fellini scrive decine di copioni originali per l’Eiar, l’antenata diretta della Rai, dai Notturni alle Fantasie, alle scenette incentrate sulle Avventure di Cico e Pallina, trasmesse all’interno del programma di...

In fiore tutto l'anno / Clematidi: fatele correre in orizzontale

Avere un giardino fiorito tutto l’anno è il desiderio di ogni giardiniere. Desiderio per nulla impossibile. Più ardita è l’idea di veder sbocciare di mese in mese il medesimo tipo di fiore. Sembra una scommessa persa in partenza, un’impresa alla Bouvard e Pécuchet. Ma no, anche i due strampalati eroi dell’ultimo romanzo di Flaubert sarebbero riusciti a metterla in pratica.  Basta aprire il Pizzetti (Enciclopedia dei Fiori e del giardino, Garzanti 1998) e seguire i consigli delle undici pagine dedicate alle clematidi (dal greco kléma, sarmento, viticcio) per scoprire che possiamo averle in fiore persino in gennaio, purché il nostro giardino goda di climi non estremi. Le si deve però conoscere, per ben coltivarle e saper scegliere tra le centinaia di specie e varietà quelle che fanno al caso nostro per declinare la cronologia dell’antesi.   Obietterete che anche i due personaggi flaubertiani compulsavano manuali e testi specialistici, e non per questo riuscivano nei loro progetti di coltivazione. Ma il Pizzetti è il Pizzetti, così chiaro, puntuale – con tanto di calendario delle antesi di specie e ibridi – da far sembrare tutto semplice. E noi non siamo due contabili...

San Severo / “Ndèscia”

“na ndèscia” (rigorosamente solo al femminile!): una donna incapace e maldestra nelle attitudini domestiche e non, a cui scappa tutto di mano, di scarso apprendimento e dall’aria imbambolata, oppure disgraziatamente frettolosa. Termine ormai desueto e dimenticato anche nel nostro dialetto sanseverese.

Sciarà / Vavasceia

“Vavasceia”: per dire della pioggia che cade come bava dal cielo.   Non so se sia una parola dialettale (e di quale dialetto, campano o lucano o che…), oppure l’invenzione (quasi onomatopeica) di mio nonno materno, da lui ascoltata quand’ero ragazzo e, con i miei, si andava al ‘paese’ (Melfi, Pz), a trascorrere parte delle ‘vacanze in famiglia’. Ricordo di averla sentita, una volta, pronunciata da lui, nonno Lorenzo, mentre eravamo nella vigna di sua proprietà; lui indaffarato a curarsi di qualche tralcio di vite o grappolo d’uva, in un pomeriggio settembrino, io a fianco a guardarlo, e cominciò a cadere questa pioggia lenta, leggerissima, appena appena avvertita sulla pelle, appunto come ‘bava’ (vava, in napoletano). Molto tempo dopo, il suono di quella parola mi tornò in mente, quando ero in Inghilterra, giovane laureato e tirocinante in un studio legale, in una giornata di giugno (se non ricordo male), ospite nella casa di campagna di un avvocato (senior partner di quello studio) che mi faceva da tutor; personaggio di grande acume e ironia e in età avanzata (dettagli non irrilevanti per il seguito). Insieme ce ne stavamo seduti nel suo bel giardino e quella ‘pioggia...

Sognare la Terra / Troll, narcisismo e identità

Nel 1876 a Christiania viene rappresentato per la prima volta il Peer Gynt di Ibsen con le musiche di scena di Edvard Grieg. Il dramma racconta la storia di Peer, figlio di un ricco borghese caduto in disgrazia. Abbandonato dal padre, Peer vuole recuperare l’onore perduto, ma trascorre gran parte del tempo nell’ozio. Un giorno viene coinvolto in una rissa e per non essere arrestato fugge. Nel suo errare incontra Solveig, la figlia del Re dei troll, che lo vuole sposare… L’incontro di Peer col mondo sotterraneo dei troll è raccontato da Fabrice Olivier Dubosc nel suo ultimo libro, Sognare il mondo. Il troll nell’Antropocene (Exòrma, 2020). Il libro di Dubosc è una fenomenologia di ciò che è bloccato nella psiche, un’analisi dell’identità difensiva e del sovranismo regressivo. Al tempo stesso è una discesa agli inferi nel cui grembo è custodito il segreto della differenza tra lo spirito umano e lo spirito di un troll. Orco, folletto, diavolo…, il troll rappresenta per Dubosc la natura cieca, muta, pietrificata. È la paura di specchiarsi in ciò che non è simile a sé. Il troll ha a che fare col narcisismo che blocca i processi evolutivi e ostacola l’incontro. È il folletto sabotatore...

Carteggi amorosi / Boccioni e la Principessa: un amore interrotto

Un minuscolo isolotto su un aristocratico lago alpino, un vero e proprio parco galleggiante attorno a un'antica villa. Una principessa romana che, dopo aver conquistato le capitali della mondanità europea, si innamora dell'isolotto e va a passarci l'estate da sola. Un marito assente, anch'egli rampollo di un altro potente e austero casato dell'aristocrazia romana. Un giovane, affascinante pittore, uno dei più talentuosi artisti della prima grande avanguardia del Novecento. Un incontro fatale, su cui incombe il rischio di uno scandalo irreparabile e l'ombra di una morte precoce in un momento terribile per l'Europa, quello in cui la Belle Epoque affonda nel sangue della prima guerra mondiale. Un crescendo di passione travolgente ma trattenuta, raccontato in una ventina di lettere nascoste per quasi un secolo e ritrovate in un vecchio baule.   Sembra la trama ideale di un romanzo rosa d'antan, grondante di romanticismo a ogni pagina e sempre sul punto di affogare nel Kitsch. Eppure è tutto vero. I protagonisti sono Umberto Boccioni e Vittoria Colonna; il luogo, l'isolino di San Giovanni, la più piccola delle isole Borromee sul lago Maggiore; il tempo, l'estate del 1916; le...

Estate in città / Ultras

      Leggi anche: Pietro Scarnera | Nuovi inizi Pietro Scarnera | Moscerini

Santarcangelo 2050: Futuro fantastico / La risorgenza dei festival

Il festival 2020 doveva essere una sontuosa edizione del cinquantenario di un luogo, Santarcangelo, che dal 1971, dai tempi del teatro politico, ha inventato modi non convenzionali di vivere la scena e di fare comunità. Perciò si sarebbe chiamato Futuro fantastico e, con una crasi tra 2020 e 50, 2050. Sarebbe stato un riepilogo e un rilancio. Ma le cose hanno deciso diversamente, proiettando direttamente i progetti, frutto di un anno e più di ricerche e di lavoro, davvero in una dimensione futuribile. Pandemia, distanziamento, spazi all’aperto, limitazione degli appuntamenti e degli spettatori; ma soprattutto sfida di esserci, nonostante il covid-19, per affermare che lo spazio dell’esperienza e della mente non si vuole far recludere.  In questo modo il festival ha conquistato una dimensione essenziale. Certo, i Motus, direttori artistici, hanno espresso il proposito di completare il disegno tra dicembre prossimo, con un focus sulle forze giovani e sulle creazioni in residenza, e l’estate 2021, con il grande appuntamento internazionale e politico che avevano immaginato, di cui restano tracce nel quadernone rosa lilla del programma, con interventi di Bifo, Lia Rodrigues,...

Addio Lugano bella / Storie di ribelli, anarchici e lombrosiani

Utopia. Pensiero utopistico. Sogno. Isola-che-non-c’è. In quanti libri si tratteggia e si cerca di dare un corpo concreto a questo antico ideale umano, in forma di favola o di saggio. Pensiero utopistico quasi per antonomasia è sicuramente l’anarchismo, nelle sue mille sfumature. Credo sia sbagliato, non solo perché ormai giunti al XXI secolo nessuno vede all’orizzonte società di uguali, ma perché altre utopie si sono camuffate ma storicamente sono restate tali. Il comunismo, per esempio. Che non solo non si è mai realizzato se non in grottesche deformazioni tiranniche, ma si è addirittura, vestendosi con gli abiti spregiudicati dell’idealismo tedesco, autodefinito scientifico. Come dire: il comunismo non è soltanto un ideale romantico o un sublime pensiero ma è una scienza della conquista del potere, basata su un soggetto storico preciso (derivato dal Napoleone di Hegel) che sarebbe la classe operaia, pilastro di Soviet e altre invenzioni che ben presto uno dei grandi protagonisti della rivoluzione d’ottobre, Lev Trotzsky, avrebbe definito “burocratiche”, continuando a dichiarare il mostro staliniano che l’avrebbe ucciso spietatamente Stato operaio degenerato burocraticamente. In...

Il progresso come immaginario / Fragile

Gli ultimi anni hanno reso evidente il declino di uno dei grandi miti della modernità, quello del progresso. Parliamo apertamente di “mito” per fuggire un facile malinteso; ovvero poiché tale crisi non ha investito la nozione tout-court di “progresso”, bensì una sua specifica accezione otto-novecentesca. Quella di una Zivilization universale, finalisticamente determinata, sorretta dalla fiducia in una crescita illimitata, nell’allargamento indeterminato dei mercati, nell’estensione sconfinata della città, nella sovrapproduzione alimentare, nella liberazione dal lavoro manuale e dal mantra dell’innovazione per l’innovazione.  Questa costellazione di idee è rapidamente precipitata in una realtà storica opposta. Un mondo caoticamente globalizzato, sovrastato dal sovraccarico informativo, economicamente instabile, ecologicamente insostenibile e cinicamente disilluso sul piano dei rapporti di lavoro e della ridistribuzione delle risorse. Questo ci pon — con eclatante offesa per una concezione lineare della storia — di fronte a un secondo e più tecnologico Ottocento, nel quale, epidemie a parte, assistiamo a nuove lotte tra imperi e nazioni, movimentazioni di massa, rivoluzioni...

Cittadellarte / Una nuova Accademia

Accademia Unidee è il prototipo di un nuovo tipo di accademia d’arte della Fondazione Pistoletto. La proposta nasce dal percorso e l’esperienza del grande artista e dalle numerose azioni e iniziative ospitate nella sede di Cittadellarte. Questa, infatti, da oltre 20 anni è sede di sperimentazioni sulla formazione e la ricerca dell’arte per la trasformazione sociale responsabile. La sedimentazione di questo lavoro ha prodotto il nascere di Accademia UNIDEE che si caratterizza per una conoscenza multidisciplinare, orientata alla sostenibilità, all’innovazione consapevole, con attenzione all’impatto delle tecnologie sull’uomo, sull’ambiente e sulla società, e con una forte vocazione alla ricerca. Per comprendere meglio questo progetto abbiamo rivolto alcune domande al Maestro Michelangelo Pistoletto, a Paolo Naldini Direttore di Cittadellarte e Presidente di Accademia Unidee e a Francesco Monico Direttore Generale di Accademia Unidee.   Accademia UNIDEE è appena nata ma ha già una lunga storia alle spalle, quella della Fondazione Pistoletto e delle sue numerose iniziative. Cosa vi ha spinto a creare un'accademia? Michelangelo Pistoletto: Cosa ci ha spinto? Devo dire che siamo a...

Il Mandrake di Frosinone / Mastroianni secondo Fellini

«Lui è il Fellini da giovane? Ma non lo potevo fare io? Finché mi reggo in piedi…» (Marcello Mastroianni in Intervista)   Non esiste forse discorso su Federico Fellini che non intercetti, anche incidentalmente, la figura di Marcello Mastroianni. E viceversa. Quello tra il regista riminese e il suo cosiddetto alter ego cinematografico è stato ed è tuttora un legame indissolubile, che si è manifestato più e più volte nel corso dell’intera carriera di entrambi, e che non ha cessato di esistere anche in seguito alla loro scomparsa. Non sorprende che nel dicembre 1996, all’indomani della morte di Mastroianni, la città di Roma abbia scelto di commemorare l’attore ammutolendo per qualche istante lo scrosciare dell’acqua della Fontana di Trevi. L’ultimo e definitivo incontro tra Mastroianni e il mondo felliniano si esauriva proprio lì, dove tutto ebbe idealmente inizio.   Il sodalizio tra i due, come è noto, nasce con La dolce vita (1960) e prosegue con 8 ½ (1963), La città delle donne (1980) e Ginger e Fred (1986), cui si aggiungono due operazioni pseudo-documentarie come Block-notes di un regista (1969) e Intervista (1987). Osservare il legame tra regista e attore con uno...

Roberto Esposito / Abbiamo bisogno del potere?

“Non esiste, né è mai esistita, una società che abbia fatto a meno del potere”, dunque non esiste società che non sia attraversata e continuamente trasformata dal conflitto. Così Roberto Esposito nel suo ultimo libro, Pensiero istituente. Tre paradigmi di ontologia politica, Einaudi, 2020, affronta il nodo vitale che nella crisi contemporanea stringe il pensiero filosofico alla prassi politica, ripensa nel segno di Claude Lefort la messa in scena dell’antagonismo nel “governo della società”, propone una teoria dell'“istituente” contro i paradigmi della “potenza destituente” e del “potere costituente” che, nella loro feconda opposizione, hanno dominato la riflessione filosofico-politica degli ultimi decenni. È istituente il pensiero che mantiene un rapporto con la negazione e decostruendo la sostanzialità del potere ne “rivela il centro vuoto, di volta in volta occupabile solo dalle forze che momentaneamente prevalgono, prima di essere sostituite da altre, altrettanto sostituibili” e che sulla scorta di un linguaggio foucaultiano fa subentrare alla categoria di soggetto quella di soggettivazione, o più precisamente, qui, di un movimento, l’istituire appunto, che è un compito sempre...

Storia della pubblicità / L'individuo disarticolato del fordismo

Come nasce il fordismo? Nella macina dei grandi fatti storici si sommano grani differenti: fatti minuti, decisioni di vertice, tecnologie nuove. Un episodio in particolare colpisce. È la celebre visita di Henry Ford alle disassembly lines delle macellerie di Cincinnati e Chicago, dove sin dalla seconda metà dell'Ottocento i maiali venivano macellati e smontati in un ciclo continuo (Settis, 2016). Lì, dove si fronteggiano corpi morti e corpi vivi, nasce l’idea: tutti quei maiali appesi a ganci, semoventi, dai quali ogni butcher stacca un pezzo da lavorare – un arto, la testa, un muscolo – non sono forse l'esempio di come produrre al massimo della velocità e del risparmio la sua T-Model, ossia la prima utilitaria al mondo assemblata da una catena di montaggio, gigantesco successo commerciale che cambia le abitudini e le aspirazioni della classe operaia americana?    La disarticolazione del corpo è un pilastro della società di massa. Lo dimostra l’ingegnere Frederick Winslow Taylor, principale teorico dell’organizzazione razionale della produzione, quando studia i movimenti dell’operaio e ne elimina i gesti troppo lenti, non produttivi, dannosi, plasmando come creta una...

È troppo tardi per essere pessimisti / Ecologia non fa rima con questa economia

“Sono ormai cinquant’anni che gli scienziati ripetono che il cambiamento climatico rischia di stravolgere la faccia della terra, e che per evitare il disastro si deve smettere di bruciare petrolio, carbone e gas naturale. La diagnosi è unanime, ed è scritta nero su bianco nelle sintesi ufficiali... i rappresentanti dei vari stati li hanno ratificati eppure chi comanda non sta facendo niente. Perché?” Detto con le parole di Daniel Tanuro è una domanda che ci siamo posti tutti e che peraltro rappresenta la ragione essenziale all’origine del movimento Fridays for Future. Nel suo È troppo tardi per essere pessimisti, Edizioni Alegre, 2020 (nell’efficace traduzione di Riccardo Antoniucci) Tanuro ha una risposta chiara ed è una risposta sostanzialmente politica: “...Perché tutte e tutti sottostanno agli assurdi dettami dell’accumulazione capitalista, soprattutto quando si tratta delle multinazionali dei combustibili fossili, che hanno come obiettivo il profitto, non certo la transizione alle energie rinnovabili per i bene dell’umanità”. Ma a questa conclusione ci arriva attraverso un’analisi puntuale di tutti i dati scientifici a disposizione descrivendo e raccontando lo stato dei...