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Diario 6 / Toccarsi l’ombelico con dovizia

Mi sembra che ci ammaliamo ogni giorno, che la malattia non sia una cosa che insorge, progredisce e, se non ci uccide, passa, bensì che la malattia sia costante, che si faccia strada dal principio, da quando siamo appena dei ragazzi, o forse anche da prima, da bambini, per non dire da quando nasciamo, che insomma veniamo al mondo infetti da questa malattia, che sia una malattia di cui non conosciamo il nome e le principali manifestazioni, per il semplice fatto che essa possiede infiniti nomi e molteplici manifestazioni, e che ci impesti il corpo e l’anima per tutto il tempo delle nostre vite, così che non possiamo mai dire “mi sono ammalato”, ma al limite “mi sono ammalato di questa o di quest’altra malattia che si è aggiunta all’altra, alla malattia più vasta, a quella di cui non si conosce cura, a quella che mi perseguita da sempre”, così che la malattia più vasta resti nell’ombra e non si manifesti mai in tutta la sua virulenza, come invece fanno le malattie occasionali, tanto le più feroci e diffuse quanto le più inoffensive e circoscritte, mi sembra insomma che il principale malessere, il disagio che proviamo, provenga dalla malattia più vasta, dalla malattia che non...

Teatri lirici / Covid. Lo spazio del melodramma

Si direbbe che solo i teatri, in Italia, abbiano preso sul serio la provocazione lanciata nel mezzo del “lockdown” da Jeremy Rifkin, il guru della “terza rivoluzione industriale”, che vaticinava “meno gente e meno ammassata” nella sale dello spettacolo dal vivo (ma anche sugli aerei e negli stadi: in questo caso profezia già fallita). In modo particolare si sono dati da fare i teatri d’opera, che assommano alle problematiche legate al pubblico e a quelle di chi sta in scena, anche le esigenze di chi deve suonare in orchestra e ha diritto come tutti alla sicurezza sanitaria. Del resto, l’opera è storicamente il tipo di spettacolo più multiforme, complesso e stratificato: inevitabile che la sua realizzazione sotto la sferza delle nuove regole sia la più complicata e quella che richiede più “creatività”.   Dalla metà di giugno, dunque, i teatri dove si fa musica hanno cominciato lentamente a rimettersi in moto. E spesso per farlo hanno seguito la strada indicata da Rifkin: una radicale riorganizzazione degli spazi interni, un rimescolamento dei luoghi tradizionalmente deputati a specifiche mansioni ma ora considerati inadatti se non off-limits. Per dire, nel giro di qualche...

La cura dello sguardo / Ansie e rimedi

Biografia dell’ansia    Con grande sorpresa sono arrivato al sessantesimo anno. Sono nato a Bisaccia, Irpinia d’Oriente, il 19 febbraio del 1960. Mio padre Luigi e mia madre Flora tenevano l’osteria, allora la chiamavano cantina. Era appartenuta a mio nonno Vito, morto a trentasette anni, e al mio bisnonno.  Quando avevo tre mesi fui ricoverato al Cotugno di Napoli. Avevo la difterite, malattia per cui mia madre mi raccontava che morivano tanti bambini che erano in quell’ospedale. Lei divenne cardiopatica, e mi diceva sempre che era per colpa della mia malattia. Mio padre aveva un malumore di fondo, mischiato a una straordinaria capacità, anche comica, di intrattenere i clienti. Niente sembrava che gli andasse bene: neppure io, ovviamente. Non aver goduto della sua stima forse mi ha creato quella voragine di incredulità intorno a cui ruota tutta la mia vita. Anzi, le voragini sono due. L’altra viene da mia madre, dal suo perenne sentirsi malata. Per anni ho temuto la sua morte, poi sono passato a temere la mia. Evento cruciale un attacco di panico sulla sedia del barbiere, il 29 maggio 1986. Da allora vivo come se avessi davanti a me un’ora di vita. L’ansia e la...

Empire state of mind / Stati Uniti: l'impero nascosto

La quarta di copertina di un libro è la prima cosa che si guarda dopo che il titolo ha attirato la nostra attenzione. Non sempre dice la verità. Lo fa nel caso de L’impero nascosto di Daniel Immerwahr (Einaudi, 603 pp., 34 euro), quando dice che “la storia degli Stati Uniti al di fuori degli Stati Uniti” è “la vicenda di un impero che ha sempre negato di essere tale”. Impigliati nella stessa contraddizione che gli aveva impedito di nominare la schiavitù nella Costituzione dopo avere affermato l’uguaglianza e la libertà di tutti gli uomini, gli Stati Uniti hanno evitato di chiamare colonie – di pensare e definire come possedimenti coloniali – le numerose dipendenze territoriali accumulate nel mondo al di fuori dei propri confini nordamericani. Ne è visiva testimonianza anche l’evoluzione delle rappresentazioni novecentesche della mappa – il logo – del paese.   Tuttavia gli Stati Uniti sono un impero, scrive Immerwahr – storico alla Northwestern University – nell’ultima riga del libro, a suggello della sua lunga, argomentata dimostrazione. Nessun arzigogolo. Nessun salto mortale da “antiamericano” vendicativo nei confronti delle proprie classi dominanti. Immerwahr non forza la...

Da Londra a Mosca / Mathijs Deen, Per antiche strade

«Qualsiasi cosa possiamo immaginare è già accaduta una volta». Questa frase bella, senza dubbio, e carica di significati si legge a pagina 32 di Per antiche strade di Mathijs Deen (Iperborea 2020, traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo), un libro ricco, istruttivo e pieno di fascino. Un dono letterario che ha la capacità di far viaggiare il lettore metaforicamente, certamente, ma anche e quasi letteralmente. Lo scrittore olandese Deen ha trovato un modo per farci chiudere gli occhi e farci viaggiare attraverso l’Europa, secolo dopo secolo, strada per strada, strato per strato. Le cose già accadute una volta cui Deen si riferisce sono quelle legate agli attraversamenti del territorio europeo avvenuti prima di noi. Un gruppo di donne e uomini ha deciso molti anni prima di noi di seguire una strada che portava verso il Nord. Qualcuno ha già attraversato l’Appia antica vantando sogni migliori dei nostri. Altri hanno valicato i Pirenei scampando all’inquisizione spagnola e hanno viaggiato fino all’Olanda e poi ancora più lontano, prima che quelle montagne le valicassero quelli che scappavano dalla guerra. Qualcuno ha corso in auto all’impazzata agli inizi del secolo, tra una guerra e...

Viaggio di un poeta da giovane / Gary Snyder. Un beat in India

Settembre 2004. Il fuoristrada arriva quando la luce sta per mancare. Riserva di Monte Rufeno, Acquapendente. Da Roma fin qui, in uno stancante pomeriggio di dopo interviste e firmacopie, drogato da ore di autostrada e strada statale e strada bianca, Gary Snyder arriva in un casale nel bosco, Il Felceto, e di lì sulle pendici del monte verso la capanna che Alessandro Fani, carbonaio, ha costruito per mostrare a turisti e scolaresche ciò che abbiamo perduto. La macchina riparte, scricchiolare di foglie secche, di stecchi sotto le scarpe, luci sempre più grigie. Un cerchio di curiosi, di devoti, di a caso. L’interprete fa come può, Fani e Snyder cominciano a parlare tra loro, del taglio del bosco, dell’economia del bosco, della bellezza del bosco. Sorrisi. Risa. Chi fa sì con la testa e intanto capisce solo bocca, non parole. E ha ragione. È tutto così strano. Nel liquido amniotico del bosco e dell’ora, l’irrealtà dell’incontro tra un poeta e un carbonaio fa venire i brividi. Mentre a Mantova gli scrittori facevano prendere al pubblico caffè da 8 euro, a Acquapendente due vite resistenti tentavano un improbabile incontro. Beat Generation, Dharma, Green Anarchy. E dall’altro lato...

Un'educazione diversa / Il "pioniere" Gianni Rodari

Non è uno dei libri più famosi di Gianni Rodari e anzi potremmo dire che non è neppure davvero un libro di Rodari, se considerassimo che la fisionomia dell’autore si definisce solo con i racconti, le novelle, le filastrocche, la produzione letteraria che l’ha reso famoso da quando nel 1960 con Einaudi pubblicò Filastrocche in cielo e in terra e poi nel 1962 Favole al telefono. Il manuale del pioniere, primo titolo della sua bibliografia datato 1951, pubblicato dalle Edizioni di cultura sociale, appartiene all’epoca in cui l’autore della Grammatica della fantasia era un giornalista del Partito comunista italiano, un militante politico che faceva della scrittura un’arma di lotta per un’Italia più laica, più democratica, con meno diseguaglianze, in un contesto sociale in cui si ritrovava schierato per la pace contro le guerre di aggressione, contro le minacce di un apocalittico conflitto nucleare.   Come nota Vanessa Roghi nel suo bel volume Lezioni di fantastica. Storia di Gianni Rodari (Laterza, 2020) non è però «un’opera imbarazzante e inquietante, che fuoriesce del tutto dall’orizzonte del Rodari consueto e ci mostra in atto soltanto e soprattutto l’ideologo», come osservava...

Uno shock / Autocensura a Hong Kong

Quel che accade a Hong Kong è terribile. Un paese che da ventitré anni è abituato alla più completa libertà di espressione e di stampa, al punto che un’intera generazione più giovane letteralmente non conosce le limitazioni d’uso in Cina, e quindi comunica liberamente sui social e sul vasto web, apre testate e radio indipendenti, manifesta (pacificamente quando non attaccata dalla polizia) per ottenere il suffragio universale, da un giorno all’altro si è sentita comunicare che è finita lì: la National Security Law approvata a Pechino e poi ratificata dal governo locale prevede l’arresto e la condanna tra i tre e i dieci anni per ogni atto di “secessione, sovversione, terrorismo e collusione con forze straniere”: cioè tutto. Hong Kong è un paese ancora alla ricerca del suffragio universale, benché alcune forme di espressione della volontà popolare tramite elezioni, pur limitate, ci siano. E proprio questa ricerca, iniziata nel 2014 con il cosiddetto movimento degli ombrelli, ha scatenato, nei fatti ha anticipato la zampata cinese, alla faccia degli accordi che prevedevano il completo ricongiungimento alla madre patria cinese solo nel 2047, e che in modo chiaro prevedevano nei...

Storia del design / C'era una volta il Settebello

Negli anni della mia infanzia, il Settebello era considerato "il treno dei desideri", e non già perché andasse all'incontrario, come sarebbe poi accaduto al suo omologo cantato da Celentano, ma perché sfrecciava sui binari, velocissimo, accorciando le distanze fra le città che toccava lungo la linea Milano-Bologna-Firenze-Roma, così come nessuno aveva mai neppure osato sognare. Simbolo del benessere ed emblema del boom economico, divenne da subito un'icona dell'italian style, con appuntati addosso gli occhi ammirati del mondo. Ricordo che mio padre lo prendeva, quando da Milano doveva raggiungere rapidamente la capitale per motivi di lavoro e, al suo ritorno, da grande affabulatore qual era, me ne narrava le meraviglie, accendendo ogni volta la mia fantasia. Mi diceva della sua rapidità (quel treno raggiungeva i 200km/h, un record assoluto per quei tempi), e poi mi raccontava della sua forma aerodinamica che pareva uscita dal futuro, e ancora dell'eleganza dei suoi arredi, ma soprattutto mi descriveva il Belvedere, quel salottino in testa al treno, attraverso le cui vetrate panoramiche i viaggiatori provavano il brivido e l'ebbrezza della velocità. E a me, ascoltandolo, pareva...

Sciarà / Simitón

In dialetto bolognese, lo simitón indica "le smancerie, le moine" (così viene riportato nel dizionario di Vitali e Lepri).  Nel mio lessico famigliare, questa parola si è sempre italianizzata: «scimitoni», o «fare degli scimitoni», cioè fare complimenti eccessivi, mosse e cerimonie. Ho poi ritrovato questa parola, sempre italianizzata, nei testi di Giulio Cesare Croce: «e a rallegrare il core/con balli, canti, suoni/ e far de’ scimitoni…» nel « dialogo piaceuolissimo » della Vecchia Rimbambita.

La cecità come scelta / Covid e la fine del sogno americano

Houston, 16 luglio 2020 L’ultimo giorno normale della mia vita è stato il 6 marzo 2020, l’ultima lezione che ho tenuto in classe. Ciò che ha salvato la mia università dalla pandemia, allora, è stato lo spring break, la vacanza di primavera che cominciava la settimana dopo. Tempo pochi giorni, e si è visto che tornare in classe non era più possibile. Io stavo insegnando un corso sulla biopolitica. Parlavamo e abbiamo continuato a parlare via Teams di Michel Foucault, Hannah Arendt, Giorgio Agamben, Roberto Esposito, Antonio Negri, Michael Hardt, Paolo Virno, Donna Haraway, Judith Butler, Anthony Kwame Appiah, Slavoj Žižek e altri ancora. Ancora prima che la pandemia raggiungesse il Texas, ogni settimana trovavo, senza neanche doverlo cercare troppo, qualche articolo di giornalismo investigativo che mettevo a disposizione degli studenti e sembrava scritto apposta per il mio corso.    Se Achille Mbembe parlava di necropolitica e di necropotere, di schiavitù e di colonialismo come stati di eccezione permanente, e del modo in cui le popolazioni soggette potevano essere controllate verticalizzando il loro spazio (non entrerò in particolari perché non è questo il punto che...

4 marzo 1950 –17 luglio 2020 / Enrico Ganni tra Benjamin, Grass, Enzensberger

Credo che mancherà a molti l’eleganza gentile e l’ironia garbata ma mai irriverente di Enrico Ganni. Chi l’ha conosciuto rivede il suo sorriso un po’ timido, quasi trattenuto per non eccedere e per non urtare la sensibilità dell’interlocutore, ricorda di lui la misura, le parole spontaneamente sorvegliate, la lucidità dei giudizi. Queste doti umane Enrico le ha messe al servizio del suo lavoro di editor, a cui è approdato definitivamente nel 1995 dopo un’intensa attività di traduttore dal tedesco – molti classici, Goethe Fontane, Kafka – e di insegnante di traduzione. In quell’anno iniziava la sua attività in Einaudi raccogliendo e continuando il lavoro svolto nei vent’anni precedenti da Roberto Cazzola passato nel frattempo all’Adelphi. Ricordo questi tratti della persona e queste tappe della sua vita professionale perché in Ganni carattere e professione costituivano una sintesi di rara efficacia che ha reso possibili risultati di straordinaria importanza. La mitezza di Ganni faceva tutt’uno con la sua franchezza e con la determinazione schietta a dire i no che all’editoria di cultura sono vitali per progredire.    Nello stesso tempo sapeva stabilire con i suoi autori...

Un libro di David Bidussa / Pio XII e gli ebrei

A che punto è la penombra? Ovvero, ha ancora un senso interrogarsi sulla condotta di Pio XII e, più in generale, sul Vaticano negli anni dello scontro tra i «totalitarismi», quello nazifascista e quello stalinista, cercando di identificare la sua specifica condotta rispetto ad una serie di questioni dirimenti, a partire dal rapporto con il mondo ebraico, sottoposto ad una torsione stritolante, culminata nello sterminio delle comunità presenti nei paesi occupati da Hitler? Non di meno, come ci si deve adoperare, qualora si torni su un tale ordine di problemi, per evitare di ripetere il già detto, spesso all’insegna di uno stanco sensazionalismo?   «Nel 1975-1976, alla mia richiesta se esistesse una direttiva scritta della Santa Sede, i religiosi da me interrogati rispondevano con ironia di fronte ad un giovane ricercatore in cerca di documenti probanti: “la vita allora era complicata e chi avrebbe fabbricato allora una prova scritta davanti ai tedeschi?”». Così lo storico Andrea Riccardi, tra i maggiori esponenti della Comunità di Sant’Egidio, nella sua ricerca dedicata all’occupazione tedesca di Roma nel 1943-44 e al rapporto con la Santa Sede rispetto al destino della...

La cantante e il pugile / Edith Piaf e Marcel Cerdan: knock-out

La prima lettera è datata 20 maggio 1949. Scritta a Parigi, s’appresta a prendere il volo per Loch Sheldrake, New Jersey, Stati Uniti d’America. È firmata come lo saranno tutte le altre, con un pronome che attesta la clandestinità della relazione: moi, io. Poteva averla scritta chiunque quella lettera, anche Edith Piaf:   Mio adorato, hai idea di che cosa sia una casa vuota di te?   Marcel Cerdan è volato in America il giorno prima. Starà lontano un mese, il tempo di preparare l’incontro a difesa del titolo mondiale dei pesi medi conquistato l’anno prima contro Anthony Zaleski, detto Tony Zale, the Man of Steel, l’uomo d’acciaio. Adesso dovrà vedersela con un altro avversario, un italo-americano dal temperamento focoso che si fa chiamare il Toro del Bronx. Vero nome: Giacobbe LaMotta, detto Jake. Uno che se ne va in giro dicendo: “sono popolare perché non ho paura di morire sul ring, e nemmeno di uccidere”. Un pugile di ben altra caratura rispetto a Tony Zale. Sei anni prima, a Detroit, LaMotta mandò al tappeto Sugar Ray Robinson, allora considerato il miglior pugile di tutti i tempi.   Edith in quella prima lettera sembra tramortita. La partenza di Marcel le ha...

Sciarà / Macaia

Macaia, scimmia di luce e di follia, foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia. Paolo Conte canta il clima delle giornate di Genova, quando soffia il vento di scirocco, il cielo è coperto e il tasso di umidità è elevato. Forse di origine greca (malachia), forse inglese (muggy air), macaia non ha corrispettivo nella lingua italiana e spesso è confusa con l’inquinamento ambientale provocato dal cambiamento climatico o dal dissesto idrogeologico derivato dallo smog di fumi e polveri sottili. Per quanti non abitano Genova questa similarità è possibile perché, osservando il fenomeno dall’esterno, gli effetti sembrano quasi identici e nella loro immaginazione spesso prevale il cielo coperto, lattiginoso, l’orizzonte solcato da una linea di nera di catrame, temperature fredde oppure afa che rende l’aria irrespirabile: accendiamo condizionatori, azioniamo ventilatori, terapie per renderci immuni alla malattia, estranei e non responsabili delle orti del pianeta.   Chi, al contrario, abita Genova sa che macaia regala giornate uggiose e fredde in primavera e climi miti e ventilati in inverno, capovolgendo per brevi istanti il moto delle stagioni. In realtà, dunque, nell’...

Estate in città / Moscerini

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Forum Disuguaglianze e Diversità / Contro le disuguaglianze

Il contrasto alle disuguaglianze è diventato quasi un mantra del discorso pubblico. Troppo spesso, tuttavia, il richiamo si dimostra appiccicaticcio. Le disuguaglianze non sono definite, rendendo inevitabilmente debole il collegamento con le politiche. A volte, addirittura, l’aggiunta di un pizzico di equità sembra sufficiente a rendere accettabile qualsiasi politica, comprese le politiche che sono all’origine delle disuguaglianze e, come tali, dovrebbero essere abbandonate. Basti pensare alla richiesta di dosi ulteriori di flessibilità nel mercato del lavoro.  Non corre questi rischi il libro appena pubblicato a cura di F. Barca e P. Luongo, Un futuro più giusto. Rabbia, conflitto, giustizia sociale (Il Mulino, 2020). Lo ammetto, sono di parte, essendo tra i fondatori del Forum Disuguaglianze e Diversità (FDD) che ha sostenuto il lavoro oggetto del volume. Spero, però, in queste pagine di convincere lettori e lettrici dell’importanza del libro. Barca e Luongo definiscono subito le disuguaglianze di cui dovremo occuparci e preoccuparci. Sono le disuguaglianze che ostacolano il pieno sviluppo della persona umana.  La bussola è l’art.3 della Costituzione che il FDD declina...

Un anno dopo / L’inquietante segreto di Camilleri

In decine di interviste e in libri dettati ad altri autori, Camilleri ha raccontato la sua vita non risparmiando alcun particolare, ma forse ci ha nascosto qualcosa. Qualcosa successa sette mesi prima della morte che però in realtà egli ha in qualche modo adombrato o presagito nelle pieghe del suo libro più misterioso, quello emotivamente più denso di sentimenti forti e che, per sua volontà, hanno letto solo i pochi amici ai quali nel settembre del 2017, mancando quasi due anni alla scomparsa, lo fece recapitare accompagnato da una lettera scritta a mano e contenuta in una busta: “Ho il piacere di farti avere questo libro che vorrei leggessero solo i miei amici”: come se soltanto a loro fosse riservato non tanto un piacere quanto un segreto o meglio ancora un proposito o un retropensiero. Sapendo bene che gran parte dei suoi amici era costituita da critici e letterati, non proibì tuttavia loro di parlarne e scriverne, magari per scoprire cosa in quel romanzo avesse lasciato a fermentare.    Pubblicato dalla Henry Beyle di Milano in circa trecento copie numerate e intonse, il libro intitolato Parla, ti ascolto riporta nel colophon la data del 6 settembre 2017, giorno...

Una conversazione / Ateliersi. Le mappe del cuore di Lea Melandri

Esserci in qualche modo, come si può, in piccolo; costruire un’architettura possibile per quel festival di teatro che, giunto alla sua ventiquattresima edizione, ci porta all’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini. Il retro del Teatro La Cucina è la scena: un grande prato verde, tigli tutto attorno, il palcoscenico, le sedie a distanza di sicurezza. Scommessa vinta, quella di Olinda: Da vicino nessuno è normale ci ha permesso di tornare davanti a corpi sul palco, ha consentito che ritrovassimo, con le mascherine, in piccolo, il ‘fare mondo’ che è il teatro.   Due tavoli in scena: uno alla destra e uno alla sinistra. Una poltrona bianca tra loro. In primo piano due leggii che paiono maschere, dietro cui il volto di chi si avvicina scompare. Un microfono al centro del palco e al centro di un quadrilatero di fonti luminose, steli verticali di alluminio attraversati da luci a led. Su uno dei tavoli plichi altissimi di lettere; l’altro coperto da riviste, ritagli. Davanti ai tavoli, Fiorenza Menni occupa la parte destra del palco, Andrea Mochi Sismondi quella sinistra: consultano i fogli, li rigirano tra le mani. Fiorenza si avvicina ad Andrea e poi fa ritorno; non si dicono niente,...

Mille sfumature / I nomi dei colori

Quanti e quali sono i colori primari? i colori puri? i colori che i linguisti chiamano basici?  Qualche anno fa ho seguito un corso di pittura a olio in un paesino sul lago di Garda: l’artista che lo teneva mi consigliò di procurarmi tre tubetti: un rosso, un giallo e un blu. Naturalmente non riuscii a ricavarne le migliaia di sfumature promesse, in primo luogo perché il mio rosso, il mio giallo e il mio blu erano un rosso qualsiasi, un giallo limone e un blu, credo, di Prussia, quest’ultimo ben adatto a sporcare gli altri due; il bianco e il nero non erano considerati colori. Per fortuna mia madre, che mi aveva coinvolto nel corso, aveva una tavolozza più estesa e tubetti di colore pregiati, a cui potevo ricorrere per evitare la depressione. Del resto il maestro si rifaceva a teorie del colore di artisti importanti, come Mondrian, Kandinkij e Itten, ed è certo possibile creare centinaia di tinte a partire da tre soli pigmenti. Forse però si doveva partire dai colori puri? Ma avevo appena letto in Lichtenberg che nessun uomo aveva mai potuto vedere un bianco puro. Cosa significava allora colore puro? Se non lo si poteva vedere, non lo si poteva certo comperare.   L’...

Antropocene Anno Zero / 16 luglio 1945: la prima bomba atomica

“Entrando nell’era atomica, l’uomo ha aperto le porte di un nuovo mondo. Chi sa cosa ci attende? Nessuno può predirlo”. A parlare è il dottor Harold Medford, un mirmecologo, ovvero uno zoologo che studia le formiche, davanti a degli esemplari di Camponotus vicinus mutanti. Corre l’anno 1954. Un’analisi condivisibile per quanto poco confacente alla specializzazione del dottore, a meno che si fornisca il contesto: siamo negli sfioratori e nei canali di drenaggio delle fogne di Los Angeles, e delle formiche grandi come elefanti sono state appena abbrustolite dai lanciafiamme di una squadra della polizia.  I cinefili avranno riconosciuto il finale di Them! (1954) di Gordon Douglas, tra i primi film americani di science-fiction nel filone dei nuclear monster che attraversa tutti gli anni cinquanta. Include capolavori (che ho avuto la malaugurata idea di rivedere durante la quarantena) quali: The Day the Earth Stood Still (Ultimatum alla Terra, 1951), It Came From Outer Space (Destinazione…Terra!, 1953), The War of the Worlds (La guerra dei mondi, 1953), Creature From the Black Lagoon (Il mostro della laguna nera, 1954), Forbidden Planet (Il pianeta proibito, 1956), Invasion of the...

Cinema e scrittura / Nell’officina di Ejzenštejn

Siamo nel 1935 e, in occasione della Conferenza Pansovietica per i lavoratori del cinema, Sergej Michailovič Ejzenštejn rende per la prima volta pubblici i temi che avrebbe raccolto in seguito, nell’arco di più di dieci anni, nella monumentale opera di Metod (Il metodo), rimasta incompiuta alla sua morte (1948) e di cui oggi esce il primo dei due volumi in italiano, curati da Alessia Cervini per Marsilio. Quell’anno il regista torna da un lungo viaggio in Europa e in America, nel corso del quale è una specifica tappa a rappresentare senza alcun dubbio il vero sconvolgimento intimo, sociale, culturale e politico del suo pensiero: la parentesi messicana (1931-1932). Ejzenštejn aveva lasciato una Russia sempre più irrigidita nella dittatura staliniana, e fa ritorno a casa dopo un’esperienza liberatoria, che lo immerge, forse per la prima volta, nella “carne” del mondo. In Messico l’artista riscopre la dimensione della tradizione, del culto, del ballo tribale, del movimento musicale, della sessualità, di un approccio alla realtà dal sapore arcaico eppure universale che lascia “a terra” la logica formale dell’analisi per librarsi nell’infanzia del pensiero, in un dominio in cui l’...

Sacrificare la libertà della persona per paura / Una morte un po’ peggiore

Il virus ha colpito non solo le nostre cellule, ma soprattutto la nostra esistenza sociale e, come nel caso dei corpi, il suo effetto è stato tanto più grave quanto più l’organismo che ha incontrato era debole. Evidentemente la libertà, come valore civile e individuale, non godeva di buona salute nel momento in cui la pandemia ha messo in discussione le regole del vivere civile. Per molti non c’è stata partita: di fronte al rischio sanitario, gli altri valori personali, vengono dopo e devono essere accantonati. Eppure tanti, anche al giorno d’oggi, in tante parti del mondo, rischiano la vita biologica per la libertà. Qui da noi? Impensabile. Quello che conta è la salute. Colpisce come le politiche di contenimento dei vari paesi siano quasi esclusivamente giudicate sulla base del compromesso tra economia e salute e mai (o quasi mai) perché avvelenano le radici di quella pianta, oggi malandata, che è la società liberal-democratica che dovrebbe essere l’incarnazione dei valori al cuore della persona umana. La combinazione di benessere fisico ed economico è diventata il denominatore unico del vivere umano, le uniche cose per cui valga la pena di vivere; qualcosa che si riassume nella...

Diario 5 / Rumori nella cassa toracica

La notte di lunedì non ho chiuso occhio. Sentivo un rumore appena fuori dalla stanza, un rumore che assomigliava allo scalpiccio di un animale intrappolato. All’inizio non capivo da dove provenisse, pensavo alle fronde di qualche pianta in giardino. Ma no, il rumore era più vicino. Col passare dei minuti ho cominciato a sospettare che l’animale si nascondesse in un’intercapedine del muro. Ho cercato di immaginare che animale fosse e ho subito pensato a un topo. Ma da queste parti topi non se ne sono mai visti. Solo una volta mia moglie ha avuto l’impressione di averne adocchiato uno in giardino. Ma non era sicura che fosse un topo. Poteva essere un merlo. A volte i merli, quando sono in cerca di cibo, vorticano tra le foglie morte. In ogni caso quella volta ho piazzato delle esche in giardino, ma le esche sono rimaste intatte. Se la bestia intrappolata nel muro non era un topo, allora cos’era? La casa in cui vivo si trova in un quartiere in cui a ogni ora del giorno e della notte risuonano degli allarmi. Nella quasi totalità dei casi gli allarmi risuonano a vuoto, e la gente li lascia risuonare perché ormai sa che si tratta di falsi allarmi. Perciò dovrei dire che nel quartiere in...