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Soggetti nuovi e pratiche nuove / Istantanee del capitalismo contemporaneo

Marx non è mai stato attuale e forse mai lo sarà. Il suo pensiero è piuttosto attraversato da una profonda inattualità, dall’impossibilità di essere ricondotto agli schemi culturali vigenti nel suo XIX secolo. Sulle orme di Nietzsche dobbiamo però intendere l’inattualità come capacità di smascherare e problematizzare i concetti portanti che strutturano un’epoca, utilizzandoli per metterne a nudo ipocrisie e incoerenze. In breve, si tratta di rovesciare contro un’epoca ciò di cui essa va fiera. Nel caso della congiuntura storica di Marx, il grande motivo di vanto della sua epoca fu evidentemente la Rivoluzione borghese, che portò con sé l’uguaglianza politica. Marx non assume tale trasformazione come una grande conquista, piuttosto ne mostra l’illusorietà: sotto l’uguaglianza politica si cela infatti una più profonda diseguaglianza sociale. Ecco il nocciolo dell’inattualità dell’insegnamento marxiano: aver assunto come un male da sradicare ciò che fino ad allora era accolto e lodato trasversalmente. È necessario far risalire la critica di Marx al capitalismo a questa prima consapevolezza. Nel suo Karl Marx Federico Chicchi ne coglie a fondo la portata teorica, muovendo i suoi passi...

La Giornata internazionale delle persone con disabilità / La violenza della parola pura

Ricorre, nel discorso dei Disability Studies, l’omologia tra la forma dell’affermatività disabile e ciò che viene chiamato minority model, la modalità di lotta iniziata negli anni Sessanta da gruppi minoritari, donne, afroamericani, LGBTQI+, e in qualche modo è così: una rivendicazione su base identitaria vincolata a un’interpellazione parziale determinata dal genere, dall’origine etnica, da condizioni esistentive particolari. Forse però il modello andrebbe predatato di quasi due secoli, per coglierne la matrice nella nascita e nell’affermazione della comunità Deaf. Non sto dicendo che vadano predatati i Disability Studies, e ciò per una ragione semplice e insindacabile: le persone Sorde non si considerano disabili, ma minoranza linguistica.   Lennard Davis, teorico dei Disability Studies, udente ma legato alla comunità Deaf, in Enforcing Normalcy: Disability, Deafness, and the Body (1995) sostiene la tesi “in qualche modo assurda che l’Europa sia diventata sorda nel Diciottesimo secolo”. La sordità, nel tempo dell’Illuminismo, viene ad assumere una valenza simbolica centrale in ragione di un evento, la codificazione del linguaggio dei segni da parte di Charles-Michel de L’...

Giorno 3 / I puntini della storia

Il Libro della Storia è uno dei più grandi tesori della Terra di Oz. È un libro magico, posseduto e letto solo dalla regina fanciulla Ozma. Nelle sue pagine sono scritte, nel preciso istante in cui si realizzano, tutte le vicende che accadono in quel mondo e nei mondi di fuori. Ogni avvenimento è registrato accuratamente ma in modo sintetico, senza ambiguità o lacune. In esso non sono previsti errori perché il linguaggio è univoco e vero. Il Grande Libro della Storia rappresenta il mondo nella sua totalità, dove non si danno vuoti, dove ogni punto è parte di un’infinita catena dell’essere.      Chi, tra i governanti, non desidererebbe possedere un libro simile dove tutto è chiaro e niente può sfuggire al Lettore-Sovrano? È un’immagine potente, ma al tempo stesso terribile, perché solo nel mondo di Oz esiste una sovrana saggia e illuminata. Negli altri mondi, nel nostro mondo, l’esistenza di un simile libro arrecherebbe ai suoi abitanti solo ulteriori disgrazie e sciagure. Meglio la liquidità e il disordine, la molteplicità e la precarietà, a un mondo ipersolido, meglio nessun libro al Grande e Unico Libro della Storia.       Solo alla regina Ozma...

Giorno 2 / L’interprete

«Cos’è un interprete?» chiede Testadizucca nel Mago di Oz. «Qualcuno che conosca sia la mia lingua sia la tua. Quando io dico qualcosa, l’interprete ti riferisce quel che ho detto; e quando dici qualcosa tu, lui traduce per me», risponde lo Spaventapasseri.   Qualcuno che conosce le due lingue, e tuttavia aspira, traducendole, a farne-dirne una sola, a cogliere di entrambe le sfumature al punto che diventi difficile dire, Questa è la mia lingua e quella è la tua. Difficile dire, Io sono di qui, tu sei uno straniero. Al suo tavolo con carta e penna, sul palcoscenico col proprio corpo, davanti al suo spartito con il proprio strumento, l’interprete dà voce. Una voce dapprima sommessa, talora stridente, poi sempre più morbida, consapevole e convinta, tanto da poterne infine ridere di gusto. E condividerla. Come dev’essere di tutto ciò che nasce dal desiderio. «S’io m’intuassi come tu t’immii» dice Dante a Folchetto di Marsiglia (Paradiso, IX, v. 81), verso bellissimo che meglio di qualunque altra cosa esplicita il particolare desiderio sotteso al tradurre, all’interpretare: quello di lasciare entrare dentro di sé un’altra coscienza, un’altra storia, un’altra scrittura, un’altra...

Perdersi tra le righe / Tanti modi per leggere

Lettura profonda    Nel Trattatello in laude di Dante, Boccaccio racconta che l'autore della Commedia, trovandosi a Siena nella bottega di uno speziale, scovò un libro che non era ancora riuscito a leggere. Mentre in città imperversava la festa, l'Alighieri si immerse nella lettura:    Mai non fu alcuno che muovere quindi il vedesse, né alcuna volta levare gli occhi dal libro: anzi, postovisi quasi ad ora di nona, prima fu passato vespro, e tutto l’ebbe veduto e quasi sommariamente compreso, che egli da ciò si levasse.   Gli amici rimasero sorpresi dalla sua capacità di concentrazione, in tutta quella confusione, e dal fatto che Dante non si fosse accorto di quello che stava succedendo tutto intorno a lui. Più di un secolo dopo, nella celebre lettera del 10 dicembre 1513 all'amico Francesco Vettori, Niccolò Machiavelli confida:   Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio...

Galleria d'Arte Moderna (GAM), Torino / Primo Levi. Figure

A oltre trent'anni dalla sua morte e a cento dalla sua nascita, Primo Levi continua a stupirci. In questo momento drammatico per l'ondata di antisemitismo e di odio razzista che, come in un passato che sembrava fino a poco tempo fa un incubo lontano, sembra colpire in ugual misura i giovani, gli inermi e le anziane dignitose, le celebrazioni del centenario di Levi danno un piccolo segnale prezioso di un altro modo di vivere e di interagire con il mondo. E al di là delle cerimonie e degli eventi pubblici, i convegni e le premiazioni per celebrare questa straordinaria figura “poliedrica” del Novecento, per dirla con Marco Belpoliti, forse colpisce più di qualsiasi altra iniziativa la piccola mostra aperta in una stanza della Galleria d'Arte Moderna (GAM) a Torino (fino al 26 gennaio 2020), intitolata modestamente Figure, a cura di Fabio Levi e Guido Vaglio. Colpisce innanzitutto perché aggiunge un tassello nuovo, inedito, al ritratto di Levi che conosciamo, ma anche perché trasforma in materiali concreti, in oggetti proiettati nello spazio tri-dimensionale quell'ethos congiunto tra l'homo faber e l'homo ludens che Levi ha fatto suo altrove, attraverso la parola e la scrittura. Qui...

Giorno 1 / Strega ultima

“Dgvintaréi coma me”, diceva, attorcigliando la cinta del suo grembiule attorno alla mia vita, ogni sera, al ritorno dai campi, e borbottava sempre la stessa formula con un ritmo salmodiato: “Aceè e’ mêl u’t starà luntân”. Ma non volevo diventare come lei: era vecchia, aveva mani grosse e dure, e il loro tatto spesso mi dava i brividi; la gente diceva che era una strega perché parlava coi morti. Aveva un gran dolore di essere viva, e il pozzo, a cui si affacciava agitando nell’aria i suoi lunghi capelli bagnati, sembrava il posto dove poteva essere quel che non era. A volte mi sollevava da terra per farmi guardare in fondo al pozzo: “A vidat? Là zo u j è e’ zil”.   Ma non era vero, non c’era il cielo, solo un gran buio, un’eco assordante del boato della nostra voce, appoggiata là, sul bordo. “Da boca in boca”: era il segnale per recitare insieme il rosario in latino, o in una lingua inventata, perché Nora, questo il suo nome, non sapeva nemmeno l’italiano, e il dialetto lo parlava a rovescio quando proprio non voleva farsi capire. Ma io la capivo, senza volerlo, proprio come se un’energia radioattiva mi volasse dentro. Cosa cercava la nonna nei pozzi? Aveva fede nelle forze...

Folte fronde e legno duro / Carpino, un albero charmant

I francesi lo chiamano Charme, e di fascino il carpino ne ha da vendere. Bianco o nero per me pari son: il Carpinus betulus (carpino bianco o comune) e l’Ostrya carpinifolia (carpino nero o carpinella), ordine Fagales, famiglia Corylaceae, la stessa dei noccioli. Belli entrambi, specie nei giorni d’inizio autunno quando le foglie dalla cima, e gradualmente giù giù fino alle falde inferiori, cominciano a virare nel giallo, e il verde piglia quella sfumatura olivastra così inconfondibile. Confesso: ho un debole per questi alberi in questo preciso momento dell’anno. Sarà perché il mio moroso ha gli occhi proprio di quel colore lì, sarà perché uno (bianco) mi è capitato in giardino e l’ho tirato su aiutandolo a destreggiarsi col grande, vecchio e competitivo castagno che lo costringe in postura assai scomoda. Sarà perché c’è pure il Carpinus betulus pyramidalis, dall’armonica forma a cono ramificata fin dalla base che, in duplice filare, più di altri alberi mi conquista: la mia passione per i cimiteri m’induce a suggerire di adottarlo al posto dei cipressi, come nel camposanto di Rivarolo Mantovano dov’è sepolto il grande Gorni Kramer. Creano un’atmosfera più pacificata, più domestica...

Piero della Francesca / Alla ricerca di Piero. La casa di Sansepolcro

All’ombra dei personaggi famosi prospera un sottobosco di figure minori, le cui azioni risultano indissolubilmente intrecciate con il nome di qualcuno incomparabilmente più celebre di loro. Viaggiare per visitare le case di donne e uomini illustri significa alla lunga scontrarsi con questa evidenza, per cui ciò che chiamiamo storia è l’annodarsi di vicende vicine e lontane, minori e maggiori, luminose e in ombra. Capita così a noi, addentrandoci in quell’angolo tra l’Umbria e le Marche, tra Città di Castello e Pieve Santo Stefano, alla volta della casa natale di Piero della Francesca a Sansepolcro, in provincia di Arezzo. Nelle stanze semivuote, arredate oggi con alcune piccole mostre (pittura, oreficeria), incontriamo presto un nome che entra a pieno titolo a far parte della storia della casa e della memoria postuma dell’artista: Giovanni Battista Collacchioni, detto Titta.    Nella seconda metà dell’Ottocento il Collacchioni, cavaliere e senatore del Regno, divenne proprietario del grande edificio, che la famiglia di Piero, ricchissimi conciatori, aveva abitato e ampliato (probabilmente su progetto di Piero stesso) esattamente quattro secoli prima, nella seconda metà...

Un giorno alla volta / Sono una giocatrice compulsiva

Fino alla primavera del 2006 di mio padre sapevo tre cose: che lavorava tanto, che andava sempre a messa, e che non m’aveva mai detto brava. Quell’anno, una domenica, vengo a conoscenza della quarta: mio padre gioca d’azzardo. La sala in cui si rinchiude ogni giorno si trova a piazza Cola di Rienzo. La sala ha aperto da poco, eppure io che lavoro in una Concessionaria Giochi non lo sapevo.  Mio padre per sé non ha mai comprato niente. Una volta, da ragazzina, l’ho visto arrotolarsi uno spago intorno ai pantaloni perché gli si era rotta la cintura. Però la matta di casa ero io, la figlia storta dell’Avvocato, l’unica, quella che non ha il senso del denaro. Una mattina lo seguo nella sala giochi. Il locale è privo di finestre. Le macchine, che sembrano cento, o mille, rullano e fischiano. Sento un buon odore. In ufficio un fornitore di profumi da ambiente mi ha spiegato che a ogni sala giochi viene abbinata una profumazione, così il giocatore riconosce l’odore e si sente a casa. La profumazione viene diffusa anche all’esterno per invogliarlo ad entrare. Quel giorno mio padre mi spinge uno sgabello sotto il culo e cinquanta euro nella fessura, preme un pulsante e la macchina...

Italia, Italie. 1 / Palermo - Milano, Antonino Costa

La forma dell’Italia come la vedono i fotografi che la vivono e la attraversano. Le città, i paesi, le periferie, la campagna, i luoghi delle aggregazioni, le vie, i negozi e l’ambiente naturale vanno a costituire un patrimonio culturale da osservare, come le relazioni che si stabiliscono tra le persone e gli spazi. Ad ogni fotografo e fotografa chiediamo di esplorare i loro archivi e scegliere dieci foto che rappresentino l’Italia, accompagnate da un unico testo, o da dieci brevissimi testi che fungono da didascalie, in cui ognuno racconta come e perché ha realizzato i suoi scatti. L’insieme delle loro immagini andrà a costruire il mosaico degli sguardi, che via via daranno corpo all’Italia di oggi.   Venditori di pesce a Mondello. Palermo, Italia. 2009. Fotografia tratta dal lavoro Palermo come un’infanzia.    Nel 2009, molto probabilmente ero nel pieno della mia vita milanese. In quel tempo lavoravo come aiuto operatore sui set cinematografici. Un lavoro duro e molto tecnico. Mio figlio aveva sei anni e mi ero separato dalla madre da circa due anni. In sostanza di quel periodo ricordo che era veramente un casino. Molto raramente tornavo a Palermo, non...

Valore, potere, alleanza / Alcune osservazioni sulla "forza della parola"

"La forza della parola" è il tema che gli organizzatori del festival Kum (Ancona, 18-20 ottobre 2019; ideatore e direttore: Massimo Recalcati) hanno proposto al latinista Ivano Dionigi e a me, per un dialogo che si è infatti tenuto la sera del 19 ottobre. Sono qui raccolte alcune delle schede che avevo preparato per l'occasione e alcune annotazioni prese successivamente.    La parola parola. Parola, si sa, è una parola e fra le parole è una delle meno univoche. La parola è il vocabolo ("ossesso è una parola palindromica") ed è l'impegno del locutore nel proprio discorso ("ti do la mia parola"); è la facoltà ("il dono della parola") ed è il diritto di parlare ("do la parola a ..."); è un'affermazione, una presa di posizione nel discorso ("avere l'ultima parola") ed è un indirizzo ("la parola del maestro"); è il vacuo succedaneo dei fatti ("solo a parole") ed è un modo di parlare ("avere la parola facile"): nella sua variabilità semantica, la parola parola allude alle virtù oscillatorie del linguaggio. Data l'instabilità della relazione fra questo unico significante e i suoi molteplici esiti semantici, quando due persone parlano di parola almeno in linea di principio non...

Mariolina Bertini / L’ombra di Vautrin. Proust lettore di Balzac

L’ombra di Vautrin. Proust lettore di Balzac, di Mariolina Bertini (Roma, Carocci, 2019), è un libro di non facile collocazione, forse proprio per la sua articolazione singolare: è un testo fatto a strati, che al tempo stesso vortica, en colimaçon, attorno a un’enigmatica colonna portante: il personaggio ‘eponimo’, Vautrin. In questo studio Bertini torna magistralmente su due grandi temi cui ha dedicato buona parte della sua produzione teorica e critica: la ricezione della Comédie Humaine (un territorio che riserva ancora qualche sorpresa) e l’atto di lettura in Proust. E, soprattutto, rende un appassionato omaggio a un personaggio paradigmatico che, se da un lato è assolutamente unico nel suo genere, dall’altro è un meraviglioso prototipo, un personaggio-matrice. Gli appassionati di Balzac sanno bene che il famigerato Vautrin viene da lontano, in quanto condensa in sé tratti di personaggi più antichi (persino arcaici), ma è altresì ‘carico’ di elementi nuovi e originali che fanno di lui un vero e proprio archetipo.   Questo mio tentativo di sintetica descrizione dell’argument del volume di Bertini non fa altro che riflettere la suggestiva concatenazione delle parole-chiave...

Aqua / Elogio della plastica

Quando avviene un accoltellamento, gli inquirenti di solito non arrestano il coltello, ma chi l’ha usato. È evidente come il coltello non abbia colpe ma solo caratteristiche, che queste producano effetti positivi o negativi dipende esclusivamente da come vengono utilizzate, se per tagliare patate o gole. Eppure questa considerazione, che ha i caratteri della banalità, non viene presa in esame nel caso di un materiale che da qualche tempo nell’opinione pubblica pare incarnare il male assoluto: la plastica.   Le innumerevoli tipologie di materiali sintetici che vanno sotto il nome generico di plastica hanno una caratteristica comune: sono quasi tutte pressoché immortali. Restano così come sono per secoli, cosa che, detta nel linguaggio della sostenibilità, si traduce con: non sono biodegradabili. Avere a disposizione un materiale pressoché immortale è una cosa utilissima, con una materia estrema si risolvono problemi estremi, diventa presto insostituibile specialmente in campo medico, ospedaliero, sportivo, per esempio. È evidente che se con qualcosa di immortale si costruiscono cose destinate a essere usate poco o addirittura una sola volta, qualche problema ce lo si deve...

Tra bene e male / Autodifesa di Caino di Andrea Camilleri

Morendo il 17 luglio scorso, due giorni dopo la data fissata per la rappresentazione della sua Autodifesa di Caino alle Terme di Caracalla, è come se Andrea Camilleri la sua apologia atea l’avesse appena recitata e si fosse congedato consegnando ai posteri il proprio testamento spirituale sotto forma di un libricino adesso pubblicato da Sellerio e nei modi di un antivangelo cosmologico sul destino dell’uomo. Certamente curioso è stato il suo, avendo come atto finale voluto un sipario anziché un segnalibro, quasi restituendo l’autore al suo primo e grande amore che fu il teatro e facendo del suo ultimo titolo uscito, il primo postumo, un copione o una sceneggiatura. Sennonché lo stesso destino gli ha negato la gioia di andare una seconda volta in scena, non più come oracolo laico, il Tiresia quale suo alter ego divinatorio, ma nello spirito di una figura biblica posta a fondamento della fede cristiano-giudaica, un reietto simbolo del male del quale prendere le parti non fosse altro perché imputato perenne della cultura occidentale. Tuttavia, a ben vedere, nessun motivo Camilleri avrebbe avuto per compenetrarsi in Caino che non fosse stato quello di sostenere una confutazione divina...

Giuliano Scabia per il teatro Olimpico di Vicenza / Le statue, i dinosauri, lo spazzino indiano

All’ora che volge il desio – mentre per gli Inglesi è quella del tè – a circa 45°33'29"52 di latitudine Nord e 11°32'30"84 di longitudine Est, tra l’Odeo di Palladio e il bar da Ciro; giù per le vie di Tebe, sempiterna CSI, dinoccola un Edipo dégagé accompagnato da un’Antigone sorella-figlia-badante (“di tragedie io e mio fratello, nonché padre, / abbiamo le scatole piene”). Non stupiamoci: Lui, l’Autore, l’Antefatto, ci racconta come appena nove anni fa gli ridiede la vista con l’apposizione del magico santino (“Vengo per te, Edipo, re del teatro, re della cecità / e della veggenza. / Vengo per provare a ridarti la vista / nel tuo teatro fatto per vedere”), fra gli squilli superni di un’angelica cornetta e gl’inferi borborigmi delle pompe che svuotavano l’Ade di una Vicenza alluvionata – era così semplice, immaginare che quei tri-ordinati stucchi, quelle erculee formelle, quelle sproporzionate prospettive fossero di Edipo, cioè proprio la sua casa un po’ esibizionistica e kitsch, bastava bussare, toc toc: sta qui il non vedente veggente?  Il giorno è l’otto novembre duemiladiciannove, segnatevelo.  Perché 158.768 giorni dopo la sua inaugurazione, bisesti compresi –...

Un cinema per un popolo che manca / The Irishman e l’Altro che non c’è più

“This is my union”, “questo è il mio sindacato”, dice Jimmy Hoffa, il famigerato leader dei Teamsters, quando nella parte finale di The Irishman, appena uscito di galera, tenta nuovamente la scalata di un sindacato che negli anni Settanta sotto la leadership del suo ex-braccio destro Frank “Fitz” Fitzsimmons stava ormai prendendo un’altra strada. L’ambiguità del legame che aveva unito in uno stesso destino quella che allora era la più grande associazione di lavoratori americana e la criminalità organizzata – e che aveva caratterizzato gran parte della storia americana degli anni Sessanta e Settanta – era diventata ormai insostenibile, e l’ultimo tentativo di Hoffa (se mai davvero ci fu) di ripulire il sindacato dal problema delle infiltrazioni della mafia italo-americana non poteva che fallire.    Fa un certo effetto sentire queste parole oggi, nel 2019, quando a distanza di quasi mezzo secolo quel sindacato ha ancora un presidente – ormai in carica da più di vent’anni – che di nome fa ancora Hoffa. Si tratta del figlio di Jimmy Hoffa – James P. Hoffa – che solo poco tempo fa è uscito su tutti i giornali con una dichiarazione con la quale criticava la proposta di Bernie...

(Cicerone, De Officiis, quel che è giusto fare.) / L'etica spiegata a mio figlio

Cicerone. Un nome così famoso da esser diventato sinonimo di guida (ancorché turistica), sulla base di quel procedimento noto come antonomasia – e tuttavia non ha mai goduto di buona stampa, Cicerone. A cominciare dai suoi contemporanei. Per Catullo, che gli dedicò un bigliettino grondante d’ironica riconoscenza, era “optimus omnium patronus”, complimento ambiguo, dato che può significare sia “il migliore di tutti gli avvocati”, ma anche, e forse più, “il migliore avvocato di tutti”, nel senso che qualunque cliente era buono per lui. Per Virgilio poi era uomo di “ventosa lingua” e di “fugaces pedes”, ossia molto verboso ma poco coraggioso e lesto nel darsela a gambe, se è vero che va identificato nel personaggio di Drances, influente membro del concilium dei Latini che compare unicamente nel libro undicesimo dell’Eneide. (Che sotto le spoglie di Drance si celi in realtà Cicerone è dato molto discusso, ma Ettore Paratore nel suo commento inclina a credervi.)   Per il fondatore della moderna storiografia romana, il celebre Mommsen, il nostro autore era niente meno che “un giornalista, nel senso peggiore del termine”. Eppure un poeta antico, vissuto un centinaio di anni dopo di...

Kate Crawford & Trevor Paglen: Training Humans / L'occhio della macchina

Da domenica 9 giugno, Hong Kong è diventata teatro di scontri tra le forze governative e gli attivisti pro-democrazia che protestano contro un disegno di legge che faciliterebbe l'estradizione in Cina di cittadini accusati di reati gravi. La popolazione, preoccupata per le conseguenze che la legge avrebbe sul delicato equilibrio politico del paese, ha cominciato a manifestare pacificamente, in un crescendo di tensione e di scontri sempre più duri. Durante le manifestazioni, gli attivisti hanno invitato i partecipanti a utilizzare mascherine per coprirsi il volto e occhiali per rendersi irriconoscibili dalle forze di polizia e hanno chiesto ai reporter di non scattare immagini che potessero aiutare a identificare chi protesta. Le immagini dei civili che fronteggiano i poliziotti a colpi di puntatori laser, cercando di “accecare” i sistemi di riconoscimento facciale e di impedire agli agenti di mirare, hanno fatto il giro del mondo, segnando un cambio di passo nella pratica dei conflitti sociali.   Hong Kong, Photograph: Kevin On Man Lee/Penta Press/REX/Shutterstock. L'“ansia da riconoscimento” dei manifestanti di Hong Kong trova una giustificazione nell'atteggiamento...

Adelphi ristampa il libro più noto di Carlo Ginzburg / Il formaggio e i vermi

“In passato si potevano accusare gli storici di voler conoscere soltanto ‘le gesta dei Re’. Oggi, certo, non è più così. Sempre più essi si volgono verso ciò che i loro predecessori avevano taciuto, scartato o semplicemente ignorato. ‘Chi costruì Tebe dalle sette porte?’ chiedeva già il ‘lettore operaio’ di Brecht. Le fonti non ci dicono niente di quegli anonimi muratori: ma la domanda conserva tutto il suo peso.” Il formaggio e i vermi, oggi riproposto in una nuova edizione da Adelphi, uscì nel 1976, e nel primo paragrafo della prefazione, che ho copiato interamente, Carlo Ginzburg sintetizza l’essenza del libro. Che raccoglie gli umori di un clima culturale e politico, quello degli anni ’70, di cui forse si conserva memoria parziale se non macchiettistica. Ne parla anche Ginzburg nella nuova postfazione. Superati quasi completamente gli schemi ideologici attivi fino a pochi anni prima, messi a nudo come quelli degli avversari, questi movimenti poliformi entravano in contatto con studiosi (allora chiamati ancora intellettuali) non più e non solo attraverso appelli e firme, ma attraverso le loro opere, facendo propria anche una particolare filosofia della storia. Che a sua volta...

Memoria del limite, di Luciano Manicardi / Vita lunga, vita immortale?

Nell'opera intitolata Morte e Vita del 1916, Gustav Klimt (1862-1918) dipinse la morte che osserva l’umanità raccolta davanti a lei in un groviglio di corpi – uomini, donne, giovani, vecchi, bambini – affettuosamente intrecciati l’uno all’altro. Anche se il suo sorriso è il ghigno di un teschio, nel quadro la morte non sembra maligna. Quasi intenerita, persino un po' dispiaciuta per il compito che deve svolgere, osserva i corpi abbracciati e sereni che fluttuano in un universo luminoso fatto di tessere dai colori vivaci. Più che aspettarli, li cova con gli occhi. Ha la testa leggermente inclinata e in mano tiene qualcosa: un bastone? una clessidra? una specie di campana per battere l’ora? Di sicuro, comunque, non una falce. Una striscia scura la separa nettamente dai viventi inconsapevoli della sua presenza. Non è cattiva, è soltanto brutta e triste; la sua immagine, così poco attraente, la condanna alla solitudine. Probabilmente l'orrore che suscita in noi riflette più i nostri sentimenti che non la sua vera realtà.    Il quadro di Klimt è riprodotto sulla copertina del saggio Memoria del limite (ed.Vita e Pensiero) di Luciano Manicardi, priore di Bose, in cui l'autore...

Barroso / Marcello Fois, Pietro e Paolo

Per molti secoli la Sardegna è rimasta ai margini – ma forse sarebbe più appropriato dire: oltre i margini – della letteratura italiana. Le cose sono cambiate solo dopo l’unificazione nazionale: coincidenza vuole che risalga al 1871, cioè all’anno successivo alla presa di Roma, la nascita di Grazia Deledda, prima donna (e finora unica italiana) a vincere il Nobel per la letteratura dopo la svedese Selma Lagerlöf. Da allora il contributo degli scrittori sardi alla cultura letteraria si è fatto sempre più cospicuo. Alle figure eccezionali di Gramsci e Lussu ha fatto riscontro una presenza che di generazione in generazione si è consolidata, da Giuseppe Dessì a Salvatore Satta, da Sergio Atzeni a Salvatore Mannuzzu, da Giulio Angioni a Salvatore Niffoi, senza dimenticare, nel campo troppo sovente negletto della letteratura per ragazzi, la figura di Bianca Pitzorno. Accabadora di Michela Murgia è uno dei romanzi più pregevoli degli ultimi dieci anni, e per efficacia argomentativa ed esemplarità culturale anche la replica della scrittrice a Matteo Salvini – la sinossi dei due rispettivi CV postata su Facebook l’aprile scorso – meriterebbe di essere sottratta alle contingenze della...

Lawrence Wright / Texas, viaggio nell’America che verrà

Buona o cattiva che sia, tutti hanno un’opinione sul Texas. È uno di quegli argomenti capaci di scatenare una rissa, in America come oltreoceano. I liberal lo detestano, i conservatori lo adorano. Quanto ai texani, sono certi di essere i migliori. Se sognate la California, il Texas è il vostro incubo e Trump il suo profeta. Eppure – piaccia o no – il futuro degli Stati Uniti passa da qui. Non solo dal punto di vista strettamente politico.  Il nuovo libro di Lawrence Wright, Dio salvi il Texas, da poco in italiano per NR edizioni (trad. Paola Peduzzi, 284 pp.), ci conduce proprio qui – nel cuore del più grande e discusso stato repubblicano d’America – in un viaggio che fra memoir, saggio e inchiesta s’inoltra nei dibattiti più roventi del nostro tempo: dal petrolio al muro con il Messico.  Giornalista per il New Yorker, drammaturgo, sceneggiatore e già Pulitzer per Le altissime torri, magistrale saggio su Al Qaeda, Wright ha trascorso in Texas gran parte della sua vita e all’occhio del reporter unisce la sensibilità e l’ironia affettuosa di chi è di casa.     “Ho imparato ad apprezzare ciò che lo stato rappresenta, sia per chi ci abita, sia per chi ci osserva...

MASI, Lugano / I cani-uomo di William Wegman

Sono umani, sono come noi. Il percorso di William Wegman riflette (e anticipa) quanto è avvenuto nella relazione sapiens-cane negli ultimi quarant’anni. I cani hanno fatto ingresso nelle case, hanno abbandonato il ruolo di subalterni e ci sono diventati pari. Li pettiniamo, li vestiamo, li coccoliamo, li accudiamo come i nostri eterni bambini. Possono stare con noi sempre, ogni barriera è caduta. Dormono con noi, intrufolati tra le nostre gambe. Guardo i cani di Wegman. Sono 200 foto in mostra al MASI di Lugano, le vedo per la prima volta, ma mi dicono che per gli americani sono immagini generazionali, comparse un po’ ovunque, dai calendari alle pubblicità.   Sono immagini con cui ci sono cresciuti insomma quelli che erano bambini negli anni Settanta. Polaroid, perlopiù, belle, che non si possono non guardare. Perché in quell’immagine c’è qualcosa che è accaduto, qualcosa che noi abbiamo fatto a loro e che loro si sono lasciati fare. I cani sono tra i più affascinanti che si possano immaginare, i grigi elegantissimi Weimaraner con gli occhi d’azzurro perforante. Wegman li ha cominciati a fotografare quando il primo di loro, Man Ray, è entrato in casa sua, sembra contro la sua...