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Politica

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L’assalto a Capitol Hill e la didattica a distanza

Le immagini dell’assalto a Capitol Hill, il 6 gennaio scorso, hanno fatto il giro del mondo. E hanno inquietato un po’ tutti, in Europa. Quel che succede negli Stati Uniti riguarda da vicino il cosiddetto mondo occidentale, il quale resta legato da tanti fili, militari, economici e culturali alle sorti di quella che è, per ora, l’unica potenza egemone. Quelle immagini ci hanno ricordato quanto può essere fragile la democrazia. Nei volti dei manifestanti americani, ultimi difensori del Presidente sconfitto, si è visto il riflesso di quello spettro che agita tutte le democrazie occidentali: il populismo. Espressione vaga, quest’ultima, ma altamente evocativa, con cui il discorso politico e mediatico mainstream indica la galassia composta da tutte quelle voci che protestano contro la globalizzazione, alla quale vorrebbero contrapporre un rinnovato ruolo del locale, del comunitario, del nazionale. In aggiunta a ciò, non minore fonte di inquietudine è stata l’esclusione del presidente americano uscente da alcuni social subito dopo i fatti occorsi a Washington. Giustamente, molti si son chiesti: ma se qualcuno incita non solo all’odio (di incitamenti all’odio i social son pieni ogni...

Ottolenghi e Tagliacozzo / Due famiglie ebree nella Storia

Il finale l’hanno scritto i giornali. Mentre Lia Tagliacozzo, figlia di sopravvissuti alla Shoah, presentava su Zoom il suo ultimo libro sulle persecuzioni razziali, un coro d’odio ha fatto irruzione. “Hanno iniziato ad urlare ‘ebrei ai forni’, ‘sono tornati i nazisti’, ‘vi bruceremo tutti’, ‘dovete morire tutti’”, ha scritto Sara, la figlia dell’autrice, che in un post ha denunciato l’accaduto. Sullo sfondo, immagini di Hitler e svastiche.  Per alcuni lancinanti minuti, i fantasmi del passato si sono così ripresentati nella casa dove settantasei anni prima, nella razzia degli ebrei romani, era stata deportata la famiglia Tagliacozzo. E non per caso è accaduto in vista del Giorno della Memoria – uno sfregio a chi in nome delle vittime tiene vivo il loro racconto e all’Italia che ha scelto di non dimenticare.  Lo zoombombing, così lo chiamano, è uno degli incerti di questo tempo risucchiato dagli schermi e oggi, usciti dal perimetro della cronaca, mi sono chiesta se scriverne a rischio di regalare un’altra cassa di risonanza agli hater. Se non che quel veleno dà conto delle inquietudini che in un singolare controcanto intrecciano il libro di Lia Tagliacozzo La generazione...

Giuseppe Culicchia e Andrea Pazienza / Tra la P38 e l’eroina

Nella notte tra il 14 e il 15 dicembre 1976 Walter Alasia, vent’anni, sorpreso dalla polizia in casa dei genitori, spara e uccide il maresciallo Sergio Bazzega e il vicequestore Giovanni Vittorio Padovani; quindi salta dalla finestra dell’appartamento del primo piano sul marciapiede, dove viene a sua volta ammazzato. Nei primi capitoli di Il tempo di vivere con te (Mondadori, pp. 162; €17) il libro che ha dedicato al cugino Walter Alasia, Giuseppe Culicchia ripercorre rapidamente gli eventi sanguinosi degli anni settanta. Non è una ricostruzione critica o storica, è piuttosto un elenco. Il quadro che ne esce è impressionante. Cose note, ma non per questo meno tragiche: negli anni della guerra fredda l’Italia è in una posizione geopolitica centrale, frontiera aperta su molti fronti, e quindi si trovano a operare da noi tanti servizi segreti che armano, sfruttano e si scontrano attraverso vari gruppi di giovani che militano in organizzazioni spesso paramilitari. Questo è l’esoscheletro di quegli anni, le condizioni internazionali al cui interno viviamo. Quattordicimila arresti e oltre quattromila condanne, migliaia di mitra e bombe sequestrati: è chiaro che siamo in una guerra a...

Parole spia / A Draghi: sì o no, ma “convintamente”

"Domani voterò convintamente sì a Draghi". "Convintamente e coerentemente no a Draghi". Ai lettori e alle lettrici di queste righe, caso mai non lo sapessero, il compito, facile al tempo della rete, di trovare chi si è espresso così in questi giorni. Ci sono parole che funzionano da spie. Basta sentirle proferire o leggerle in una pagina, per intuire di qual genere di proferitore o di scrivente si tratta, ben al di là, come si vede, delle scelte politiche. Di scrivente, appunto, non di scrittore, secondo la nota dicotomia messa a punto nel secolo scorso da un feroce annusatore di testi e di lingua: Roland Barthes.   La dicotomia è nota. Anche in questa sede altre volte vi si è fatta allusione né s'intende riprenderne i temi. Forse non si è detto che l’uso che il poligrafo francese al proposito fece di transitivo (lo scrivere dello scrivente) e intransitivo (lo scrivere dello scrittore) non fu ineccepibile e aprì la strada a un'utilizzazione alla carlona dei due termini sintattici da parte di frotte di (reputati) epigoni. Anche per cogliere la marcatezza nell’opposizione dalla giusta prospettiva, molto meglio avrebbe fatto a definire assoluto il secondo e non-assoluto il primo...

febbraio - maggio 2020 / Covid 19. Diario minimo

Ero a Parma la mattina del 21 febbraio 2020 e tornavo a Milano la mattina presto. L’altoparlante ha annunciato che il treno in arrivo da Bologna non si sarebbe fermato nella stazione di Codogno. Non avevo mai sentito prima di allora che una stazione era stata chiusa ai viaggiatori in arrivo. Dopo poco è giunto il mio treno. Quando siamo passati per Codogno ho fatto in tempo a vedere il cartello che indicava la cittadina lombarda. Un cartello fantasma, come l’intera stazione. Arrivato in Centrale mi sono fermato a comprare il giornale e una ragazza in fila prima di me ha chiesto all’edicolante un biglietto per Codogno. Lui l’ha stampato e consegnato. La ragazza è corsa via di fretta. Sarà mai arrivata?   Le note che seguono sono una sorta di diario minimo di quanto è accaduto dopo quel 21 febbraio. Sono state pubblicate nel corso dei mesi seguenti su “la Repubblica” in una rubrica intitolata “Effetti personali”. Li ripubblico come personale memoria, quasi rasoterra, di questo periodo. Non troverete nulla di particolarmente nuovo o eclatante. Sono state il mio modo di stare in attesa del meglio.   Febbraio-maggio 2020   CARTA IGIENICA Appena l’emergenza Coronavirus è...

Catastrofi imprevedibili / Il senso asiatico della Storia

Di recente, ha prodotto una certa impressione il fatto che, secondo le proiezioni più attendibili, l’economia della Cina raggiungerà quella degli Stati Uniti nel 2028, ben prima del previsto. Questo ha innescato una cascata di commenti sul XXI secolo come “secolo asiatico” (dopo il XX “secolo americano”, e i secoli precedenti, almeno dal XVI in poi, come “secoli europei”).    Questo non significa affatto che i cinesi (1/5 della popolazione mondiale) diventeranno presto ricchi come gli americani, né come noi europei. Secondo l’FMI, il PIL (prodotto interno lordo) pro capite della Cina, con 10.839 dollari, è oggi al 59° posto (su 187 paesi), mentre il PIL degli US, con 63.051 dollari pro capite, è al 5° posto. Questo vuol dire che in media un americano in media è sei volte più ricco di un cinese.  Quanto a noi europei, non dovremmo poi lamentarci tanto: i quattro paesi più ricchi del mondo sono tutti europei, per quanto piccolini (Lussemburgo, Svizzera, Irlanda, Norvegia) e due di questi fanno parte dell’Unione Europea. L’Italia, con 30.657 dollari a testa, occupa il 25° posto; ovvero, ogni italiano in media è circa tre volte più ricco di un cinese. (Le altre...

Fauda, Baghdad Central, Tehran / Dolore e polvere

Fauda, in arabo, significa caos. In vocabolario Treccani, in senso figurato, significa grande disordine, confusione, di cose o anche d’idee, di sentimenti… in particolare disordine e grave turbamento nella vita sociale e politica. Nella primavera della cinematografia israeliana stanno pullulando produzioni di formidabile fattura: dopo il filone fortunatissimo dell’ortodossia ebraica (Unorthodox, o Shtisel di cui presto avremo la nuova stagione) ora c’è l’azione antiterrorismo, o spionistica. Di Fauda (Yes-Satellite Television, in onda su Netflix), scritta dal 2015 da Avi Issacharov e Lior Raz mi sono divorato in un binge watching psichedelico le prime tre stagioni, prodotte sino al 2020. Mio figlio era preoccupato, perché ha sentito per giorni urla in arabo e in ebraico, spari, motori in inseguimento, spari, urla, urla e spari, con la colonna sonora adrenalinica di Gilad Benamram, che aggiorna sulla bella scena della world music israeliana-palestinese questi giorni.   «Pa’, vedo che ti prende sta serie eh?» ogni tanto diceva mio figlio affacciandosi con la luce del giorno o della notte dallo spigolo: già, perché mi ha preso tanto? Perché, pur avendo studiato e studiando...

“Yekatit 12” / I massacri del 1937: Addis Abeba e Debre Libanos

È da tempo che ci si pone il problema di ripensare il “calendario civile” italiano ricordando anche i crimini del colonialismo del giovane Regno d'Italia e le successive atrocità delle “avventure” imperiali fasciste del ventennio, deliberatamente rimosse nelle narrazioni mainstream e nelle immagini semplificate della memoria pubblica, come è avvenuto nel caso delle recenti “scuse” della famiglia Savoia per le leggi razziste antiebraiche del 1938 che ignorano completamente la questione coloniale, riproponendo persino nei toni e nel lessico ulteriori problemi concernenti l’“italianità”. Facciamo nostro il recente appello del collettivo Wu Ming, perché il 19 febbraio diventi una data significativa della memoria pubblica italiana. Per fare i conti con una delle pagine più terribili della storia nazionale.    1937. “Yekatit 12”, il dodicesimo giorno del mese di Yekatit, corrisponde al 19 febbraio. Il Viceré d'Etiopia Rodolfo Graziani subisce un attentato. Due partigiani eritrei lanciano otto bombe a mano sulle autorità italiane: i morti sono sette e i feriti una cinquantina, tra cui lo stesso Graziani che però ne esce vivo. I soldati italiani sparano indiscriminatamente sulla...

Etica e fede / L'eredità di Barth e Bonhoeffer

Quando m’iscrissi alla facoltà di teologia evangelica dell’Università di Magonza per acquisire quelle conoscenze che mi erano indispensabili per affrontare l’argomento della mia tesi di laurea, la Germania Occidentale portava ancora evidenti le ferite e le mutilazioni della guerra. Era dicembre 1958, chiese diroccate, edifici semidistrutti, muri anneriti dalle fiamme, interi spazi cittadini coperti di macerie… tutto raccontava quanto i tedeschi avessero loro stessi sofferto dopo aver inflitto sofferenze inaudite a tanti popoli. Ma il clima che imperava, il discorso pubblico, erano quelli di un’impressionante rimozione collettiva. Sebald, con la consueta secchezza, nel saggio Luftkrieg und Literatur ne parla e sembra quasi dire che i tedeschi si vergognavano delle sofferenze subite con i bombardamenti.   Racconta episodi agghiaccianti, come quello della madre che corre per prendere un treno, la valigia che ha in mano si apre improvvisamente e rotola fuori una specie di fagotto nero, è il corpo carbonizzato della sua bambina, che lei si portava dietro, nel misero bagaglio di profuga. Rimozione, vergogna delle proprie sofferenze. Era questo il prezzo da pagare per poter rendere...

Indicativo presente 3 / 1. Chi prende la parola?

Samar, ora che con le file di banchi singoli il distanziamento carcerario è ancora più marcato, è tutta sola, al centro della classe. Non è in prima fila, perché non ha particolari problemi cognitivi, e non deve essere seguita dagli insegnanti di sostegno. Nemmeno è di quelle chiacchierone che vogliono intervenire sulla parola del prof una, tre, cinque volte all’ora, per dimostrare che loro sanno; di quegli egocentrici con la parlantina compulsiva, che ti fanno la domanda, e mentre cominci a rispondere si girano e continuano a parlare con altri tre, cinque compagni contemporaneamente, come un giapponese a Okinawa, che combatte contro soverchianti nemici sino alla morte, senza mollare la postazione da cui spara a raffica parole. No, Samar non è neanche una di quei due o tre che a inizio anno hanno come precisa strategia diventare i Jessie James della classe sconfitta dall’arroganza unionista dei prof, che cercano ogni ora ogni giorno di disgregare l’attenzione, il dialogo, qualsiasi ancoraggio a qualcosa che sia “fare qualcosa a scuola”. Samar sta a metà classe perché è di quelle studentesse che a inizio anno finiscono per caso al centro della mappa e che nessuno ha bisogno di...

Un anno dopo / Fastidi cinesi

Strano gennaio. Un sottile senso di fastidio, direi invidia, mi pervase nel vedere le immagini della festa in piazza a Wuhan, per il capodanno, tutti tranquilli con molte mascherine, a ricordare al mondo che lì la nottata è passata. Capodanno occidentale, calendario gregoriano, non capodanno lunare: e quindi cosa festeggiano? Non ho mai fatto il nostro capodanno in Cina, e devo farmi aggiornare dagli amici: sì il primo gennaio è festivo. Come diceva qualcuno, se la partita è questa, cosa fai, non giochi? Giocano. Del resto in tutto il mondo ormai si usa il calendario cristiano, per quello cinese stiamo per entrare nel 4718, per quello islamico siamo nel 1442, per quello ebraico nel 5781, e via dicendo, induisti, buddhisti, copti e chissà, quel che non poté il colonialismo lo ha completato la globalizzazione.   Viaggiai in paesi musulmani da giovane, arrivammo fino a Kabul con mezzi di terra a diciassette anni, 1970 A.D., e i calendari mostravano, a noi che avevamo imparato a leggere i numeri dell’alfabeto arabo (che non sono i numeri arabi), date inusuali: eravamo davvero in un altro mondo. Al giorno d’oggi – bella locuzione questa, eh?, si usa perfino nel mio dialetto: al dì...

David Teboul / Simone Veil, Alba a Birkenau

L’alba a Birkenau è il silenzio di una domanda mai pronunciata. A cosa si pensa quando a 17 anni ci si risveglia nel campo? Come si accoglie il mattino dopo una notte di angoscia, incubi e sogni? David Teboul non l’ha mai chiesto all’amica Simone Veil e quando se n’è reso conto era ormai troppo tardi per trovare risposta. Quella domanda ora riecheggia nel libro straordinario che il regista francese le ha dedicato con il titolo Alba a Birkenau (288 pp., Guanda).  Il volume nasce da una serie di incontri fra Veil e Teboul ma non è un saggio né una riflessione. Non ha pretese di completezza. È frammentario, incompleto e rapsodico come ogni umana conversazione – un documentario declinato in scrittura. A comporlo sono le parole, rese in prima persona, della stessa Simone Veil – il dialogo che per anni intrattiene con Teboul, gli scambi affettuosi con la sorella maggiore Denise, l’amica di Birkenau Marceline Loridan-Ivens e Pete Schaffer incontrato nel campo di Bobrek.  Pagina dopo pagina, la voce indimenticabile di una delle icone della storia d’Europa torna così a noi in un racconto che schiva la retorica, i facili sentimentalismi o le formule assolutorie – la lama di un...

Promemoria / Luciana Nissim e Primo Levi

Siamo nel salotto di un appartamento di Milano, l’ambiente è inondato di luce e sembra faccia caldo. Nell’inquadratura una signora di una certa età siede sul suo divano nell’angolo in cui di solito “legge libri gialli”. Indossa un vestito al ginocchio, blu scuro e comodo, giacca turchese e classico filo di perle a incorniciare un viso disegnato dal tempo, incredibilmente espressivo. Gli occhi sono intelligenti, mobili e vivaci, spesso affettuosamente irridenti. La voce dell’intervistatrice le chiede quale messaggio lascerebbe alle generazioni future e a suo figlio. La signora appare sorpresa per la domanda, in un primo momento ride: non è tipo da lasciare messaggi ai posteri. Poi si ferma e si fa di colpo pensierosa, lo sguardo si sposta di lato e sembra andare altrove. Lei è Luciana Nissim Momigliano, sopravvissuta ad Auschwitz che ha deciso di partecipare all’iniziativa della Shoah Foundation di Spielberg; è il 3 luglio del 1998 e in dicembre un tumore ne avrebbe spento la vita.    Dopo quel momento di impasse si ricompone, cambia posizione e risponde: “Il messaggio è questo: lavorare, darsi con devozione alle cose che si fanno, fare quello che si crede sia importante...

La scuola allo specchio

Non è agevole orientarsi nelle attuali politiche educative. In un contesto segnato da un Ministero sub iudice per ‘irrilevanza politica’, dal contrasto tra normative regionali sulle chiusure delle scuole e delibere di riapertura dei Tar locali, non resta l’auspicio che l’ottimismo della volontà prevalga sul pessimismo dell’intelligenza. Gli ultimi mesi, inevitabilmente, sono stati caratterizzati da un’egemonizzazione del dibattito sulla scuola da parte di epidemiologi, virologi, matematici e fisici, impegnati, ciascuno secondo le proprie competenze, a produrre modelli previsionali e ricerche, peraltro dai risultati non univoci, sull’impatto della filiera scolastica nella trasmissione del virus. Dopo un lungo e assordante silenzio, si registra una presa di posizione di sociologi, pedagogisti, psicologi indispensabile per bilanciare la medicalizzazione discorsiva attuale. In tale cornice non si può non segnalare l’acquiescenza con cui il corpo docente, legittimamente spaventato, amareggiato, macerato a lungo nella disillusione, ha accettato di sopportare lo iato tra retorica della centralità del capitale umano e l’assenza di politiche coerenti a promuoverlo, delegando a sparuti...

Anniversari / Calvino, Rigoni Stern, Meneghello. Cari centenari

Il 2019 è stato il centenario della nascita di Primo Levi. Quest’anno, 2021, è la volta innanzi tutto di Sciascia (nato l’8 gennaio) e di Rigoni Stern (1° novembre). Il 2022 toccherà a Fenoglio, Meneghello, Manganelli, Pasolini; l’anno seguente, a Calvino. L’elenco non pretende di essere completo. L’appena concluso 2020 ha visto volgere la cadenza secolare per Gesualdo Bufalino, Franco Lucentini, Gianni Rodari; il ’22 sarà anche il centenario della nascita di Luciano Bianciardi; il ’23, di Giovanni Testori; il ’24, di Giuseppe Bonaviri e di Paolo Volponi. Quello che si sta consumando, a cavallo fra il secondo e il terzo decennio del secolo XXI, è il centenario di una generazione. La generazione dei genitori di molti di noi baby-boomers: la generazione di chi ha compiuto vent’anni durante la guerra. Dunque, di chi ha vissuto da protagonista la fondazione della Repubblica: gli anni della ricostruzione, gli entusiasmi e le delusioni, l’ingresso in una società del benessere fragile e contraddittoria ma, per i più, prospera quanto nessuna prima.    Storicamente, sono soprattutto le guerre a definire le generazioni. Anche in maniera indiretta: chi ha vissuto l’esperienza di...

Tra diseguaglianza e opportunità / Algoritmi di classe

Dal bestseller di Shoshana Zuboff The age of surveillance capitalism, al caso Cambridge Analytica, la questione della relazione tra tecnologie, diritti individuali, e democrazie occupa uno spazio sempre più importante nel dibattito politico e culturale. E a ragione. La nostra vita quotidiana dipende sempre più indissolubilmente da tecnologie digitali; la nostra esistenza sociale si risolve sempre più chiaramente nell’insieme delle “tracce digitali” che lasciamo, volontariamente o meno. Se, fino a pochi decenni fa, la nostra individualità, la prova della nostra esistenza sociale e politica risedeva in un insieme di manifestazioni “fisiche” (l’esistenza in un registro, il possesso di un documento cartaceo, la capacità di recarsi fisicamente in un certo luogo), una lenta osmosi dal fisico al digitale sta trasferendo porzioni sempre più consistenti della nostra identità nel dominio del virtuale.   L’aspetto forse più interessante di questo fenomeno, però, è che, a ben vedere, la trasformazione in atto non si limita a un trasferimento “a somma zero” dal fisico al digitale: parti della nostra persona e della nostra storia finora non tracciabili, sono divenute perennemente...

21 gennaio 1950 / George Orwell, Omaggio alla Catalogna

Il 26 dicembre 1936 il cittadino inglese Eric Arthur Blair arriva a Barcellona deciso a combattere a fianco della repubblica contro i fascisti. In Gran Bretagna è un giornalista e un narratore noto con lo pseudonimo di George Orwell; ha pubblicato tre romanzi e un libro d’inchiesta, Senza un soldo a Parigi e a Londra, dedicato alla vita precaria dei lavoratori d’albergo e a quella dei mendicanti senza fissa dimora, uscito nel 1933. L’opera successiva, La strada di Wigan Pier, una cronaca-inchiesta sui minatori di una cittadina del Nord dell’Inghilterra, l’ha consegnata all’editore poco prima di partire da Londra per la Spagna, nel 1937. Uscirà nel medesimo anno e provocherà numerose discussioni negli ambienti della sinistra inglese. Eric Arthur Blair non è ancora Orwell, almeno l’Orwell che noi oggi conosciamo, il celeberrimo autore di due libri che hanno segnato la seconda metà del Novecento: La fattoria degli animali (1945) e 1984 (1949).   Prima di mettere piede nella Spagna repubblicana, dove nel luglio del 1936 è cominciata la guerra civile con lo sbarco di Francisco Franco a Tetuan, Orwell passa a trovare Henry Miller a Parigi. Lo scrittore americano l’accoglie con...

1921 - 2021 / Compagni, avanti il gran Partito!

Cento anni fa, il 21 gennaio 1921, nasceva a Livorno, da una scissione del Partito socialista, il Partito comunista italiano. In occasione dell'anniversario, la casa editrice Quodlibet ripropone un bel saggio di Mauro Boarelli, La fabbrica del passato. Autobiografie di militanti comunisti (1945-1956). Uscito alcuni anni fa per Feltrinelli, è arricchito in questa nuova edizione da una prefazione inedita di Carlo Ginzburg, che presentiamo ai lettori di “doppiozero” per gentile concessione dell’editore.      1. Questo libro, apparso per la prima volta nel 2007, parlava già allora di un passato lontano. Lontano non nel tempo, e neppure (almeno per un lettore italiano) nello spazio: e tuttavia i documenti su cui il libro era basato, e la realtà alla quale rinviavano – il partito comunista italiano, in quanto partito di massa – appartenevano a un mondo tramontato. Nel frattempo quel passato si è allontanato ancora, con una rapidità stupefacente. Anche se l’inerzia linguistica ha conservato l’espressione «partiti politici», la partecipazione politica ha assunto, in una società dominata dal neoliberismo, una fisionomia completamente diversa, oggi accentuata dalla...

Elezioni USA / Presidenze fittizie, minacce reali

Washington, D.C.. L’enorme, candida cupola del Campidoglio – la sede del Parlamento federale statunitense, il tempio laico della democrazia americana – viene violata. Un’esplosione la scuote. Le fiamme, altissime, squarciano la notte. Il Governo è stato decapitato da un oscuro attentato terroristico.   “Designated Survivor” (prima stagione, episodio I) È l’inizio di Designated Survivor, serie tv che dal 2016 è andata in onda per tre stagioni. Il protagonista, interpretato da Kiefer Sutherland, è Tom Kirkman: membro di secondo piano del Cabinet presidenziale, “sopravvissuto designato” e quindi tenuto al sicuro durante l’annuale discorso sullo Stato dell’Unione. Proprio per garantire, in caso di catastrofe, la continuità del governo del Paese.   Finzione, realtà. Il tema è proprio questo: chi rincorre chi? Quale sta maggiormente influenzando l’altra? La messa in scena narrativa del potere politico ha subito negli ultimi anni una progressiva e formidabile degenerazione morale. Soprattutto la tv ha costruito e cristallizzato un immaginario feroce, sadico, davvero oscuro. Prendendo a esempio la Casa Bianca: la Camelot di The West Wing si è mutata nell'incubo di House of...

Diario Americano / Gli ultimi giorni di Donald Trump

Mercoledì 20 gennaio Joe Biden e Kamala Harris si sono insediati alla Casa Bianca, e spero che il Servizio Segreto, ripulito dai convertiti a Trump, sia in grado di difenderli anche dopo che lo stato d’assedio sarà finito, perché l’eredità lasciata dal presidente uscente, anzi uscito, anzi buttato fuori con un secondo impeachment (che non è solo una formalità, anche se lo sembra) è una guerra civile che ha già avuto le sue prove generali. Non sono andate molto bene, ma si sa che la sera della prima di solito tutto si sistema. E la sera della prima non l’abbiamo ancora vista.   La domanda che l’FBI si pone ora è quanta connivenza ci fosse dall’interno del Campidoglio, tra la polizia, vari deputati e senatori repubblicani, e i rivoltosi fuori. Pare che gli Stati Uniti siano entrati anche loro nell’era dei “servizi deviati”, che chi ha abbastanza anni in Italia ricorda ancora bene. Il cancro della teoria di complotto secondo la quale Biden ha “rubato” la vittoria a Trump è molto diffuso tra la non piccola percentuale di agenti della polizia orientati sulla destra estrema (anche qui, nessuna novità per gli italiani); i loro siti e le loro chat ne traboccano. E scoprire che a...

Antonio Scurati, M. L’uomo della Provvidenza

«I fascisti della prima ora si spoliticizzano, si ministerializzano, si burocratizzano. I vecchi liberali fiancheggiatori resistono passivamente attraverso un asservimento esteriore: gli industriali prendono la tessera pur di salvare il capitale, i grandi burocrati si rendono complici pur di subordinare il Partito allo Stato e lo Stato ai loro privilegi castali, la magistratura si asservisce per quieto vivere. Dappertutto è così: gramigna dei convertiti, automatismi, untuosi compromessi. Gli ultimi ad accodarsi sono stati i professori universitari […] soltanto tredici su milletrecento hanno trovato il coraggio di rifiutarsi». Queste righe sono tratte da uno degli ultimi capitoli (la data è il 7 dicembre 1931) di M. L’uomo della Provvidenza (Bompiani, pp. 646, € 23), secondo volume della grande biografia di Mussolini di Antonio Scurati. Sull’impostazione generale dell’opera rinvio a quanto già detto in occasione dell’uscita del primo, che copriva il periodo dalla fondazione dei Fasci di combattimento (23 marzo 1919) alla rivendicazione da parte di Mussolini del delitto Matteotti  (3 gennaio 1925). Questa seconda tranche arriva all’ottobre 1932, inaugurazione della Mostra della...

Scienza e politica / La voce dei numeri e il silenzio degli uomini

La pandemia del 2020 ha avuto una conseguenza positiva: ha provocato una sorta di risveglio civile e individuale durante il quale problemi di natura etico-morale-politica, che si credevano ormai prerogativa della ricerca accademica, sono tornati protagonisti della discussione pubblica e privata. Giornalisti, scrittori, filosofi, scienziati e frequentatori di social e agorà virtuali hanno scoperto che è inevitabile dibattere sul senso della vita e sui valori in base ai quali si prendono le decisioni sia a livello personale che collettivo. Le grandi domande esistenziali: che cosa ha valore? Qual è lo scopo della politica? Chi decide e perché? Sono nuovamente attuali e non hanno più una risposta obbligata. Queste domande sono diventate urgenti perché, in conseguenza della pandemia, la società si è trovata a dover scegliere tra valori incommensurabili: salute o libertà, sicurezza o socialità, uguaglianza o economia. E queste alternative sono scelte esistenziali che non possono essere ridotte a calcoli amministrativi. Prima della pandemia, una costellazione di valori condivisi, storicamente assestata e implicitamente accettata dalla comunità dei cittadini, ha consentito di evitare...

Democrazia / Twitter, Trump: censura o mercato?

Nel dibattito che infuria sulla cancellazione da parte di Twitter dell'account @realdonaldtrump di Trump quasi nessuno ha nominato una parola-chiave, necessaria per capire di cosa stiamo parlando. Questa parola è mercato. Prendiamo la dichiarazione di Massimo Cacciari rilasciata a Adnkronos in cui dice: "È inaudito come imprenditori privati possano controllare e decidere loro chi possa parlare alla gente e chi no. Doveva esserci un'autorità ovviamente terza, di carattere politico, che decide se qualche messaggio che circola in rete è osceno, come certamente sono quelli di Trump. Come oggi è Trump, domani potrebbe essere chiunque altro (ad essere censurato n.d.r.) e lo decide Zuckerberg. È una cosa semplicemente pazzesca".  Semplicemente pazzesca appare l'ingenuità di Cacciari, un filosofo e un politico per il quale, intendiamoci, nutriamo il massimo rispetto. Che deve essere caduto nel trabocchetto delle "dichiarazioni a caldo" che sempre i media chiedono agli opinion leader, e lui ha generosamente risposto, senza nemmeno aver avuto il tempo di buttare un occhio alla IG story di Francesco Costa (@francescocosta21) che ammoniva "Cosa...

Diario americano / La marcia su Washington

Le poche centinaia di bolscevichi che nel 1917 assaltarono il Palazzo d’Inverno non riuscirono a completare la rivoluzione perché Lenin, dopo averli incitati con la sua splendida oratoria, tornò a casa per godersi l’assalto in televisione. Più o meno questo è ciò che è accaduto a Washington il 6 gennaio 2021. Ma se Donald Trump, invece di tornare alla Casa Bianca si fosse messo alla loro testa, il colpo di stato avrebbe avuto buone probabilità di riuscire. I repubblicani sarebbero rimasti terrorizzati e insieme ammirati dall’audacia del loro Grande Capo, e visto che più di cento deputati e una dozzina di senatori avevano già deciso di sollevare obiezioni alla certificazione della vittoria di Biden, non sarebbe stato difficile per Trump convincere gli altri. La certificazione sarebbe stata sospesa, e anche se non era vincolante, sarebbe stato il segnale che la Costituzione, di cui tutti si riempiono oscenamente la bocca, era di fatto sospesa. Trump sarebbe rimasto presidente “in stato di eccezione” finché, per citare parole sue di qualche tempo fa, “non si sarà capito che diavolo sta succedendo”.    Per fortuna per l’America che c’è la televisione, e che Trump ha...