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Politica

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Invito alla metapolitica / Oltre la guerra

Parlando con alcuni miei interlocutori negli incontri di analisi e cercando con loro di tracciare qualche coordinata per affrontare ansie montanti che nascono in queste settimane dal sentirsi colpiti dalla guerra, siamo ripartiti dalla posizione nella quale ci si trova come ricettori di immagini-notizie.  Non si può neppure accennare alle innumerevoli teorie sullo spettatore, né in seduta né qui – dovremmo metterci a studiare il tema, almeno da Diderot a Debord. Però credo sia importante, magari semplificando, porre come punto di partenza la domanda: “quale è la postura di chi osserva come spettatore che guarda da lontano, (tele-visivo)?”.    La posizione dello spettatore e il sequestro dell’empatia Dalla critica biblica alle scienze umane – perfino in fisica – è rilevante tenere conto di come avviene l’osservazione. Il “posto nella vita” che occupano gli autori e i lettori è decisivo per poter comprendere un testo o un qualsiasi altro segno. Per chi è quasi travolto dalle immagini della guerra – ed è evidente il coinvolgimento emotivo molto più intenso dell’immagine rispetto alla lettura per via dell’attivazione più diretta e completa dell’apparato percettivo –, e...

Parole e immagini (6) / Qui Odessa. Le parate

12 maggio 2022   Mi trovo dentro un negozio per ricaricare la carta al terminale. Accanto a me c’è un uomo che sta facendo lo stesso. Gli suona il telefono. Dall’altra parte si sente una voce di donna che grida in modo isterico. – Dove sei? Torna subito a casa!!! Dicono che nel giro di un’ora ci sarà un bombardamento a tappeto!!! Vieni subito!!! Lo osservo. In pochi istanti l’uomo forte e giovane si scolla. Il portafoglio gli cade a terra. Cambia di posto alle chiavi, ma subito dopo comincia a tastarsi il corpo per ritrovarle. Diventa grigio. Gli manca il respiro. Sta male. Decido di intervenire. Gli dico di non dare retta, è solo un fake, e di non credere a nessuno se non ai nostri. E i nostri ci avvisano quando vedono arrivare i missili. Apro una bottiglia d’acqua. Poi vado su telegram e gli faccio vedere la pagina, non c’è nessun allarme. Beve, sembra calmarsi. Capisco che le persone sono diverse. Qualcuno tende a credere ai fake. Ma è ciò che vogliono – spezzare lo spirito, obbligarci ad avere paura. Per favore, non prestatevi al gioco.   La guerra invade lo spazio mentale, non riesci a pensare ad altro. È un’occupazione sorda, inesorabile. Succede a noi, figurarsi a...

Sette / Diario russo. Good Bye Lenin!

Quando ho lasciato Pietroburgo per l’ultima volta, diretto al confine con l’Estonia, ho visto dal finestrino dell’autobus la prima statua di Lenin in cui mi ero imbattuto al mio primo soggiorno di studio in Russia, ormai diciassette anni fa. Solo pochi mesi prima era uscito Good Bye Lenin!, film visto e rivisto al cinema e in dvd, e anche a lezione all’università, durante il corso di Storia della Germania. Quando vidi dalla maršrutka, il microautobus allora tanto diffuso come mezzo di trasporto nelle città russe, stagliarsi il profilo bronzeo di Vladimir Il’ič a lato del Moskovskij prospekt, l’emozione fu molto forte, e pensai alla scena in cui Christiane, la madre di Alex interpretata nel film da Katrin Sass, decide di uscire di casa e di fatto sfuggire alla DDR in miniatura costruita dal figlio e vede una enorme statua del rivoluzionario russo portata via da un elicottero. La caduta dell’Urss, in realtà, non ha visto immediatamente in Russia la rimozione delle vestigia e dei simboli del socialismo reale, anche se si iniziò con il rinominare città e strade, con Leningrado tornata a essere Pietroburgo, Sverdlovsk Ekaterinburg e la prospettiva Marx a Mosca spezzettata nelle tre vie...

Parole e immagini (5) / Qui Odessa. Le scale e le cantine

5 maggio 2022   Viene prima la salita o la discesa? Quando si va in montagna, prima si sale, si soffre, si espugna la vetta, e poi si ritorna a casa sereni. A Odessa è il contrario. Prima si scende. La città si sviluppa su costoni collinari che si levano sopra il mare, e nella parte storica, per raggiungere il mare e gli stabilimenti balneari bisogna affrontare scale che dominano la scarpata. La gigantesca scalinata Potjomkin è una di queste. Se uno dei landmark della città è una scala, il binomio salire e scendere diventa un fatto costitutivo della mentalità dei suoi abitanti. Non siamo ai precipizi di San Francisco, ma nemmeno in pianura. (Lo confesso, da bambino dover scender le scale per andare al mare me lo rendeva penoso, non è che i bambini siano sempre disposti a barattare la felicità con una contropartita di fatica.)   La scalinata collega la città alla zona del porto, incluso l’attracco per le navi da crociera. È una scala a singhiozzo: settori di scalini si alternano a zone piane. Guardando dall’alto verso il basso, si vedono solo i tratti orizzontali, non gli scalini. Al contrario, quando si guarda dal basso si vedono solo gradini. E poi c’è l’illusione...

Una strana amicizia / Chaplin e Churchill a piedi nudi sulla spiaggia

Tra il pubblico presente il 14 settembre 1925 alla prima londinese del film di Charlie Chaplin La febbre dell’oro, tenutasi allo storico Tivoli Theatre, da poco restaurato, era presente, ricordano le cronache, l’allora Cancelliere dello Scacchiere, in pratica il Ministro delle Finanze del governo di Sua Maestà, sir Winston Churchill accompagnato dalla moglie Clementine Hozier, entrambi entusiasti ammiratori di Charlot e del suo “vagabondo”. Una simile presenza non passò inosservata, tanto che un paio di giorni più tardi il domenicale britannico The People approfittò del ghiotto ”avvistamento” per punzecchiare il controverso Cancelliere e la sua allora ancor più controversa politica deflazionistica (l’obiettivo che Churchill si era prefisso, era il ritorno alla parità aurea della sterlina ai livelli di ante guerra) suggerendo che se sir Winston avesse potuto trasmettere «un po’ dello spirito e dell’allegria di Charlot nella prossima seduta del Parlamento, farebbe davvero molto per alleggerire la tensione dovuta ai tanti problemi politici».   Passano quattro anni da quella serata e per una fortuita serie di coincidenze tipicamente hollywoodiane, Winston Churchill e Charlie...

Riforme e investimenti / Franceschini: con la cultura si mangia?

Dario Franceschini è da tempo il massimo punto di riferimento istituzionale per la cultura italiana. Lo è dal 22 febbraio 2014, prima come Ministro dei Beni e delle Attività Culturali (e inizialmente anche del Turismo) con i governi Renzi, Gentiloni e Conte II, e ora come Ministro della Cultura con il governo Draghi, salvo l'interruzione del Conte I (quello “gialloverde”) nel 2018-19, quando il ruolo venne affidato all'inconsistente Alberto Bonisoli (quando il Ministero perse la delega al Turismo). Franceschini ha fortemente voluto questo dicastero, considerato “minore” ma con una forte visibilità mediatica. Una scelta insolita per un politico di primo piano, che avrebbe potuto ambire a ministeri più “pesanti”, ma rivendicata dopo il primo giuramento al Quirinale, quando con un pizzico di provocazione si dichiarò orgoglioso di guidare “il principale ministero economico del nostro paese”, ancorché poco finanziato.   Appare dunque legittimo il suo desiderio di tracciare un bilancio, con un volume che si inserisce in un fortunato genere saggistico: il suo Con la cultura non si mangia? (La nave di Teseo, 2022) arriva infatti dopo La cultura si mangia! di Bruno Arpaia e...

Ucraina, la radio resistente / La guerra nell'etere

Nei primi giorni di marzo, dopo solo una settimana dall’invasione russa in Ucraina, su decine di radio private locali l’esercito di Putin diffondeva attraverso i trasmettitori ucraini un messaggio: le città sarebbero presto state liberate dalla giunta criminale di Kiev, bisognava solo mantenere la calma. È incredibile come la radio rivesta da sempre un ruolo cruciale nei territori destabilizzati da guerre, conflitti, disastri ambientali improvvisi. Non è solo la mia personale passione, ma sono i fatti e la storia a permettermi di affermare senza timore che, da quando esiste, la radio si attesta come il più agile, robusto e resistente dei media.   La rapidità con cui l’etere ucraino è stato colonizzato dalle forze russe in realtà non deve stupire, è parte di una strategia ben definita e di lungo corso. Me l’ha spiegato Andrea Borgnino, esperto di storia della radio e radioamatore, intento da anni ad analizzare il ruolo delle emittenti nel corso dei conflitti in ogni angolo del mondo. Borgnino segue le vicende ucraine sin dall’inizio della guerra del Donbass e in queste settimane, attraverso un trasmettitore capace di captare le onde corte, è riuscito, insieme al suo gruppo di...

Sei / Diario russo. Il virus Z

I simboli fanno parte della nostra comunicazione da sempre, è quasi un’ovvietà ripeterlo, e nell’epoca della comunicazione social, del marketing e del rumore mediatico ancor di più. E forse è proprio per questo che ci interrogano sulla loro pervasività, sulle loro origini, spesso trattandosi di emblemi nati per caso. È successo così anche alla Z, lettera finale dell’alfabeto latino, utilizzata sugli automezzi militari russi per indicare la provenienza dal distretto militare occidentale (zapadnyj in russo), e che ha allarmato i media europei e statunitensi ancor prima dell’inizio della guerra, con domande sul reale significato del simbolo. La propaganda russa ha colto le potenzialità, in un gioco di specchi riflessi, di dare un emblema riconoscibile all’aggressione, e Russia Today ha iniziato a usare la Z per magliette e altri prodotti, in una macabra logica di marketing. E ora la Z è dovunque, viene utilizzata dal principe della menzogna televisiva, Vladimir Soloviov, viene imposta sulle facciate di alcune università nonostante le proteste degli studenti, addirittura appare in alcuni documenti ufficiali: l’amministrazione della regione di Kemerovo, dove si trova uno dei principali...

Una testimonianza / Donbass 2018- 2022: “Temiamo di non essere creduti...”

"Il mondo è appeso a un filo sottile, che è la psiche umana”.  C.G. Jung        Una colonna di veicoli militari russi si avvicinava giorno dopo giorno al confine ucraino. Questo, per milioni di italiani, era lo scenario televisivo di fine febbraio 2022. Mi vennero in mente i bambini del Donbass che avevo assistito negli anni precedenti. Dal 2015 avevamo attivato a Kiev e nel Donbass l’Expressive Sandwork: un progetto di intervento psicologico per contrastare i traumi della guerra. I rifugiati del Donbass arrivati a Kiev erano già allora circa 2 milioni. Risiedevano in strutture messe a disposizione dal governo. Arrivavano da città bombardate, che non erano mai uscite dall’immobilità sovietica. Erano spaventati. Dalla guerra e dall’incredulità rispetto alla guerra. Oggi si trovano sfollati una seconda volta. Non ricordano di aver ricevuto dei connazionali di quella dinamica e impaziente città, che Kiev era nel 2015. Le famiglie sfollate del Donbass, che ho conosciuto a Kiev in quegli anni, avevano perso casa e contesto e faticavano ad ambientarsi in quelle strade in cui si udiva tanto inglese quanto ucraino e si vedevano bicchieri di aperitivi color...

Lo sguardo di uno scrittore e poeta iracheno / Niente di nuovo a Est

Due giovani uomini si intrattenevano davanti all’ambasciata dell’Ucraina a Baghdad. Erano lì per richiedere il visto. Nella breve intervista rilasciata a una tv irachena, uno di loro ha raccontato di voler andare in guerra contro i russi, giacché era disoccupato e aveva sentito dire che la ricompensa consisteva nel visto con permesso di soggiorno a tempo indeterminato e in 4.000 dollari di stipendio mensile. “Jihād ed espatrio” ha poi aggiunto. Un comico in esilio di origini irachene ha ironizzato in un comedy-show: “I nostri soldati di ventura in cerca di miglior vita in Ucraina, adesso che lì c’è la guerra… forse da morti”. In Siria, comunque, pare che la Russia abbia reclutato molti combattenti. Questa è la notizia. In migliaia sarebbero dispiegati intorno alla capitale Kiev. La politica russa trova invero forte sostegno non solo in Siria ma anche in alcuni Stati arabi e africani e principalmente in quei Paesi dove i militari sono al comando. E questa è una verità, non una notizia.   Secondo l’opinione concorde degli esperti, i dittatori credono che i russi siano affidabili, a differenza degli americani e del resto degli occidentali che sarebbero sempre pronti a piantare...

Un dialogo / Mascolinità nera: un circolo vizioso di stereotipi

Angelo Boccato: Volendo cominciare la nostra conversazione, non posso non pensare ai fatti di Milano di Capodanno e al modo in cui sono stati riportati sui media diciamo generalisti. Il sindaco di Milano Beppe Sala ha sottolineato che gran parte del “branco” arrivava da fuori Milano, mentre i succitati media generalisti hanno ripreso quelle definizioni che conosciamo bene come “immigrati di seconda generazione”, definizioni che non hanno alcun senso di per sé, ma lo assumono nel rappresentare corpi estranei, corpi che alla fine non la meritano nemmeno la cittadinanza. Qui poi si aggancia l’elemento della classe sociale e del modo in cui si pensi ai giovani di seconda generazione in Italia, come a una serie di controfigure di L’odio di Matthieu Kassovitz, emarginati, estranei, violenti, senza mai un briciolo di riflessione, ma solo pregiudizi che potremmo definire borghesotti.    Su questo fronte torneremo spesso, ma credo sia importante centrare il fatto che ogni conversazione sui diritti, nel nostro Belpaese, viene sempre interrotta da un riferimento ai doveri. In Italia e non solo, la cittadinanza (il Regno Unito, tra lo scandalo Windrush, lo scandalo che ha visto...

Biografia di un gerarca / Il perfetto fascista

Ci sono vite che oltrepassano la fantasia del più scatenato dei narratori: è il caso di quella di Attilio Teruzzi (1882-1951), Il perfetto fascista (Einaudi) che dà il titolo alla bellissima biografia che gli dedica Victoria de Grazia, la storica americana che è tra le più illustri studiose del fenomeno fascista. Il sottotitolo, “una storia d’amore, potere e moralità nell’Italia di Mussolini”, fa intuire che l’intreccio tra pubblico e privato è la chiave per comprendere l’ascesa e il declino di un uomo di modeste origini sociali, che arrivò a essere ministro nel Ventennio, a sposare una miliardaria americana di origine ebraica, per poi diventare padre di una bambina avuta da un’altra donna ebrea al tempo delle leggi razziali.  La de Grazia è una storica che ha il fiuto e l’esperienza per setacciare archivi, leggere nella giusta luce carteggi privati, non disdegnando di affidarsi a fonti orali dove manca ogni altra documentazione. Riesce così a disegnare con esattezza e ricchezza di particolari – quante storie sono contenute in questo libro – la traiettoria di un uomo qualunque che emerge dall’anonimato e naviga nella corrente della storia fino a diventare una figura che è...

Dizionario Fenoglio / Chiodi e Fenoglio. R/esistenza

“Sergio P. partì una mattina da Castagnole delle Lanze per andare a Castino ad arruolarsi in quell’importante presidio badogliano”. È l’incipit di uno dei racconti de I ventitré giorni della città di Alba (1952), “Gli inizi del partigiano Raoul”, dove Fenoglio racconta il difficile inserimento di un diciottenne studente nel mondo della Resistenza. Sergio si ritrova fra giovinastri gretti e rissosi, in poche ore è preso dal pentimento e vorrebbe tirarsi fuori “dall’orribile avventura nella quale s’era cacciato da solo”. L’arcangelico regno dei partigiani – sarà la formula di Johnny – si rivela un piccolo inferno: “A cosa mi serve aver studiato? Qui per resistere bisogna diventare una bestia! E io non me la sento, io sono buono! Oh mamma, mamma!”. Quando all’alba era uscito di casa, “camminava a cuor leggero; a dispetto del fatto che al paese aveva lasciata sola sua madre vedova, si sentiva figlio di nessuno, e questa è la condizione ideale per fare le due cose veramente gravi e dure per un individuo: andare in guerra ed emigrare”.    Solo poche ore prima la madre aveva cercato in tutti i modi di dissuaderlo dal compiere quella scelta. Lo sa che il figlio fa “una cosa...

Birds aren't real / Fake News e paranoie

Pasquale Palmieri:  Ho ricevuto nelle scorse settimane questa testimonianza da Francesca Beretta, che vive e lavora negli Stati Uniti da più di un decennio. Insegna lingua e cultura italiana, lavora a una tesi di dottorato sulle strategie educative per formare e informare la Generazione Z, in una delle università pubbliche più importanti del paese (UT Austin).    È lecito chiedersi se i fenomeni raccontati da Francesca ripropongano schemi consolidati o acquisiscano nella nostra epoca una loro specificità, anche alla luce delle possibilità comunicative che la tecnologia ci offre. La storia e le scienze sociali ci offrono indicazioni importanti in tal senso. Le ansie cospirazioniste non sono certo un’invenzione del nostro tempo. Sono riapparse in diverse epoche e in diversi contesti geopolitici, rivelando in ciascuna occasione delle sfumature inedite. Tuttavia non possiamo negare di aver assistito negli ultimi anni all’emersione di un’insofferenza diffusa contro le élites che si è tradotta in un complottismo tanto dilagante da riuscire a permeare diversi aspetti del nostro vivere comune.    Per spiegare le tendenze in atto, gli studiosi hanno fatto spesso...

Polo del ‘900 / Ritorno nel Fiat-Nam

Questa è una storia vera, è capitata al padre di una mia amica. Operaio a Mirafiori nei primi anni Settanta, fu vittima di un orribile incidente sul lavoro a causa della scarsa manutenzione dei macchinari. Mentre è in ospedale ustionato in gran parte del corpo con pochissime speranze di sopravvivere, alcuni funzionari della FIAT avvicinano la moglie e le propongono un patto: se non denuncia che l’incidente è avvenuto dentro lo stabilimento, ma fuori, per cause fortuite, si impegnano ad assumerla come impiegata, assicurandole così i mezzi di sussistenza per sé e per le figlie. Il marito muore, la vedova accetta il patto. Va a lavorare in FIAT e riesce a crescere le figlie dignitosamente. Per farlo utilizza quel “sistema FIAT” che ha condizionato Torino per decenni, mescolando la spietatezza delle pratiche appena descritte con un approccio welfaristico che viene descritto perfettamente in Oltre il lavoro, vero e proprio classico del cinema aziendale, realizzato proprio in quegli anni, nel 1972. È una produzione di CineFIAT, l’equivalente della Commissione Stampa e Propaganda del PCI di allora. E in qualche modo Oltre il lavoro è il contraltare di Trevico-Torino, viaggio nel Fiat-Nam...

Tra realtà e finzione / Zelensky, servitore del popolo?

In queste settimane sta andando in onda, in una modalità sperimentale e inedita, una nuova serie di fantascienza bellica. Non ha titolo (ma potrebbe benissimo essere “Orrore alle porte dell’Europa”) ed è trasmessa in chiaro sulle reti televisive di tutto il mondo. In uno scenario distopico dominato dal conflitto tra blocco occidentale e blocco orientale e dalle reciproche minacce di attacco nucleare, la Federazione Russa invade l’Ucraina, ex repubblica dell’URSS, bombardando le principali città del paese e martoriando la popolazione. Puntata dopo puntata lo spettatore assiste a terribili devastazioni, vengono alla luce atroci massacri perpetrati sui civili, mentre milioni di profughi si accalcano ai confini occidentali del paese in cerca di salvezza. L’anacronismo storico e il surrealismo della trama sono evidenti, ma l’immaginazione dei creatori della serie non fa sconti: la messa in scena è cruda ed estremamente realistica, le immagini delle atrocità sono cruente, la distruzione delle città e la disperazione della popolazione sono mostrate in tutta la loro drammatica violenza. La serie dovrebbe essere vietata ai minori ed è assolutamente sconsigliata a un pubblico sensibile....

Parole e immagini (3) / Qui Odessa. La città che ride

21 aprile 2022   Don’t Worry Be happy, una canzone di Bobby McFerrin nata giocando in sala di registrazione, è la versione newyorchese di Keep Calm and Carry On, lo slogan stampato dal governo britannico nel 1939 in un poster da due milioni e mezzo di copie. Sembrerebbe un motivetto da cantare sotto la doccia, non sotto le bombe, e fa venire un’espressione leggermente ebete sia a chi lo canta che a chi lo ascolta: il manifesto di una piccola felicità a priori da usare come un patetico scudo di cartone. Eppure a Odessa l’hanno usata sotto un cielo che promette morte. In un video che gira in rete, cinque soldati di una banda militare vestiti in mimetica e col berretto di lana nero soffiano tristemente negli ottoni davanti a un muro di sacchi di sabbia che sbarrano la strada, all’incrocio fra Lanzheronovskaja e Richelievskaya. Sullo sfondo c’è il teatro dell’Opera, ci sono le bandiere gialloblu che guizzano e un cielo praticamente nero. L’effetto è bizzarro, una cacofonia dell’anima.   L’immagine mi si è appicciata sotto la retina, ora non potrò più ascoltare l’attacco della canzone senza ricordare queste immagini. La musica è un materiale instabile, assorbe tutto, e a...

Dizionario Fenoglio / Beppe Fenoglio. Memoria

Quando si parla della storicità dei libri di Fenoglio si pensa ovviamente al periodo nel quale sono ambientate le vicende, dunque soprattutto alla Resistenza. Il ciclo di Johnny va letto però anche e soprattutto alla luce delle passioni degli anni Cinquanta e a una competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica che ormai, pure in provincia, riscaldava gli animi assai più di quella tra fascisti e antifascisti. Persino Alba rimaneva una città molto divisa: al punto che – come ha ricordato di recente un giovane testimone di allora, Pierdomenico Gallo – nel dopoguerra «alla sera la passeggiata in via Maestra divideva i licei in due gruppi: i cattolici sulla sinistra verso piazza Savona e i laici sulla destra». Una frattura netta, che si proiettava anche sulla memoria degli eventi storici più recenti, quando repubblichini e partigiani si erano affrontati con le armi in pugno, tanto più che su molti muri delle strade periferiche erano ancora visibili i fori lasciati dai proiettili dei plotoni d’esecuzione.   Oggi è facile non rendersene conto, ma al momento della sua composizione il romanzo di Fenoglio veniva per forza di cose a inserirsi in una polemica cittadina sugli...

Per fare chiarezza / Aggressione, crimini di guerra, genocidio

Nel drammatico scenario della guerra in Ucraina, tra morti e rovine, è comparso un nuovo soggetto di cui s’invoca il rispetto, il diritto bellico. Il presidente ucraino parla di ‘genocidio’, le fonti internazionali di crimini di guerra, contro l’umanità, di aggressione… Benché sia disturbante, la guerra di per sé e in quanto tale non è considerata un crimine dall’assetto internazionale. Infatti la maggior parte delle istituzioni e dei governi preferiscono evitare lo scontro militare, esso è purtuttavia un'eventualità possibile, seppur non auspicabile. Fatta questa premessa nella guerra la licenza di uccidere non è illimitata: nel conflitto alcuni comportamenti sono vietati, regole e sanzioni disciplinano la condotta degli Stati. Nel conflitto ad esempio, se è scontato che i soldati ammazzino altri soldati, allorché invece avviene la resa al o del nemico il vincitore deve limitarsi a prendere in custodia i prigionieri senza torcere loro un capello.   Comportarsi diversamente significherebbe incorrere in un ‘crimine di guerra’, categoria giuridica questa prevista dallo Statuto della Corte Penale Internazionale dell’Aja (art. 8). Nei Paesi che si consideravano "civili" il...

Cinque / Diario Russo. Tolstoj fuorilegge a Mosca

Le notizie che arrivano dalla Russia in questa settimana sono sconfortanti. Oltre all’adattamento, disgustoso quanto si vuole ma, ahimè, normale in condizioni come queste, la situazione all’interno del paese peggiora di giorno in giorno. Un peggioramento che non è solo economico, anzi, al momento le sanzioni si avvertono fino a un certo punto, perché il loro effetto viene alleviato dalla bilancia commerciale in attivo: d’altronde, non si riesce più a importare nulla, e l’esportazione di gas e petrolio continua a registrare ottimi incassi. Una parte di quell’ampia zona grigia, frastornata, disorientata tra shock e non accettazione della guerra, ora si è schierata. Mi è capitato di esser testimone di chi, durante i primi giorni di guerra, con la chiusura delle principali catene di abbigliamento e di consumo, mi chiedeva una mano per cercare lavoro qui in Italia, e ora pubblica i maldestri e velenosi “reportage” di alcuni interessati italiani, pronti a negare qualsiasi possibile realtà mostruosa del conflitto.   E forse questa reazione è indicativa di cosa hanno prodotto i due decenni del sistema di Putin in Russia, inoculando nella coscienza collettiva un siero composto di...

5 marzo 1935-13 aprile 2022 / Letizia Battaglia: la colomba e la bellezza

La mia prima reazione, alla notizia della morte di Letizia Battaglia, è stata il ravvivarsi di un ricordo, l’immagine di una sua fotografia. La scattò a Trapani nella domenica di Pasqua del 1989. Una colomba vola verso due ragazzini, che la guardano mentre si avvicina ai loro volti. Un uomo, di schiena, si allontana ignaro, ma i ragazzini vengono catturati da questa magia. Sono immobili, increduli, uno sembra persino avere la bocca aperta. La colomba è sospesa al centro del fotogramma. È una di quelle foto che si scattano quando quello che si vede è già dentro lo sguardo, quando l’istante perfetto è solo la fine del processo, perché ciò che ha generato l’immagine è nella vita vissuta, nel modo di guardare il mondo, nelle speranze, nei desideri. Quando la intervistai, nel 2016, mi raccontò che la colomba era la bellezza di quello che può accadere. Mi disse: “Come è possibile che il bimbo e la colombina si guardassero? La colombina significa che la vita è veramente bella. Non so se è candore. Non credo. La colombina per me è simbolo di vita, è l’animale che vola. È questo: che la vita è bella ed è anche molto faticosa”.     La colomba è il suo sguardo. Oggi che non c’è...

Lady D. secondo Larraín / Spencer: scucire il destino

Si comincia con un doppio arrivo. Dapprima quello di un convoglio militare, che attraversa la desolata campagna invernale per consegnare le casse portavivande contenenti raffinati cibi destinati a essere cucinati per un ricco banchetto. Ci troviamo infatti, come scopriremo meglio più avanti, nella Residenza di Sandringham, dove la famiglia reale inglese ha l’usanza di trascorrere il Natale. Subito dopo, ecco arrivare anche una macchina sportiva, guidata da una delle donne più inconfondibili d’Europa (Lady Diana). Tutti, noi compresi, sanno di chi si tratta, eppure lei è confusa, da sola, procede senza meta, guarda la mappa, chiede indicazioni, cammina sbandando, non sa dove si trova, proprio come se fosse una straniera.    «Fuck am I?» Dove cazzo sono? si chiede; ma intanto ecco che l’apparizione quasi fiabesca, tra i campi, di uno spaventapasseri che indossa un vecchio giaccone scolorito di tela cerata rossa accresce l’effetto di opacità, ma al tempo stesso rappresenta anche un segnale certo per la donna, che lo riconosce subito, e corre verso quel fantoccio che spunta da un paesaggio di nebbia così irreale, somigliando all’anima di un regno ultraterreno. Addosso a quel...

Il paradigma della forza / Arendt, Castoriadis e l’enigma Putin

Stupore. È la sensazione che abbiamo provato, noi europei e occidentali, di fronte alla pandemia, convinti che le epidemie appartenessero a tempi o a luoghi remoti, e che si è ripetuta di fronte alla guerra scatenata da Putin. La guerra è piombata nel cuore dell’Europa, dopo settant’anni di pace, e di colpo ha archiviato l’ordine mondiale post-1989, che stava scivolando e fluttuando dall’egemonia dell’“Impero Light” americano (è la notoria definizione del politologo canadese Michael Ignatieff) a una forma instabile di multipolarismo, con l’emergere di nuove potenze economiche come la Cina e l’India e con il consolidamento dell’Unione europea, a seguito dell’allargamento a Est e dell’integrazione economico-monetaria.   Ma c’è un’ombra dietro questa guerra, che si tende a trascurare. È l’ombra del Potere. Per dirla meglio, si tratta della natura del Potere e dell’establishment russo attuale che ha preparato e sta conducendo la guerra d’invasione in Ucraina, rimettendo in campo un uso politico disinvolto dello strumento “guerra”, per rideterminare confini e frontiere, che consideravamo “illegale” e improbabile, soprattutto da parte di uno Stato membro del Consiglio di sicurezza...

Le conseguenze geoeconomiche della guerra / La globalizzazione è finita?

Due specialisti di logistica mondiale, Sergio Bologna, presidente di AIOM, Agenzia Imprenditoriale Operatori Marittimi di Trieste, e Giovanna Visco, blogger di Mari, Terre, Merci, intervistati da Paolo Perulli.   1. La globalizzazione è davvero finita? Il governatore della Banca d'Italia parla di pericolo che ci sia un «brusco rallentamento o un vero e proprio arretramento dell’apertura dell’interdipendenza della globalizzazione». La fine insomma del mondo così come si era andato configurando dalla fine della Guerra Fredda in poi. Con il rischio di tornare a una dimensione più regionalizzata, con minori movimenti di «persone, merci, capitali e investimenti produttivi più bassi». Ora «i progressi dell’ultimo decennio non potranno che rallentare». Condividete quest’ analisi che è propria delle élites tecnocratiche?  O ritenete piuttosto che sia necessaria una profonda revisione delle modalità con cui la globalizzazione si è affermata in passato?   Sergio Bologna: Probabilmente è il concetto di globalizzazione che non basta più a contenere la complessità dei fenomeni in atto. Che cosa vuol dire? Che la circolazione delle merci e delle persone non ha...