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Che cosa accadrà se Trump vince / L’anima troll dell’America

In Il fantasma della libertà di Buñuel, un medico dice al suo paziente: “Lei ha una malattia incurabile”. Il paziente si offende, gli dà uno schiaffo e se ne va. Immaginate che il paziente sia Donald Trump e il dottore sia Anthony Fauci, e avrete un’idea di quello che accadrà se Trump vincerà le elezioni, o se trovasse il modo di vincerle approfittando della mancanza di precise norme costituzionali in caso di elezione contestata, nonché di una Corte Suprema ora saldamente in mano ai conservatori. In realtà le cose andrebbero ancora peggio. Il dottor Fauci si prenderebbe ben più di uno schiaffo (Trump l’ha già definito “un idiota”), e alla popolazione degli Stati Uniti verrebbe detto che avere una malattia incurabile è la cosa migliore che gli possa capitare (“Il Covid è stata una benedizione di Dio”, ha detto Trump di se stesso). La chiave sta in un documento intitolato Great Barrington Declaration, la cui esistenza al di fuori degli addetti ai lavori è emersa il 13 ottobre, in una conversazione tra giornalisti e due funzionari della Casa Bianca.   La Great Barrington Declaration è un documento steso da tre docenti di Harvard, Stanford e Oxford. Non è stato approvato da...

Seconda parte / Un'altra storia? Conversazione con Igiaba Scego e Carlo Greppi

Continua la conversazione con Carlo Greppi e Igiaba Scego (qui la prima parte) sul tema del colonialismo, nel senso più ampio del termine, e dei presupposti inesplicitati di una immagine del mondo e della storia eurocentrica, bianca e maschile che si riflette nella cultura contemporanea.   Enrico Manera: Il volume Africa antica di Fauvelle rifugge anche dall'esotismo, uno sguardo romantico che è un serbatoio di stereotipi ingenuamente positivi ma in realtà “tossici” nel momento in cui in modo semplicistico e decontestualizzato fanno del continente africano un «santuario naturale» circondato da «società invadenti e minacciose»: tale racconto è inestricabilmente saldato a quello della schiavitù e del colonialismo a sua volta innervato dai molti stereotipi razzisti. L'Africa, più dell'Asia, sembra essere nel nostro racconto storiografico comune e consolidato sempre un'iperbole, un simbolo, un fascio di pretesti che serve come liquido di contrasto per evidenziare quello che l'Europa fa.   Igiaba Scego: Io ho letto anche Il Rinoceronte d'Oro di Fauvelle e mi ha strappato un sorriso quando racconta di Zhenh He, grande ammiraglio della flotta cinese, che raggiunge l'Africa,...

Mario Isnenghi / Ritratto dello storico da vecchio

Occasionata dai vapori delle Terme euganee da lui scoperte di recente, mentre si rilassa tra piscine calde e saune scenografiche, la memoria si scioglie e Mario Isnenghi, il celebre professore di storia contemporanea in pensione, autorità internazionale e quasi star mediatica nel “grandeguerrismo”, torna indietro nel tempo e, con il recente Vite vissute e no. I luoghi della mia memoria (Il Mulino, 2020) ci racconta la sua vita. Ha sempre cercato di viaggiare, del resto, fin da ragazzo, in giro per il nostro paese, e oltre. Stavolta, sfoglia il calendario all’indietro. Ebbene, prendete Il paese dei Mezaràt (2002) di Dario Fo, epopea sulla prima infanzia dell’attore figlio di ferroviere attorno al lago Maggiore, e Il Regno (2014) di Emmanuel Carrère, scrittore francese che descrive la conquista del suo laico disincanto. Mescolate con garbo il tutto ed ecco queste madeleines. Quanto al primo aggancio, qualche perla dialettale alla Meneghello, il “giro del paleto” (dove passa la Regata sotto la sua casa in affitto sul Canal Grande di fronte alla Stazione) “pòpo,” “putelott” e i “piazzaròi” (partigiani comunisti) contrapposti ai “poaréti”, “faso tuto mi", “Oeghel”, ossia Hegel tra i...

Accademia Unidee / Immaginazione, creatività e progettualità

“L’immagine fantastica ha la sua verità, con la conseguenza che essa reagisce realmente, e realmente e potentemente resta imbrigliato chi si lascia vincolare…”, dice Giordano Bruno (1986, p. 175) nel De Magia. Il margine è lo spazio dell’immaginazione, della pensabilità, della progettualità. Non può essere inteso come una linea, come un confine, pena la perdita della sua stessa generatività. La zona smilitarizzata nell’esperienza della guerra è un margine che consente di interromperne la distruttività. Le strategie non violente di interposizione sono una via per valorizzare il margine, inventando una possibilità dove non sembrerebbe pensabile. Il margine è perciò uno spazio e un tempo per il movimento e il movimento è uno dei caratteri costitutivi del vivente. È determinante per riconoscere la vita e distinguerla dalla morte, così come è strettamente connesso all’apprendimento e alla creatività umani. In quanto connesso al movimento il margine è il luogo del gioco, dove si può entrare e uscire, consentito a chi gioca per far emergere qualcosa che prima non esisteva.   Ricreare il gioco è infatti un modo per evitare la scomparsa del margine di relazione, di emancipazione, di...

Colore e filosofia / Districare l’arcobaleno

«Sebbene il colore abbia offerto molto ai filosofi, la filosofia [...] ha avuto poco da offrire alla comprensione del colore»: così lo storico dell’arte John Gage in uno dei suoi libri sul colore (Colour and Meaning, University of California Press, 1999, p. 8). Aggiunge che il lettore troverà più stimolante la riflessione sul colore del pittore e regista Derek Jarman nel suo brogliaccio autobiografico Chroma (1994; trad. it. di Silvio Danese, Ubulibri, Milano 1995) piuttosto che la trattazione filosofica del filosofo Barry Maund che pure, ammette Gage, in Colours (1995; vedi anche qui) offre un apprezzabile resoconto del pensiero contemporaneo sull’argomento. È senz’altro vero: il libro di Jarman è bellissimo e travolgente: la sperimentazione del colore in pittura, l’uso del colore nel cinema, la pratica raffinatissima della cura dei fiori nel giardino della casa vicino alla centrale nucleare di Dungeness, le suggestioni tratte dalla letteratura, la conoscenza dei testi di teoria da Aristotele a oggi, ci introducono nel mondo dei colori, delle centinaia di sfumature di colore di dipinti, affreschi, poesie, luci e pigmenti. Si tratta di una raccolta di pensieri, di riflessioni e di...

Reportage / Kader Abdolah: la Persia, l'esilio

Lo scrittore Kader Abdolah, nato in Iran nel 1954, vive in Olanda dal 1988 come rifugiato politico dopo essere stato perseguitato nel suo Paese prima dal regime dello Shah e poi dal regime khomeinista che ne ha preso il posto. Non appena arrivato in Olanda, in una cultura della quale non sapeva nulla e della quale ignorava la lingua, decide di iniziare a scrivere in olandese. Raggiunge il successo internazionale con il romanzo Scrittura cuneiforme (Iperborea, 2003) – la storia della decodifica di un taccuino con gli scritti del padre rimasto in Iran, nel quale affronta – come tornerà a fare in tutta la sua produzione letteraria – l’esperienza dell’esilio attraverso la ricostruzione della memoria del suo Paese di origine, della sua cultura millenaria e raffinatissima, degli sconvolgimenti che hanno cambiato il volto del moderno Iran.   Nel 2008, il suo romanzo La casa della moschea (sempre pubblicato in Italia da Iperborea e vincitore del Premio Grinzane Cavour 2009) – completamente ambientato in Iran e che attraverso la storia di una grande casa e di un’influente famiglia (molto simile a quella dalla quale lo scrittore proviene) ricostruisce la complessità della società...

23 ottobre 1920 - 23 ottobre 2020 / Rodari, novellatore postmoderno

La prima volta che ho letto Novelle fatte a macchina dev’essere stato nel 1998. Quasi sicuramente si trattava di uno dei regali della prima Comunione. Qualcuno penserà: aveva ragione Goffredo Fofi, quando ai tempi di “Ombre rosse” accusava Rodari di essere diventato niente più che un propalatore di “favole belle” ma innocue, buone per tutti gli usi. Ma si potrebbe anche ribaltare la situazione e vedere il dono come un coraggioso atto di “resistenza pedagogica” da parte d’una mamma insegnante e democratica, in barba alla ricorrenza religiosa. La verità, probabilmente, era molto più prosaica: e cioè che in quegli anni avevo una fame di libri che sembrava insaziabile, e ogni occasione era buona per acquistarne (e più spesso farmene acquistare) qualcuno.    L’edizione delle Novelle che mi era stata regalata e che in questo momento ho tra le mani è quella tascabile, uscita nella collana per ragazzi Einaudi nel 1994. Come tutte le riedizioni rodariane di quegli anni, è illustrata da Altan, che avvicinava con naturalezza il mondo dello scrittore a un altro universo ampiamente esplorato da noi ragazzini, quello dei fumetti e dei cartoon. L’illustrazione di copertina raffigura un...

Primavera dei Teatri / Tre feste con i morti

Le immagini che lampeggiano sullo schermo sembrano come filtrate da un velo di cenere sottile, inconsistente. Da un residuo di morte. Le figure di Mephistopheles di Anagoor appaiono staccate, fantasmatiche, eppure vicine a noi seduti nella platea, uno sì e due no. Nel dialogo o nella rincorsa con i suoni martellanti o avvolgenti o echeggianti di Mauro Martinuz, nel loro rimandare a visioni del mondo attuale rese ectoplasmatiche attraverso il montaggio, il rallentamento e quel velo simile a cenere, è come se le proiezioni si staccassero dalla piattezza dello schermo per entrare direttamente nei nostri strati corticali, andando a risvegliare figure che si agitano in noi, a metterle in vita tanto che agiranno ancora a lungo, dopo gli applausi finali, per giorni e giorni.   Mephistopheles di Anagoor, screenshot. Racconto qui tre spettacoli anomali, Mephistopheles di Anagoor, scritto e diretto da Simone Derai, un film con musica dal vivo, apparentemente. Poi Piccoli funerali di Maurizo Rippa con la chitarra di Amedeo Monda, raccontini come lapidi, come una piccola Antologia di Spoon River con canzoni, apparentemente un recital. Quindi Madre, con la voce e la presenza di Ermanna...

Viaggiare / Roberto Arlt, Acqueforti spagnole

Da sempre, l’uomo per ogni motivo si muove e si sposta, e ne scrive per renderne conto. Esce dalla propria situazione abituale e si amplia con il confronto col diverso. In questo presente confuso in cui l’isolamento e l’immobilità sembrano le uniche precauzioni più efficienti a prevenire il contagio, sarebbe stato bello avere ancora con noi Michel Butor per domandargli come riuscire a non smettere almeno di scrivere, costretti come siamo a stare fermi il più possibile. Nel saggio Le voyage e l’écriture (in «Romantisme», 4, 1972), Butor sosteneva di “viaggiare di meno per viaggiare”, e che “viaggiare è scrivere”, sottolineando sostanzialmente due coincidenze: del viaggio con la lettura, e della scrittura col viaggio. Arriva ad affermare la sua personale impossibilità sia di scrivere che di leggere stando fermo. I suoi luoghi privilegiati sono gli aerei e le metropolitane: gli stessi veicoli che performando il viaggio su scala globale ne hanno tuttavia avvilito, come sappiamo, la natura di incontro. La dimensione, un attimo prima della pandemia, dei viaggi di gruppo e di lavoro, d’altronde, già individuava la saturazione che portava Marc Augé, in Disneyland e altri nonluoghi, a...

Nomad / Chatwin by Herzog

Moltissimi si sono occupati dell’opera e della figura di Bruce Chatwin (ucciso dall’AIDS a 49 anni, nel 1989) ma forse nessuno avrebbe potuto farlo con la passione, la complicità e l’amicizia di Werner Herzog.  Con questo film Herzog compone il ritratto più riuscito del grande scrittore inglese. Un ritratto che inevitabilmente è anche un autoritratto, considerando la loro lunga frequentazione in giro per il mondo e le numerose influenze reciproche rintracciabili nei lavori di entrambi. Nomad è la storia di una grande amicizia tra due nomadi, due assetati di diversità che erano anche grandi camminatori. “Il mondo si rivela a chi lo attraversa a piedi” è la famosa frase di Herzog citata nel film. Che inizia naturalmente con l’apparire della prima immagine della Patagonia nel campo visivo di Chatwin:    Nella sala da pranzo di mia nonna c’era una vetrina, con dentro un pezzo di pelle. Era piccolo ma spesso e coriaceo, con ciuffi di pelo ruvido e rossiccio. Era fissato a un cartoncino con uno spillo arrugginito. Sul cartoncino c’era una scritta in inchiostro nero sbiadito, ma io ero troppo piccolo per leggerlo. Cos’è quello? chiesi. Un pezzo di brontosauro. Mia...

Snær Magnason, Il tempo e l’acqua / Requiem per un ghiacciaio

Ok non è ok   “Un buon amico ci ha lasciato. Ci tenevo molto”, dice sommesso il glaciologo islandese Oddur Sigurổsson. È il 18 agosto 2019 nel distretto di Borgarfjörổur, una novantina di chilometri da Reykjavik, a oltre mille metri d’altitudine. In un paesaggio di rocce vulcaniche e licheni è raccolto un centinaio di persone, tra colleghi glaciologi, politici come la Prima ministra Katrín Jakobsdóttir, giornalisti, scienziati e attivisti, alcuni giovanissimi. Sigurổsson brandisce un certificato di morte che attesta la causa del decesso: “riscaldamento eccessivo” ed “esseri umani”. In una giornata agostana sebbene il termometro segni zero gradi, i presenti compiangono la scomparsa di Okjökull o Ok per gli amici (pronunciare /aouk/), che vuol dire onere, peso, giogo. “OK er ekki OK”, cioè “Ok non è ok”. La sua è una morte prematura, avvenuta dopo soli trecento anni rispetto a un’aspettativa di vita di oltre mille anni. Questa cerimonia funebre compiange infatti la scomparsa di un ghiacciaio (jökull) di cui non resta altro che il vulcano, ucciso dal cambiamento climatico, ovvero da cause antropogeniche. La sua età è inscritta negli anelli  che lo circondano: “I ghiacciai...

1938 - 2020 / Lea Vergine, bellezza inquieta

Se penso a Lea Vergine, penso alla bellezza. Non tanto e non solo perché era una bella donna, e questo anche nella vecchiaia, ma perché la bellezza costituisce la quintessenza di Lea. Una bellezza difficile, come lei. Ci sono due aneddoti che la definiscono nel rapporto con la bellezza del corpo, prima ancora che con la bellezza dell’arte, raccontati più volte da lei stessa agli amici. Il primo risale agli anni Sessanta, quando Lea viveva a Napoli. Tiene una conferenza all’Accademia di Belle Arti di Napoli; si siede dietro un tavolo e sotto le si vedono le gambe. Un giornalista chiamato a parlare dell’incontro su “L’Unità” cita quelle gambe: la gente è venuta per vederle, scrive, non per ascoltare la giovane critica d’arte. Lea gli fa causa e lo porta in tribunale. Il giudice le guarda le gambe e conclude che il giornalista ha torto: mica sono gambe speciali, sentenzia. La conferenziera ci guadagna trecentomila lire. L’altra riguarda una mostra di Lucio Fontana, la prima, credo, che si faccia a Napoli, di cui lei a 26 anni scrive la presentazione. Lo scrittore Luigi Compagnone s’indigna leggendola perché Lea ha parlato di buchi: rivela una perversione sessuale, sentenzia. E Lei...

Prima di scrivere / J.M. Coetzee fotografo

Prima di scrivere, generalmente si esita. E nello spazio di quella esitazione, talvolta si sente una vocina che sbuca dal cuore stesso della realtà dicendo: “Chi te lo fa fare? Resta al caldo dentro di me”.  Al centro del libro che raccoglie le fotografie del giovane J.M. Coetzee, prima di imboccare la strada che lo avrebbe portato a diventare un grande scrittore, c’è questa tentazione. E questo struggente inganno.    Le foto ritrovate dentro uno scatolone, nelle soffitte di vecchie case da svuotare, sono diventate ormai quello che chiamiamo un topos. Pubblico e privato. Privato perché ognuno di noi possiede da qualche parte una scatola simile, piena di fantasmi famigliari. E forse saremo l’ultima generazione ad averla, quella scatola, quando le montagne dei nostri cellulari e computer straripanti di fotografie giaceranno in grandi discariche collettive. Pubblico perché casi clamorosi, come quello di Vivian Maier, la bambinaia americana che conduceva una doppia vita di fotografa geniale e segreta, ci hanno abituati alla scoperta di interi universi visivi che hanno rischiato di finire inghiottiti nel buio e invece sono casualmente tornati a galla sulla superficie...

Diario / Il lemma delle strette di mano

Di nuovo il diario, di nuovo un ricordo. Non leggo più niente, so che adesso la scuola è in bilico, come tutto e tutti. Non voglio che cada, allora lo faccio io per lei. Di nuovo il diario, di nuovo un tentativo di ricordare (raccontare è un orizzonte troppo ampio) la matematica, sponda e rifugio dal reale. Giovedì sono caduto a scuola. So che può sembrare stupido, goffo o forse patetico, ma mentre salivo trafelato le scale dell’atrio ho sentito un grido di richiamo alle spalle, mi sono distratto e un gradino ha saltato l’appuntamento. Mentre ruotavo scambiando il verticale con l’orizzontale ho anche pensato di essere in realtà fermo, ho immaginato che fosse la scuola a essere caduta, che non avesse retto il colpo di questi mesi e fosse alla fine inciampata. Attaccato alla scuola il terreno, poi la strada, Udine, lo spaziotempo tutto. Ho immaginato la gioia di Ernst Mach nel vedermi fermo e verticale aspettare l’impatto di un intero universo in rotazione mentre i libri che avevo in mano si distanziavano sulle scale seguendo una precisa e parabolica coreografia al rallentatore. A dire il vero non mi sono fatto male, nonostante abbia battuto la testa. Ricordo di aver aspettato un...

Paolo Di Stefano / Noi: famiglia, famiglie

A chi non è mai capitato, alle elementari, di scrivere un tema intitolato La mia famiglia? La copertina dell’ultimo romanzo di Paolo Di Stefano, Noi (Bompiani, pp. 396, € 22), con le ordinate rigature e i bordi ai due lati, evoca l’immagine di un quaderno scolastico; e, di conseguenza, l’idea del compito, non importa se a casa o in classe. Per questo non è improprio presentare questo libro come lo svolgimento in chiave narrativa e memorialistica di quel tradizionalissimo, topico tema: ovviamente, secondo la prospettiva di un’età più che matura (Di Stefano è mio coetaneo, ovvero – secondo un’espressione popolare tuttora in uso anche in dialetto – un «mio coscritto», classe 1956) e dall’alto di una sicura, sperimentata competenza letteraria. La semplicità del titolo, il disarmante monosillabo d’un pronome personale, ne è significativo indizio: una parte molto cospicua del nostro narrare è mossa innanzi tutto dal desiderio di tenere memoria dei nostri ascendenti, del nostro ambiente familiare – di «noi», insomma. E in questo caso scrivere è davvero una guerra contro il tempo, come voleva l’anonimo manzoniano; illustre o no, sarà poi il lettore a deciderlo   La storia della...

Il futuro della moda / Fashion Futuring

La pandemia Covid-19 ha spinto stilisti e aziende a riconsiderare la temporalità di moda alla luce dell’indeterminatezza e delle emergenze improvvise. Giorgio Armani, su tutti, ha richiamato l’attenzione sulla dispersività delle collezioni: si sprecano le linee succedanee del marchio principale, mentre tempi e funzioni dei capi non rispondono alle esigenze della vita reale, e, come se non bastasse, i flussi produttivi sono diventati insostenibili per consumatori, ambiente e lavoratori. Il basso costo e la velocità della produzione incidono sul ciclo di vita dei capi e sul ritmo dell’acquisto, considerato troppo veloce, soprattutto se bisogna fare i conti con periodi di lockdown in cui si indossano pochi capi. L’era della moda istantanea, veloce, sembra essere giunta al termine perché, come già illustrato qui, l’eccesso di indumenti comporta la loro distruzione. Troppe collezioni, troppe sfilate, troppo dispendio di risorse inestimabili ormai esaurite ha comportato, complice anche il Coronavirus e il divieto di grandi assembramenti fino a nuovo ordine, la rinuncia di molti stilisti alle pratiche e ai tempi del sistema moda (es. Alessandro Michele per Gucci, Michael Kors, ecc.). L...

Tele e tessuti, Matisse e Ščukin / Un collezionista visionario nella Russia zarista

Bisognerebbe collezionare i collezionisti. Non per farne un elenco gigantesco, un leporello senza fine, ma per capire chi sono davvero. Una sorta di tassonomia dei collezionisti, come si fa per le piante e gli insetti. Un catalogo in cui scoprire luoghi, passioni, esitazioni, incontri; ma soprattutto moventi, quelle pulsioni (non importa se esplicite o meno) che portano a realizzare opere – poiché una collezione è essa stessa un’opera – estremamente differenti l’una dall’altra. Da quali forze sono mossi? Dietro (o assieme) alla “passione”, quali desideri li agitano? Acquistare prestigio presso i contemporanei, mostrare la capacità di intercettare le tendenze (una volta la si definiva buon gusto), essere attori di quel processo che chiamiamo Arte?   Perché fare un po’ d’ordine? Prima di tutto perché la lingua – e non solo l’italiano – quando si parla di collezionismo è del tutto insufficiente. Usiamo la stessa parola per definire quel nobile che nel ‘500 aveva riunito decine di statue antiche all’interno del proprio palazzo, ma anche il signore che frequenta mercatini domenicali alla ricerca di attrezzi agricoli desueti; lo stesso termine per Peggy Guggenheim e per chi ha...

Lettera dalla Val Seriana / I nuovi focolai

Adesso che la paura del contagio ha ripreso a circolare un po’ in tutte le regioni, ci chiediamo qua in Valle Seriana a cosa e a quanti possa servire l’esperienza della tragedia vissuta in primavera. Cosa abbiamo capito da tutti gli errori commessi, cosa possiamo e dobbiamo pretendere si faccia perché in futuro non ci tocchi assistere ancora a un simile disastro? A orientare la bussola nella giusta direzione può servire la lettura di Il focolaio – Da Bergamo al contagio nazionale di Francesca Nava, collaboratrice di The Post Internazionale e autrice in passato di inchieste importanti per RAI 3, La7, Sky TG24. Si tratta di un lavoro importante, uscito a settembre per Laterza, di cui non sai cosa apprezzare di più, se il rigore giornalistico o la generosità della cittadina bergamasca che chiama a raccolta le conoscenze di una vita e dà voce ai tormenti di famiglie e individui travolti dalla pandemia e dall’incompetenza di chi avrebbe dovuto almeno limitarne le conseguenze. Nava riconosce il contributo di quanti in quei mesi hanno cominciato a fare le domande giuste, in particolare di Gessica Costanzo, direttrice della testata online Valseriana News, che ha aiutato molti di noi...

Galleria Milano / Enzo Mari, Falce e martello

Milano, la sua città d’adozione e d'elezione, celebra Enzo Mari (1932) con due mostre, una, dal titolo Falce e martello. Tre dei modi con cui un artista può contribuire alla lotta di classe, visitabile dal 30 settembre al 16 gennaio 2021, presso la Galleria Milano, in Via Manin al 13, e l’altra, intitolata Enzo Mari curated by Hans Ulrich Obrist, allestita invece in Triennale, dal 17 ottobre al 13 aprile 2021. Al di là del rilievo storico di portata internazionale proprio di entrambi gli eventi, che ha indubbiamente a che fare con il loro protagonista, la loro eccezionalità consiste anche nel fatto che esse sono le prime grandi occasioni espositive dedicate al design dopo il lockdown e il lungo periodo di apnea culturale che gli ha fatto seguito.   Per dirla tutta, la mostra della Galleria Milano non costituisce una vera e propria novità, visto che si tratta della riproposizione integrale di una rassegna di quasi cinquant’anni fa, dal medesimo titolo, che ha fatto epoca, con la quale il 9 aprile del 1973 Carla Pellegrini, anima e animatrice della sua Galleria, fino a quando ci ha lasciato lo scorso anno, ne inaugurò addirittura la nuova sede negli spazi che tuttora...

Festival internazionale del teatro – Lugano / Il teatro è un cavallo di Troia

Il teatro, scriveva Julian Beck nel 1967, “è il cavallo di legno per prendere la città”. Oggi, con una pandemia in corso, il celebre motto del Living Theatre (Franco Perrelli intitola così un capitolo del suo I maestri della ricerca teatrale, 2007) prende nuove e inaspettate risonanze. Il teatro può diventare il cavallo di legno per riprendersi la città, ovvero il luogo della vita, della condivisione e della discussione pubblica? A guardare il programma del FIT Festival 2020, che ha appena concluso a Lugano la sua ventinovesima edizione, sembra di poter rispondere affermativamente. Gli artisti invitati (dall’Italia al Belgio, da Israele alla Corea) non hanno ceduto alla tentazione del disimpegno e dell’intrattenimento di un pubblico emotivamente affaticato dai mesi trascorsi; né, dall’altro canto, si sono limitati a operare come un reagente immediato ai traumi recenti, cercando empatia prêt-à-porter attraverso i temi caldi di isolamento e contagio. Hanno, piuttosto, provato a toccare senza sconti alcune questioni fondamentali: si sono occupati di morte e di perdita, dell’ambiente e dell’uomo, di religione e di rito. In particolare due nomi – di quelli che si vorrebbe poter vedere...

Kum! / Bernard Stiegler: Nel segno di Epimeteo

Il novero dei nuovi dispositivi che negli ultimi quarant’anni (dal 1980 ad oggi) hanno fatto ingresso nelle nostre vite, sconvolgendole radicalmente, non ha termini di paragone con quanto avvenuto dallo stesso punto di vista in tutta la storia precedente dell’umanità. Personal computer, smartphone, chip rfid e droni (per non menzionare che alcune delle tecnologie più appariscenti e pervasive che hanno investito la nostra quotidianità), sono soltanto la punta di un iceberg del quale non vediamo affatto, per lo più, l’intera conformazione. Anzi, tanto più il tasso di avvicendamento delle tecnologie cresce, quanto più sembra diminuire la consapevolezza diffusa delle loro imponenti implicazioni cognitive, sociali ed economiche, quasi ci fosse, tra le loro prerogative, quella di farsi invisibili. Siamo insomma in una situazione di cui non ci rendiamo conto di aver perso il controllo, prima ancora di sapere se l’abbiamo mai avuto. Rischiamo così di perdere anche la capacità di “guardare-attraverso” (Ludwig Wittgenstein) – capacità filosofica se mai ce ne è stata una – l’elemento tecnologico che ci attornia da tutti lati e in cui, come pesci nell’acqua, viviamo immersi senza poterlo...

Anniversari / I cento anni di Poirot e la crisi del detective

Poirot compie cento anni, e se la passa benissimo. Più popolare che mai, con all’attivo diverse recenti miniserie; ristampe sempre in corso; e un nuovo adattamento di Assassinio sul Nilo in uscita nei prossimi mesi, nuovamente con Kenneth Branagh a dirigere e interpretare il celebre investigatore belga dopo il successo di Assassinio sull’Orient Express (2017). Non altrettanto bene, però, sta oggi la figura del detective classico: quando non ripete schemi consolidati, o appunto non si dà al remake di storie vecchie di decenni, appare sempre più sfocata. Messa in crisi dall’influenza della postmodernità sulla complex tv. Sostituita, in esempi molto rilevanti della cultura pop del nostro tempo, da poliziotti che non possono limitarsi a indagare un crimine: devono indagare se stessi, e persino il mondo di cui sono parte. Finendo inevitabilmente per perdersi.     Per arrivare a inquadrare questa crisi, però, è bene partire dal principio. E cioè appunto dall’anniversario. Il personaggio di Hercule Poirot nasce esattamente un secolo fa. Poirot a Styles Court (The Mysterious Affair at Styles) è il primo romanzo poliziesco di Agatha Christie, scritto nel 1916, durante la...

Una conversazione / Jacopo Benassi. Sono un fotografo di compleanni

Jacopo Benassi è sdraiato a terra nel suo studio. Due fotocamere sono puntate su di lui in diverse posizioni. Osservo il suo corpo che si muove. Comincia a suonare la chitarra. Lo fa a modo suo. Pizzica le corde, le sfiora delicatamente. Suona con ogni parte di sé. Abbraccia la chitarra, la tiene sospesa, la appoggia a terra. Le mani e i capelli si muovono in maniera sinuosa in sintonia con i suoni. Un dispositivo fa scattare automaticamente le due fotocamere e le immagini vengono proiettate sul muro. La luce trasforma Jacopo in una statua. Lo sguardo modella il corpo e la fotografia lo pietrifica. Ma al contempo la musica sembra animarlo, il ritmo è il suo respiro. Così anche le foto sembrano prendere vita. Sto assistendo alle prove della performance che metterà in scena al Centro Pecci di Prato il 16 e il 17 di ottobre, insieme a Kinkaleri, in occasione della sua mostra intitolata Vuoto, a cura di Elena Magini.      Jacopo Benassi nel suo studio.   Jacopo vive e lavora a La Spezia. Sono più di trent’anni che fa il fotografo. Fra le sue numerose attività ha dato vita a Talkinass Paper and Records e prodotto magazine e live di artisti della scena...

Abhijit Banerjee, Esther Duflo / Una buona economia per questi tempi difficili

“Ora, quello che voglio sono Fatti. Insegnate a questi ragazzi e a queste ragazze Fatti e niente altro. Solo di Fatti abbiamo bisogno nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo coi Fatti si può plasmare la mente degli animali che ragionano: il resto non servirà mai loro assolutamente nulla. Questo è il principio su cui ho allevato i miei figli, e questo è il principio su cui ho allevato questi fanciulli. Tenetevi ai Fatti, signore!”. È l’incipit di Tempi difficili, di Charles Dickens. I “tempi difficili” sono evocati nel titolo del libro Una buona economia per tempi difficili (Laterza 2020, 24 euro) dei due economisti Abhijit Banerjee e Esther Duflo, vincitori nello scorso anno insieme a Michael Kremer del premio Nobel per l’economia per i loro studi sulla povertà. La citazione di Dickens è voluta: i tempi in cui viviamo sono appunto difficili, e richiedono una “buona economia”, di cui danno la ricetta, distinguendola dalla cattiva economia. E come si fa a distinguerle? Con i dati, che ci apprestiamo a ricevere, leggendo le 454 pagine, come gli allievi di Thomas Gradgrind, “piccoli vasi disposti in ordine qua e là pronti a ricevere imperiali litri di fatti, da...