Gli italiani in Albania ieri e oggi

3 Gennaio 2024

L’accordo sui migranti firmato il 6 Novembre scorso fra Italia e Albania ha suscitato non poche perplessità. 

Secondo la commissaria per i diritti umani del consiglio d’Europa Dunja Mijatovic, l’esternalizzazione delle frontiere rischia di esporre (ulteriormente) i migranti a violazioni dei diritti umani e di deresponsabilizzare gli Stati membri dalla gestione diretta dei flussi migratori. 

Le ormai datate ambizioni coloniali dell’Italia nei confronti dell’Albania e la smania di controllo del bacino Adriatico hanno portato al catastrofico accordo bilaterale, recentemente sospeso dalla Corte Costituzionale Albanese, riportando che l’intesa «viola la Costituzione e le convenzioni internazionali alle quali l’Albania aderisce.» 

Secondo l’accordo bilaterale, l’Albania avrebbe dovuto concedere a titolo gratuito delle aree per l’apertura di due strutture italiane, a modello CPR, per il trasferimento e la gestione di persone migranti soccorse in alto mare. L’impresa, tanto impraticabile in teoria quanto in pratica, è solo il risultato di una violenza strutturale con cui gli albanesi in primis hanno già fatto i conti in passato.

Non è la prima volta che il paese delle aquile sottostà compiacente alle direttive italiche, così come non è la prima volta che l’Italia guarda all’Albania con la prospettiva paternalistica di paese amico o fraterno a seconda dei casi, a cui poter far pressioni e con cui stringere alleanze ambigue. 

Solo qualche mese fa, l’ambasciatore italiano a Tirana Fabrizio Bucci, aveva dichiarato di «considerare l’Albania come la 21esima regione d’Italia» affermazione che si inserisce in una più vasta prospettiva neo-coloniale. 

L’organizzazione politica “Levizia Bashkë” riporta sui suoi profili social che solo qualche giorno fa, mentre il premier albanese Edi Rama si incontrava con la presidente del consiglio Giorgia Meloni e il primo ministro britannico Rishi Sunak per parlare di accordi su migranti e frontiere, un giovane migrante albanese si è tolto la vita in Inghilterra, mentre aspettava su una nave alberghiera dove risiedono i richiedenti asilo, ormeggiata nel sud est del paese.

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Artiglieria albanese 1920.

Le aspirazioni imperialiste dell’Italia nei Balcani cominciarono nel 19esimo secolo e culminarono con l’occupazione fascista dell’Albania il 7 Aprile 1939. 

In occasione del (mancato) accordo fra i due paesi, è importante ricordare le tappe dell’impresa coloniale italiana nel paese balcanico, probabilmente non di proporzioni equiparabili all’invasione della Libia, ma non per questo meno subdola.

L’Albania ottomana era un territorio frammentato, composta di varie società tribali autonome controllate dal Sultano di Costantinopoli. Nel 1877 in seguito alla sconfitta ottomana nella guerra russo-turca, varie province albanesi furono concesse a paesi limitrofi, principalmente Serbia, Montenegro e Grecia. Insieme ad un prorompente sentimento anti-ottomano, emerse anche uno spirito identitario nazionale che portò a varie rivolte antigovernative nella zona settentrionale dal 1909 al 1912. Nel frattempo, il Regno d’Italia che non aveva rinunciato al sogno di appropriarsi degli antichi territori imperiali romani, cominciò ad avviare ricerche e missioni scientifiche in Albania, con lo scopo di trovare risorse minerarie. Seppur arretrato economicamente, il territorio albanese presentava notevoli giacimenti di bitume e petrolio – specialmente nella zona di Selenizza – e una proficua rendita di mais, tabacco, cotone, ed era un importante collegamento con il resto dei paesi balcanici e con la Turchia. 

 

Come descritto da Luigi Balsamini e Marco Rossi in I ribelli dell’Adriatico (Zero in condotta, 2020), il discorso politico coloniale dell’epoca si basava sulla missione morale dell’Italia di far progredire i popoli svantaggiati e fu così che la «nobile missione di educare gli albanesi» portò all’apertura di scuole regie italiane a Scutari, Durazzo e Valona, col solo scopo di addestrare e arruolare giovani albanesi in corpi di polizia da affiancare ai carabinieri italiani, su esatto modello delle truppe coloniali. 

L’Albania dichiarò l’indipendenza dai turchi nel 1912, che fu riconosciuta solo l’anno seguente nella conferenza degli ambasciatori di Londra. Gli aiuti asburgici in Bosnia e Albania infastidirono l’Italia, che nel 1915 strinse un accordo con la triplice intesa alla conferenza segreta degli ambasciatori a Londra in cui avrebbe annesso Valona e l’isolotto di Saseno. Il resto del territorio sarebbe rimasto autonomo ma sotto protettorato italiano. 

Scriveva lucidamente Errico Malatesta in Volontà 1, n.6 nel 1913: «L’orrore della guerra balcanica funesta di nuovo, e nel modo più tragico, l’Europa. Prima la guerra fra l’Italia e la Turchia, – la storia assegnerà alla monarchia italiana la responsabilità delittuosa dell’inizio di questa corsa pazza verso l’ignoto.» 

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Festa per il ritiro delle truppe italiane.

Il 3 giugno 1917 con la proclama di Agirocastro si assicurava l’autonomia e l’autogoverno albanese «con l’amicizia e la protezione dell’Italia». Gli anni seguenti andò crescendo un sentimento avverso per l’Italia, culminato con la rivolta albanese del 1920, in cui si lanciava un ultimatum all’Italia, come riportano Montanari e Rossi: 

«Da cinque anni Valona è governata come una delle più basse colonie; oltre la lingua, l’amministrazione e la nostra bandiera ci furono negate con le condizioni più severe [..] la sedicente libera Italia senza vergognarsi ha provocato la spartizione dell’Albania a mezzo di trattati segreti, […] ed è per questo che il popolo albanese, il quale ritiene che la spartizione dell’Albania è opera dell’Italia […] ha deciso di impugnare le armi…»

Otto decenni sono passati da allora e nel frattempo l’arte e la letteratura albanese hanno avuto modo di rielaborare il periodo di dominazione, narrandolo con la propria voce e presentando il proprio punto di vista. 

Lulekuqe mbi mure (Papaveri rossi sui muri) è un film girato nel 1976 da Dhimiter Anagnosti, in cui gli alacri protagonisti sono testimoni dell’occupazione italiana dell’Albania. 

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, in un orfanotrofio di Tirana, un gruppo di bambini è costretto a sottostare agli ordini del satrapo direttore, un uomo dal carattere burbero che segue le direttive del governo fascista di Roma.

La pellicola si apre con i ragazzini svegliati nel cuore della notte e costretti a coprire con della vernice la scritta «Poshte Fashizmi» (abbasso il fascismo), venendo l’indomani elogiati dal suddetto direttore per l’onorevole servizio svolto per la patria. 

Quattro amici, Lelo, Bardhi, Tomi e Jaçe, dopo aver trovato un foglio misterioso in cui i partigiani albanesi fanno sapere di aver riconquistato alcune città, si sentono coperti di ignominia per aver cancellato le scritte antifasciste dai muri. Iniziano così a riflettere sulla presenza straniera nel loro paese e su come potrebbero organizzarsi per aiutare, nel loro piccolo, i compagni comunisti.

Le giornate scorrono lentamente fra le sussiegose lezioni di musica italiana, e le ben più stimolanti lezioni di letteratura albanese con l’insegnante Luan Sina, alleato dei partigiani e intellettuale che cerca di fomentare il senso critico dei suoi alunni. 

Una delle scene madri vede l’insegnante, magistralmente interpretato da Timo Flloko, recitare a voce alta la poesia di Fan Noli Anës lumenjve”, scritta durante l’ultimo periodo di esilio dall’Albania e densa di richiami alla lotta per l’indipendenza e all’emancipazione dalle ingerenze straniere: 

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[…]

E una voce mi arriva dal fiume,
Rimbomba, mi sveglia dal sonno
Perché la gente si sta preparando
Perché il tiranno sta impallidendo
Perché la tempesta sta esplodendo
Si ingrossa il Vjosa, straripa il Buna.
Si arrossisce il Semen e il Drini,
Trema il Bey e anche il padrone
Perché dopo la morte ha brillato la vita
[…]
Alzatevi e colpiteli,
Tagliateli e schiacciateli, contadini e operai!
Da Shkodra fino a Vlore. 

Così, mentre il direttore inizia a sospettare delle attività propagandistiche dell’insegnante, gli orfani iniziano lentamente a ribellarsi, prendendosi gioco degli adulti, rifiutandosi di cantare le canzoni italiane e di parlare italiano, infine buttando giù dalle scale il bidello, uomo servile e remissivo, spalla destra del direttore fascista. 

Grazie a un ritmo incalzante e all’assopirsi dell’ingenuità intrinseca ai bambini, ci ritroviamo davanti a uno spettacolo drammatico ma grottesco, esteticamente prosaico ma proverbiale nel trasmettere la caparbietà e l’audacia dell’antifascismo in Albania, piccolo paese ancillare che, oggi come allora, ha dato una lezione di democrazia allo stato Italiano. 

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Mentre oggi l’Italia vede nell’Albania un «alleato» con cui condividere pratiche e strategie, soprattutto in ambito geopolitico, solo trent’anni fa venivano ideati i primi centri di detenzione e attuati i primi rimpatri per far fronte all’ondata di sbarchi provenienti dall’altra sponda dell’Adriatico, il cui culmine simbolico è probabilmente l’attracco del mercantile Vlora, evento definito dallo studioso Leogrande come «di proporzioni pari alla caduta del muro di Berlino». 

Le linee guida della politica dell’epoca, ancora poco strutturata in materia di migrazione, convergevano tutte nella stessa direzione: cercare di convincere le persone a tornare indietro, in alcuni casi promettendo un aiuto economico, in altri semplicemente trasferendo le persone via aereo verso Tirana mentendo su quale fosse la destinazione finale. 

Nella memoria storica attuale, condivisa sia da albanesi che da italiani, rimangono indelebili gli otto giorni allo stadio della Vittoria a Bari, in cui 6.000 persone furono ammassate per diversi giorni e a cui furono distribuiti viveri gettati dall’alto di un elicottero, e il naufragio della Katër i Radës. 

Tanti sono gli eventi che hanno segnato i rapporti fra i due paesi, tanti sono i segni inconfondibili di un disequilibro di potere, tramutati in una politica di sudditanza e terminati con il paradosso finale degli ex immigrati straccioni che collaborano col neocolonialismo straccione.

Chissà se Luan Sina, l’amato professore dell’orfanotrofio, ci avrebbe perdonato. 

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