Giancarlo Fusco, esploratore del sottosuolo

1 Novembre 2023

Era un “dispari” Giancarlo Fusco, sregolato, eccessivo. E naturale la sua anarchia, non un’opzione politica, ma un’angolazione dell’anima, un principio vitale. Pugile e buttafuori, ballerino di tiptap, malavitoso nella Marsiglia anteguerra, o così raccontava, attore di teatro (con Carmelo Bene e Vittorio Gassman) e di cinema (con Mario Monicelli e Tinto Brass), “irraggiungibile” affabulatore e “cacciaballe di proporzioni omeriche”. 

La sua vita straripa, difficile ritrovarne le linee. Un inestricabile garbuglio. “Impossibile raccontare la sua vita, – ha scritto Natalia Aspesi che pure ha cercato di farlo nella sua magnifica Prefazione a Il gusto di vivere –, se la inventava giorno per giorno, sovrapponeva i fatti, li cancellava, li ricreava”. La realtà, per Giancarlo Fusco, prendeva consistenza solo attraverso il filtro distorto e amplificato del suo racconto. Era un pretesto per poter sviluppare la sua personale narrazione, un fiume costantemente in piena. 

Cura un libro sulle case chiuse (Quando l’Italia tollerava), di cui è stato un convinto estimatore, ne scrive un altro, e con successo, su papa Giovanni XXIII (lo incontra più volte quando Roncalli è ancora Patriarca di Venezia), collabora, a partire dal 1956, a “Il Mondo” diretto da Mario Panunzio e a “L’Espresso” di Arrigo Benedetti, miti della cultura giornalistica italiana, ma, successivamente, anche a “Playboy”, e a un giornale di discussa fama come “Le Ore”.

Era così Giancarlo Fusco: un mondo a parte. Splendidamente unico. 

È a Viareggio sul finire degli anni Quaranta, dopo la guerra in Albania come radiotelegrafista. Nel precario, ma effervescente dopoguerra italiano, si muove a suo agio. Così si trova ad animare la vita notturna della Versilia (“non si andava mai a letto prima dell’alba”, racconta un amico), primeggia in una sgangherata galassia di ragazze avvenenti, avventurieri maldestri, gangster sotto mentite spoglie e sparsi frammenti di nobiltà decaduta, con il contorno di qualche intellettuale.

Viene stipendiato come intrattenitore al Kursaal di Viareggio, dove, in quegli anni, accade tutto. È in piedi dal primo Novecento il sontuoso edificio del Kursaal, tra la pineta e il mare, memoria di fasti passati. È il grande specchio della vita cittadina.

L’aspetto di Fusco non è proprio dei migliori: trasandato nel vestire, ma trascurato anche nell’igiene personale (così molti hanno raccontato), collo gonfio, occhi bovini, e un gran faccione, ma quando sale sul palco per intrattenere il pubblico, prende le fattezze alate di un “incantatore”.

Manlio Cancogni, giornalista affermato, grande amico di Giancarlo Fusco, lo spingerà a provarsi con la scrittura, e si muoverà per portarlo prima a “Il Mondo”, poi a “L’Europeo” e a “L’Espresso”. Ma, per Cancogni, non era la scrittura l’esito più naturale del suo talento. Era la parola, l’esercizio orale del racconto.

“Ci annientava con la sua meravigliosa capacità di raccontare, di rappresentare con una incredibile capacità percettiva. Chi non lo ha ascoltato nelle notti senza fine della Versilia del dopoguerra, non può capire chi è stato davvero Giancarlo Fusco”. 

Fusco non è classificabile. Non c’ è un capitolo della nostra storia letteraria dove possa essere collocato. E, per la verità, essere collocato neppure gli piaceva. Semmai, per tutta la vita, si applicherà a restare fuori. Amava la marginalità; esploratore di sottosuoli dell’anima, celebrava i vinti. 

È troppo irrequieto l’insieme delle sue scritture, troppo mobile. Non si arriva ad addomesticarlo. Nessun punto d’appoggio, nessuna formula, ma un organismo in movimento. Nell’ordine fittizio di una storia letteraria non farebbe che scalpitare. Che viva dunque nel suo respiro! Meglio lasciarla vagare libera. Come un organismo in movimento freme di umori passeggeri, di piccole combustioni dell’attenzione. Fusco va dove una storia, e dunque un seme di vita, irresistibilmente lo attrae. Nessuna unità d’intenti, e non oso neppure immaginare che cosa Fusco potesse pensare dell’unità d’intenti… Dei libri diceva che “si mettono a gambe larghe sulla strada dei sogni”. 

Allora il lettore interessato dovrà fare qualche contorsione mentale per seguire il nomadismo stordente di Giancarlo Fusco, che passa, con fare disinvolto, come in una danza, dal libro sulle “case chiuse” a quello su papa Giovanni XXIII, da quello sulla pastasciutta (L’Italia al dente) a quello sui mafiosi americani rimpatriati in Italia (Gli indesiderabili), senza dimenticare i ritratti divertiti del Ventennio (La lunga marcia, Mussolini e le donne, e soprattutto Le rose del Ventennio, forse il più notevole), senza dimenticare Duri a Marsiglia, attorno a cui nacque la leggenda di Fusco malavitoso, aderente al clan dei calabresi, e protettore di prostitute. Ma la sua è una malavita da film “noir”, alla Jean Gabin. E poi non è neppure certo che a Marsiglia Fusco ci sia mai stato. 

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Possiamo leggere i suoi libri come favole fiorite ai bordi del tempo, piccole epiche di un mondo estinto, storie di sentimenti che non abitano più nei cuori.

Spento lo splendore della Versilia, Fusco approda a Milano. Dopo “La Gazzetta di Livorno”, dove fa i primi passi, le testate della grande stampa nazionale, “Il Mondo”, L’Europeo”, “L’Espresso”, “Il giorno”. È una strepitosa affermazione professionale, che culmina con una rubrica quotidiana su “Il giorno”: “La colonna di Fusco”. 

Ha dunque lasciato definitivamente il suo sottosuolo? No, il suo aspetto continua ad essere più che dimesso: sembra un “paria” precipitato all’improvviso in un salotto della buona borghesia. Faceva un certo effetto vederlo: sdentato (in seguito a un incontro di pugilato), con del fil di ferro a sorreggere i pantaloni – è Camilla Cederna a ricordarlo. E Camilla Cederna ha l’incarico di rivestirlo da Arrigo Benedetti, direttore del settimanale per cui Fusco lavorava in quel momento. Mentre i colleghi raccoglievano il denaro per comprare una dentiera.

Dopo Milano, Roma. A malavoglia, Giancarlo Fusco attraversa i passaggi del tempo. Tutto va cambiando, non solo nella società italiana, ma anche, inevitabilmente, nel mondo del giornalismo. Al “giornalismo burocratico” (l’espressione è di Enzo Biagi) Fusco risulta indigesto, e anche il personaggio Fusco comincia a stancare. 

“Il mondo stava diventando orribile, ha scritto Natalia Aspesi, indescrivibile per la penna arguta e tenera di Fusco”.

Un tumore al cervello spegne la vita di Giancarlo Fusco il 17 settembre 1984.

FONTI:

Giancarlo Fusco, Quando l’Italia tollerava, Roma 1965.

Giancarlo Fusco, Giovanni XXIII. La sua vita, le sue esperienze, in una cronaca affettuosa e fedele, Palermo, 2006.

Giancarlo Fusco, Le rose del ventennio, Palermo, 2004.

Giancarlo Fusco, Duri a Marsiglia, Torino, 2005.

Natalia Aspesi, Prefazione a Il gusto di vivere, Roma, 1985.

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