Don Puglisi raccontato ai ragazzi

15 Ottobre 2023

Padre Pino Puglisi di Brancaccio (chiamato 3P, quante quelle di Pier Paolo Pasolini, al quale lo univano i ragazzi di vita e le borgate di città) fu ucciso nel 1993 e venne beatificato nel 2013 come martire della Chiesa. Quel 25 maggio Paolo Borrometi (giornalista siciliano di Modica, condirettore dell’agenzia Agi e dal 2014 sotto scorta perché nel mirino della mafia) incontrò a Palermo, invitato dal preside, una classe di scuola media per ricordarne la figura. Il contenuto rivariato di quell’incontro costituisce oggi il libro Siate rompiscatole (Mondadori, 2023, pp. 94), per pubblicare il quale Borrometi ha atteso dieci anni, così da commemorare con la ricorrenza della beatificazione anche il trentennale dell’omicidio. 

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Papa Francesco nella chiesa San Gaetano settembre 2018.

Il libro – breve ma denso, con i disegni di Giuli Tomai e un dizionario delle parole legate al fenomeno mafioso scritte sulla lavagna, da “omertà” a “legalità” – è il racconto anche della propria esperienza sul fronte della lotta alla mafia, nella chiave di un precetto espresso quel giorno con forza alla classe di scolari: «Siamo responsabili di ogni cosa che scegliamo di non vedere». Ed è nello stesso tempo la narrazione di un confronto con una mentalità acerba ma manifesta, pervasa dagli stessi rigurgiti sociali che animarono i “picciriddi” raccolti da Padre Puglisi per strada e portati in parrocchia (la colpa che Totò Riina imputava al “parrinu”): rigurgiti, in alcuni degli alunni, fatti di avversione contro lo Stato, spirito di ribellione, appartenenza a un mondo separato, identità territoriale.

Borrometi racconta che si presentò in classe con una scatola che ripose sulla cattedra, come fece Don Puglisi il giorno in cui per la prima volta entrò in un’aula di liceo con uno scatolone sottobraccio sul quale saltò su dicendo «Avete capito chi sono io? Sono un rompiscatole». Poi ricostruì la storia di Brancaccio, narrò la vita di Don Puglisi e di conseguenza anche la propria, infine seguì la cerimonia in televisione di beatificazione con tutti gli alunni, compresi in un concorde sentimento di solidarietà e di impegno civile nel quale la diffidenza iniziale si era stemperata in un nuovo gurgite.

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La “storia di Padre Puglisi raccontata alle ragazze e ai ragazzi” (come specifica il sottotitolo) è quella di una vicenda esemplare per coraggio, apostolato cristiano e spirito umanitario. Sono stati scritti libri e realizzati film per l’eccezionalità della sua esperienza così emblematica e traumatica, implicando non solo l’assassinio di un prete tradizionalmente intoccabile, ma anche condizioni sociali e umane inimmaginabili in un quartiere di Palermo, emerse solo dopo la sua morte in una drammaticità valsa a mettere sotto processo un’intera città e la sua classe politica, proprio quanto la mafia si era proposta di scongiurare perché Brancaccio rimanesse terra franca, una Caivano moltiplicata per mille ma nata mezzo secolo prima. La mafia non voleva lo Stato a Brancaccio e Padre Puglisi vi portò addirittura la Chiesa. 

Sfidò i boss con l’arma più micidiale: la sottrazione a Cosa nostra della sua linfa vitale, cioè i bambini e gli adolescenti: che se portati a giocare a calcio avrebbero imparato le regole del gioco e con esse diritti e doveri, oltre che attività che nulla avevano a che fare con quelle alle quali erano votati rimanendo per strada: piccoli furti, corrieri, pali. Di quello che era destinato a restare un reclusorio di sicuri delinquenti, 3P fece un vivaio di essere umani. E colpì al cuore gli interessi più cospicui della mafia con in più la forza di sostituirsi ad essa nell’opera di assistenza della gente disagiata. 

Sapeva che la sfida lanciata costava ben più del rischio di un’azione di isolamento o di “maschiaramento”, che pure fu intentata con la propalazione dell’accusa di denigrare e disprezzare gli abitanti favorendo l’intervento di giornali, forze dell’ordine e magistratura, ma 3P era uno che “sparava dritto”, secondo un modo di dire palermitano che indica schiettezza e coerenza: aveva ben presente il pericolo che incombeva su di lui da sorridere infine ai sicari andati sotto casa sua a ucciderlo, dicendo loro: “Me l’aspettavo”.

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A differenza di Falcone, Borsellino e dei tanti magistrati, funzionari di polizia e ufficiali dei carabinieri caduti sotto i colpi della mafia in nome dello Stato, per il quale lavoravano con spirito di servizio, Padre Puglisi diede la vita, sapendo bene di perderla, in nome di un senso umanitario, liberale e sorgivo, che anteponeva alla stessa Chiesa: quando le suore gli dissero che tutti quei bambini attorno a lui non erano nemmeno battezzati, rispose di non pensare a questo, perché prima che cristiani dovevano diventare uomini. Ma fu tanto sacerdote da abolire la colletta durante la messa perché i fedeli non si distraessero a contare spiccioli, per cui apparecchiò un tavolinetto sul sagrato. E questo fece, fidando nella Provvidenza, quando si trattò di trovare 290 milioni per l’acquisto di una casa da trasformare in Centro di accoglienza. Il cardinale Pappalardo, che l’aveva insediato a Brancaccio, contribuì con trenta milioni, per il resto accese un mutuo personale e confidò nella generosità dei fedeli. Che per la festa di San Gaetano, esortati dai boss, erano stati capaci di raccogliere ogni anno più di 80 milioni, fino al suo arrivo quando annullò la festa per tenere lontana la mafia dalla chiesa di San Gaetano, dov’era parroco. 

Quando, dopo la morte, il magistrato entrò in casa sua racconterà di aver trovato un giaciglio al posto del letto, gli oggetti essenziali e solo tantissimi libri. Diceva che gli serviva solo la benzina per potere girare il quartiere di casa in casa, perché per il resto non aveva bisogno di niente: mangiava prodotti in scatola e pane anche raffermo. Ma non esitò ad andare in banca e chiedere 260 milioni per il Centro che aveva già un nome, “Padre Nostro”, ed era proprio di fronte alla parrocchia.

Per gli ingenti lavori di ristrutturazione si rivolse a un grosso imprenditore edile che si offrì di aiutarlo gratuitamente, ma quando si sentì chiedere cosa fosse disposto a fare in cambio, andò via di casa dicendogli che non aveva bisogno più di niente. Quell’imprenditore ricchissimo era un uomo legato a Cosa nostra e uno dei principali riciclatori di denaro sporco, ma Don Puglisi non lo sapeva.

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Sapeva però di non dovere avere alcun contatto non solo con i mafiosi ma nemmeno con i politici, di qualunque colore fossero. Così mise alla porta un candidato della Dc che voleva avvicinare i fedeli della sua chiesa distribuendo non immaginette ma fac-simili elettorali. Si mostrò scettico persino con alcuni abitanti che avevano costituito un comitato intercondominiale per la realizzazione della rete fognaria e disse loro, fiduciosi di averne il sostegno, che ci avrebbe pensato: prima voleva sapere se fossero onesti. Lo erano e si impegnò con ogni sforzo al loro fianco, ma pagando personalmente e da solo la lotta per il miglioramento della qualità della vita nel quartiere.  

Nel suo libro Borrometi racconta anche di sé, della selvaggia aggressione subita, delle ripetute minacce di morte, del principio di incendio appiccato alla casa di famiglia, della sua vita senza privacy. Così gli alunni medi di Palermo vollero alla fine sapere più di lui, lì presente e ogni giorno nel mirino, che di Padre Puglisi, figura storicizzata. «Come si fa a non avere paura?» gli fu chiesto. «La paura c’è, sarebbe folle non averne – rispose il giornalista. – Ne aveva molta anche Falcone, il quale disse che avere coraggio è anche avere paura». Lo scriveva anche Melville nel suo Moby Dick: “Il coraggio più utile e sicuro è quello che sorge dalla considerazione del pericolo affrontato”.

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