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Teatro

(579 risultati)

Marco Cavallo e la luce a Parigi

Cammina Dario reggendo la testa di Marco Cavallo, cammina Charli, cammina Donatella, cammina Claudio, cammina Ferrari, cammina Pino, cammina Giulia, cammina Cinzia, cammina Vincenza, cammina l’Accademia della Follia verso il Grand Périphérique per far vedere a Marco il traffico di Parigi. Qui dove tante teste furono tagliate per fraternità e uguaglianza, qui sempre penso a quei fiori del male che sbocciano nella mente e che qualche volta un cavallo azzurro può trasformare in luce. Oggi, 25 settembre 2011, abbiamo portato al Festival du Futur Composé La luce di dentro. Viva Franco Basaglia - nato da un breve testo di Gianni Fenzi, regia e drammaturgia di Claudio Misculin con me, debutto nel 2009 al Teatro Sloveno di Trieste. Narra la nascita di Marco Cavallo nel 1973, in scena c’è Basaglia.   Mi viene in mente quando sono venuto per invito di Jacques Lang (1975) dopo undici giorni di teatro continuo del Gorilla Quadrumàno al Festival di Nancy da lui diretto - voleva un spettacolo nuovo per il Théâtre de Chaillot, ho ideato Comedie des Italiens con Gianni Celati. Siamo venuti a Parigi a parlarne con...

Trenta anagrammi per il Teatro Valle

L’arte, a  volte, è trovatella.   Tra le tavole, l’attore vale Re o valletta orla la vetta.   Vo’ allettare alle trovate. Love l’attrae. È alto travel: Elettra vola (teatrale vol).     L’altero vate volterà tela, velerà l’atto. Altrove tal è.     Alt al vetero! Alt, e v’è altro oltre al vate: vòlte realtà, torve lealtà.     O valle tetra! Avrete l’alto veto all’arte Tollerate? Va?   È trovatella, a volte, l’arte. Vale lottare. È lotta, larve! È lotta, Ravel!     Note   Ogni verso è un anagramma di «Teatro Valle»   v. 4. : attore, da intendersi in senso deplorevolmente neutro ai fini del gender: infatti può essere «re» o «valletta». v. 7.: vo’ , «vuole». v. 12: vol, «volo». v. 20: vòlte, «voltate, rovesciate» v. 25: va?, «può andare?» «funziona?...

Danza il centauro

La scena è nuda. A terra una materia oscura: polvere di lava? La sabbia petrolifera dell’Ade? Davanti, una striscia bianca, un pianoforte a coda, una grande lamina riflettente impiccata nel vuoto che gira su di sé. Una mummia, un uomo fasciato di bende, un essere rattrappito e ripugnante che recita i primi versi del primo dei Chants di Maldoror di Isidore Ducasse aka Lautréamont picchia sulla tastiera, stride e dissona. Le musiche di Jean Schwarz (nomen-omen in questo spettacolo silenzioso e nero!) pervadono i 90 minuti di Le centaure et l’animal, di Bartabas, in prima italiana a Torino Danza/Teatro Stabile dentro MITO/Settembre Musica.   Essere centauro è il sogno di Clement Marty aka Bartabas, che a 20 anni ha esordito al Festival d’Avignon nel 1977, con il suo cavallo Zingaro: a torso nudo, forte e possente ultracinquantenne che vive davvero nel suo corpo, o coperto di lugubri veli-farfalla e tendaggi-ali, neri, terrei, o rosso inferno, Bartabas danza, ruota, passeggia statuario sul silenzioso fondo; duetta con il corpo laccato d’argento del maestro di butoh giapponese Ko Murobushi, che si tortura di tensioni e...

Un messaggio chiamato cavallo

Tra il gennaio e il febbraio del 1973 nell’ambito dei grandi cambiamenti impostati da Franco Basaglia nel manicomio di Trieste – apertura e dissoluzione di quel Lager che era stato sin lì – nasce un laboratorio condotto da Giuliano Scabia con l’aiuto di varie persone, tra cui Vittorio Basaglia, pittore, scultore, fratello di Franco. Medici, infermieri, ricoverati si autodefinirono “artisti” e realizzarono in gruppo, nel laboratorio P del reparto abbandonato, un gigante di cartapesta ben presto diventato il simbolo dell’apertura del manicomio: Marco Cavallo. Venne gente da tutta Trieste, e anche da fuori, per dare una mano, discutere, dipingere, disegnare, fotografare, partecipare ai laboratori manuali e alla costruzione del cavallo azzurro.   A muovere tutto c’era uno degli artisti più importanti della seconda metà del Novecento, scrittore, teatrante, regista, poeta, poeta, illustratore, attore, e altro ancora: Giuliano Scabia. Portava a Trieste in quel momento una lunga esperienza compiuta con il teatro di strada, con studenti, attori, musicisti, ma anche nelle aule. Alla fine di questo esperimento...

I camminatori

Italo Testa, voce e testo Margherita Labbe, fotografie e carte artigianali Roberto Dassoni,  editing e trattamento audio/video La sequenza video I camminatori, presentata in  anteprima in occasione di Passoparola. Festival del cammino (Berceto, 12 giugno 2011), nasce da un poemetto inedito di Italo Testa, e dal lavoro di collaborazione con l’artista grafica Margherita Labbe e il video maker Roberto Dassoni nel laboratorio dell’Accademia di Brera Da verso. Letture e interazioni tra poesie e arti. “C'è un momento preciso, quando la neve comincia a sciogliersi, e le ruote delle auto e i passi della gente lasciano tracce di percorsi che si perdono, si sovrappongono, si cancellano, e la neve crea un contrasto che evidenzia e staglia nettamente angoli e piani. L'idea di questa sequenza nasce da alcune foto scattate in un paese del piacentino, in uno di quei momenti fatidici, quando le vie sono desolate, anche a causa della neve. Le inquadrature basse, concentrate sulla strada e sull'asfalto, sono legate a I camminatori di Italo Testa, ma anche dalla consuetudine a cercare, nella visione del luogo, la sintesi del fattore...

Il Camminante

Camminare vuole essere uno spazio aperto capace di descrivere, accogliendo i più diversi materiali, le emozioni, il paesaggio, l’atto fisico, gli incontri connessi con il vagabondare e l’andare a zonzo. Inviate i vostri pezzi a camminare@doppiozero.com (massimo 3000 battute)   Nel “Camminante” si sta due ore su un sentiero ombroso che sale verso monte. Si procede per un paio di chilometri verso uno sperone di roccia scampato alla dinamite degli estrattori di granito e alle bulinate degli scalpellini che fino a 50 anni fa si ammalavano di silicosi per levigare e scolpire in forma di tubi, di architravi, di colonne, di cordoli, di lastre, la pietra bianca picchiettata di nero che la montagna teneva in seno; pregiata pietra che girava il mondo e lastricava anche le strade di una città come New York, per esempio. Poi è arrivato il cemento, e poi l'asfalto; così lo sperone in perpetua trasformazione ha assunto quella forma di onda congelata nel vuoto sopra il lago, e il santuario della Madonna del Sasso che lo sovrasta ha smesso di tremare e di scuotersi, rischiando di precipitare ad ogni momento nelle acque sottostanti...

Lawrence è qui e là

Lei è qui. Indubbiamente. Non si muove. Si muove poco. Anzi, si muove un poco. C’è una voce, una radio: lui le dà comandi subliminali. La ossessiona proprio, la burattina: a destra, a sinistra, mano in alto, testa di qua, testa di là. Lei, la drammaturga e attrice Chiara Lagani, ha un bellissimo vestito: come di un festa ottocentesca: la stoffa è mimetica: sì, effettivamente, c’è qualcosa di militare in questo Laura Graziani Alta Moda. Lei è a Torino, lui, l’attore Marco Cavalcoli, è a Napoli; in simultanea satellitare, stanno recitando insieme in due luoghi diversi. Spaesati, siamo tutti spaesati. Si allude, si echeggia, di un uomo che diventa mito. Un ufficiale dell’esercito inglese che diviene il trascinatore della liberazione araba dall’Impero Ottomano, durante la Prima Guerra Mondiale. Lawrence prende Aqaba dal deserto, e arriva a Damasco. T.E.L. è il nuovo progetto di Fanny & Alexander: visto in luglio a Torino (Festival delle Colline), Napoli Teatro Festival, Ravenna Festival e Santarcangelo. Sentito a Rai Radio3. Un nuovo progetto in capitoli, e frammenti. Attrici...

Un teatro per pensare in comune

Quattordici giugno. Piazza di Torre Argentina a Roma, caldo feroce. Alle 10 siamo pronti. Ci dividiamo in tre gruppi, zaino in spalla, lenti scure, passo apparentemente svagato, aria da turisti. Al telefono si parla per monosillabi. Ora accelera, non fermarti, convergiamo su due lati. Mancano duecento metri dall’ingresso per gli artisti del teatro Valle. Alle spalle del Senato, sei mesi prima la sassaiola contro i blindati, prima che una carica irrompesse da questa strada. Un’imboscata. Ho rischiato l’arresto, manganellate in piazza del Popolo. Sanguinavo dalla testa. Ma sono riuscito a scrivere, nonostante tutto. Nella fuga ho strappato il cappotto al gancio di una porta.   L’occupazione del Valle – oggi ha assunto la stessa importanza del movimentodegli intermittenti francesi dello spettacolo negli anni Novanta – non è iniziata con un’attrice che faceva da esca con il portiere del Valle, leggenda chic creata da un bravo inviato di Repubblica. Risale adue mesi prima, all’assemblea del Piccolo Eliseo dovenacque l’alleanza tra i lavoratori del Valle e gli intermittenti dello spettacolo romani di Zeropuntotre. La video-intervista realizzata tre anni fa da Roberto Faenza...

Daniela Dal Cin

Oltre un ventennio fa, nel 1987, uno spettacolo portò l’attenzione su una compagnia torinese di fresca formazione, dal nome curioso, al limite dell’impronunciabile: Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa. Il lavoro in scena aveva a che vedere con il capolavoro di Jean Genet e si chiamava Le serve: una danza di guerra, di cui firmava la regia Marco Isidori. Spiccava la presenza angolosa, quasi sinistra, di Maria Luisa Abate, volto simbolico di questa esperienza. Alla fine della rappresentazione, in un teatro fiorentino da lungo tempo passato a repertorio più leggero, si notava una signora bionda, minuta, come una figurina di un libro di fiabe inglese di fine Ottocento, che sovrintendeva allo smontaggio. I suoi gesti erano calibrati, rituali: eppure stabilivano esattamente la precisa sequenza delle azioni, dando il ritmo ai tecnici, tenuti quasi sotto un’ipnosi coreografica. L’invenzione è il territorio di questa dama, che sorride nella fotografia, di fronte alla sua creazione per Bersaglio per Molly Bloom, personale rivisitazione dal celebre monologo, presentata nel 2002.   Come spesso accade nel suo lavoro scena e costume nelle...

La risemantizzazione romantica del bandito

Il merito di Walter Scott, in Ivanhoe, è stato quello di rimettere in auge, tra i primi e con maggior successo, l’età dei raid, il Medioevo, nella sua versione idealizzata, fatta di “tanti prodi campioni, ben montati e fastosamente armati”, pronti all’impresa e all’avventura, da ammirare “fermi sulle loro selle da combattimento come colonne d’acciaio”. In più ha gettato un ponte tra il mondo dei cavalieri e quello delle “bande di gagliardi fuorilegge” che vivono nelle foreste nelle canzoni popolari. Per esempio Gurth s’imbatte nei banditi di Robin Hood, che decidono di lasciargli i denari del suo padrone e protagonista del romanzo, ed anzi dichiarano: “È troppo simile a noi perché noi si possa dargli delle noie: i cani non aggrediscono i cani là dove ci sono in abbondanza volpi e lupi”. Inoltre danno la possibilità anche al servo di conservare i propri averi battendosi ai bastoni ferrati contro uno di loro in singolar tenzone; quando Gurth atterra l’avversario “ Bel colpo – esclamano i banditi – Vivano sempre i bei combattimenti e...

Il sabato del villaggio / Addio confort

Con le scuole ormai chiuse, gli esami di maturità in dirittura d’arrivo, l’estate, tra alte e basse temperature, sembra essersi ormai avviata e si avvertono i primi timidi tentativi di fuga dalla città. Ritrovare la natura, lo spazio selvaggio, ma senza perdere i confort: una natura a misura d’uomo sembra essere il bisogno da soddisfare. Addio alla natura quindi, ma soprattutto un addio alla sua idea culturale e falsificante, questo l’auspicio contenuto già nel titolo dell’ultimo libro di Gianfranco Marrone recensito questa settimana da Marco Belpoliti e Franco Farinelli e su La Repubblica da Maurizio Ferraris in un ampio articolo. Uomo e natura, due conviventi che mal si sopportano, ma anche una corsa ciclistica, la Milano-Sanremo, tra le più affascinanti ed estreme del mondo. Un percorso vario ed imprevisto, un paesaggio naturale, sorprendentemente nel cuore di uno dei territori più urbanizzati d’Europa: ce lo racconta Igor Pelgreffi. Di tutt’altra natura la sparizione che si materializza sotto gli occhi di Giuseppe Montesano, ossia quella della spazzatura napoletana in parte spostata dalle...

Ridi, disperato

  Alle prove, in un mercoledì pomeriggio in cui gli altri lavorano, siamo in trenta, quaranta, al Teatro Gobetti del Teatro Stabile, Torino. Sul palco i cinque giovani attori della compagnia guardano scanzonati il Maestro, seduto esausto a un gracile tavolino: ha i lunghi capelli bianchi incollati al cranio, quando s’alza è curvo, si appoggia a un bastone ortopedico. Dice che questo è il suo ‘Finale di teatro’, perché “le restrizioni implacabili della vecchiaia” gli stanno togliendo un diletto durato 41 anni. “È dal ’91 che ho mollato il mio Teatro dei Sensibili, ma tutti continuano a dirmi che io faccio le marionette. Ma io sono un suonatore ambulante di organetto di Barberia! è bello cantare ballate in una strada, mentre la gente passa e poi si ferma e ti ascolta. Una volta, all’Eur, a Roma, passando con il cappello in mano, raccogliemmo 700.000 lire”.   Non ha avuto molto tempo per provare Finale di teatro, il pensatore, scrittore, saggio, filosofo, saggista, drammaturgo Guido Ceronetti: “Effettivamente sì, chiamatelo pure collage, quello che vedrete:...

Un attore, Claudio Morganti / Ritratti

  Probabilmente è una questione di respiro. Bisogna avere il fiato lungo per lasciar sedimentare una ricerca, partita ormai trent’anni fa, sapendola tener viva e radicale, compiendo delle scelte controcorrente, soprattutto in questi ultimi anni in cui il mercato ha ammorbidito e omologato i lavori di molti artisti contemporanei. Riuscire ad ascoltare il proprio respiro significa guardare alla figura umana e riflettere sui sentimenti sovrani: la paura, l’amore, l’odio, la gelosia, la follia. Tendere l’orecchio all’umano dovrebbe essere per un attore principio fondativo e prioritario; ma saper far vibrare la corda giusta e far suonare le grandi passioni umane è privilegio di pochi. Morganti è uno di questi.   Dalla tradizione attoriale italiana Morganti eredita naturalmente molte cose. Ma il primo incontro – quasi un’iniziazione – con Carlo Cecchi, gli permette probabilmente di guardare al passato con una lucidità e una ferocia molto rare: il profondo rispetto per le radici corre in parallelo all’ostinata rimessa in discussione delle esperienze precedenti, in un equilibrio che...

Lamezia Terme, 5 giugno 2011

Ultima puntata del diario lametino, poi ci sarà la necessaria pausa estiva, poi Capusutta ripartirà a settembre per debuttare ad autunno inoltrato - date possibili, ma ancora non certe, dal 18 al 20 novembre - e con le prove riprenderà anche questo diario.    Nel frattempo buone notizie: il contratto tra il Comune e le Albe e Punta Corsara è stato firmato. E la volontà politica è quella di riuscire a costruire una convenzione anche per il prossimo biennio, in modo che si arrivi a un percorso di almeno tre anni, il minimo per seminare, il minimo per creare un tessuto di giovani (scelti non per amicizie e tessere politiche, per buone parentele, ma usciti da un percorso fatto di lavoro, disciplina e passione), un gruppo di persone che possa continuare a praticare teatro e cultura, slancio e amore per la città e vocazione a intrecciare il locale con il nazionale e oltre.   Intanto ci si lascia con un’ultima giornata di lavoro, dove assisto a una specie di primo abbozzo di Donne al Parlamento. Sono anche gli ultimi giorni di scuola, quindi il numero dei capusuttini presenti è per forza di cose...

Lamezia Terme, 5 maggio 2011

E invece Aristofane lo faccio aspettare ancora. Perché è successa una cosa davvero molto brutta. Sono entrati di notte dentro Palazzo Panariti, dove teniamo gli incontri di Capusutta, hanno sfasciato porte e finestre. Ladri? Ma non c’era niente da rubare, il palazzo è ancora vuoto, appena inaugurato, non ci sono attrezzature, solo due piccoli monitor per la sorveglianza. Dei balordi, può essere. E se fosse invece un brutto segno, una specie di intimidazione? Contro chi? Ci nascono strani pensieri in testa, che vorremmo ricacciare indietro.   Speriamo che non siano segnali contro Tano Grasso e il suo irruento procedere a cercare di portare novità nella cultura cittadina. In effetti non c’è un’aria rassicurante in giro: sembra da certi discorsi - sembra, ripeto - che qualcuno remi decisamente contro. “È che il teatro di ricerca qua non funziona!”, “che prima di voi c’erano altre esperienze di laboratorio teatrale, mica era il deserto!”, e argomentazioni simili. Che bisogno c’era di ricorrere a Ravenna e a Napoli, in sostanza. E in effetti, a parte le porte sfasciate, c...

Fanny & Alexander

Di norma, di uno spettacolo si legge un programma di sala. E di una mostra un catalogo. Del lavoro degli ultimi quattro anni del gruppo teatrale di Ravenna “Fanny & Alexander” (al secolo Chiara Lagani, dramaturg e attrice, e Luigi de Angelis regista: meno di 75 anni in due ma sulle scene da 18…) ci viene invece proposto un Atlante. Anzitutto perché non di un semplice spettacolo si tratta, bensì d’un “viaggio teatrale” in dieci tappe. Da Dorothy. Sconcerto per Oz, all’inizio del 2007, a West, andato in scena alla Cavallerizza di Torino lo scorso giugno e ancora in tournée nei prossimi mesi. Ma on the road da sempre è la vita dei teatranti. Il vero “viaggio” è quello all’interno del testo di F&A, nonché il nostro nel loro continente di immagini ed enigmi.   Il “testo” è Il mago di Oz: la fiaba pubblicata nel 1900 da L. Frank Baum e soprattutto il film diretto nel 1939 da Victor Fleming (con la sedicenne Judy Garland nei panni di Dorothy): un territorio attraversato a tutti i livelli e in tutte le direzioni, con un grado di “perversione...

Trani / Paesi e città

Noi, a Trani, abbiamo avuto un’infinità di bandiere. Siamo stati Apuli – o meglio: Peucezi – Greci, Romani, Bizantini, Longobardi, Svevi, Saraceni, Angioini, Veneziani, Aragonesi, Borboni, francesi. Oggi siamo italiani. Lo siamo da quando Garibaldi occupò militarmente, per conto dei Savoia, il Regno delle due Sicilie. Son passati tutti, di qui. Eravamo lo snodo naturale dei traffici commerciali sull’Adriatico: il collegamento fra l’Europa e il resto del Mondo. Se volevi andare in Terra santa, dovevi passare da Trani, dal suo porto, che è un’insenatura creata dalla natura, e sembra che c’abbia ragionato su, la natura, che l’abbia disegnato, il porto, per farci stare le barche.   Son passati tutti, da Trani. Una volta Ferrante II, re Aragonese, aveva bisogno di ducati, per combattere gli Angiò, e li chiese alla Serenissima. In pegno, diede Trani, per quindici anni. E i Veneziani sono stati qui, dal 1495 al 1509, e hanno costruito due chiese, coi leoni di San Marco. Federico II di Svevia, invece, costruì un castello, sul mare.   Questa è la storia, e la storia dice tante...

Luisa Cortesi

Qualche anno fa in uno spazio alla periferia di San Paolo del Brasile Luisa Cortesi provava una sua composizione, realizzata insieme al pittore Massimo Barzagli. Il titolo, Fiorile, è la denominazione che nella Rivoluzione Francese indicava un periodo tra la fine di aprile e l’inizio di maggio. La scena, bianca, con fiori sparsi dappertutto e tracce di colore; la musica, unica, ossessiva, reiterata, White Rabbit dei Jefferson Airplane. La canzone parla di Alice e delle sue efficacissime pillole psichedeliche, di una visione della realtà che passa soprattutto attraverso la metamorfosi, il cambiamento radicale. In scena, un’azione puntigliosa, giocata spesso su movimenti minimi, su accenni di identità possibili, su trame subito sfumate. Il corpo, nudo o vestito, mobile o immobile, si incontra con uno spazio su cui vuole imprimere una traccia, una memoria. Tutto il lavoro di questa danzatrice-performer sta appunto nel trasformare la fisicità in bisturi, sempre disponibile a incidere sulla densa indifferenza della sala di rappresentazione. Di-stanze, Regardant, Il braccio nella manica, Brillo, Vivido, sono titoli che giocano in primo luogo con...

L'attore Civile, l'amore, la contraddizione e la libertà

Nei teatri bolognesi, da qualche mese, capita di assistere a monologhi di giovani attori e attrici che precedono gli spettacoli. Il pubblico si reca in alcuni luoghi “ufficiali” del circuito cittadino, dalla stanca Arena del Sole al Teatro delle Celebrazioni, una sala privata con un cartellone prevalentemente commerciale. Prima che lo spettacolo in programma abbia inizio ci sono le presentazioni di Civile, progetto di Fiorenza Menni (Teatrino Clandestino) e della studiosa e organizzatrice Elena Di Gioia. Sono dei ritratti, dei racconti autobiografici scritti e provati durante settimane di lavoro precedenti. Gli attori e le attrici parlano della loro vita, della scelta di individuare nell'arte il proprio posto nella società. Qualche settimana fa, a Roma, questi ritratti “civili” hanno convissuto tutti nello stesso spazio, l’Angelo Mai Altrove, che da un anno e mezzo ha riaperto in zona Circo Massimo ed è divenuto uno snodo cruciale del teatro che vive.     In Italia, oggi, c'è un teatro che vive e uno che sopravvive, eppure è il secondo a garantirsi la quasi totalità di date, produzioni,...

Lamezia Terme, 5 aprile 2011

Arrivo a Lamezia, e mi rendo conto che la città è sottosopra per una furiosa polemica attorno al campo rom dell’area di Scordovillo. Un’ordinanza della Procura, il campo va sgomberato entro 30 giorni. Motivazione: sono tutti delinquenti. Il campo è uno dei più grandi d’Italia, circa 520 persone, più o meno 104 famiglie, esiste dal 1981. È il campo dove vivono i ragazzi rom che partecipano a Capusutta, Pamela e Immacolata e tutti gli altri. Domani pomeriggio dovrò parlare ai capusuttini del testo sul quale lavoreremo, Donne a Parlamento di Aristofane, ma prima incontro Rosy de Sensi e Graziella Perri, operatrici dell’Associazione La Strada, che da 25 anni svolge un lavoro prezioso nel campo, portando i bambini a scuola e facendo tante altre attività. Chiedo loro se possono accompagnarmi al campo, vorrei vedere dove vivono i capusuttini rom.   Arriviamo verso le 11 di mattina. La prima immagine che mi colpisce è quella di un muro alto tre metri: il campo, fin dalla sua nascita, è statodelimitato da quel muro, un recinto materiale e simbolico che impedisce la vista dalla strada, e...

Intervista di Matteo Bellizzi a Gianni Celati

MB Proprio con Verso la foce è iniziata l’esplorazione nel paesaggio, ricordi l’origine di quel richiamo verso l’apertura del mondo esterno?   GC Ho sempre avuto questo sentimento di aver sbagliato strada, ma nel corso di questi sbagli quando sono arrivato a questo libro mi è sembrato fosse quello meno sbagliato di tutti. Mi affidavo a qualcosa che era tutto fuori, era un lavoro per credere al mondo e credere anche alla mia mancanza quindi anche in questi deserti che sono le nostre campagne. Non sopportavo più l’idea corrente di finzione «Il romanzo è una finzione personaggi che non esistono nella cosiddetta realtà etc.» ma io non sopporto due cose: prima il fatto che si dia per scontato che c’è una finzione ma che dietro a quello ci sarebbe la realtà e allora la finzione è come una finestra aperta sul mondo. Quest’idea truffaldina di pretendere che esista davvero una realtà. Quando si dice realtà si dice esattamente il contrario di quello che dicevo io con la nozione di mondo. La realtà è così astratta che non sappiamo neanche a...

Gianni Celati / Tempo della visione, tempo della erosione

L’inquadratura indugia sulla facciata di un vecchio casale abbandonato nel paesaggio vuoto e quasi metafisico della pianura padana. Si sofferma sulla facciata, o su un particolare dell’edificio. Una crepa. Una fenditura. Un muro scrostato. Un infisso divelto. Un buco trasformato in un nido di piante e di erbe selvatiche. La macchina da presa non è mai troppo vicina. Mai troppo invasiva. Si mantiene a una certa distanza. Alla giusta distanza. Abbastanza vicina per vedere, ma anche abbastanza lontana per evitare un eccesso di intimità. Non si muove, la macchina da presa. Sta lì, e guarda. Poi, all’improvviso, in primissimo piano, nello spazio vuoto che c’è fra l’occhio che osserva e l’architettura che è osservata, accade qualcosa. Qualcosa di minimo, ma di decisivo. Un’auto, un camion o un motorino sfrecciano via veloci sulla strada e occupano per un istante il campo visivo. Non sufficientemente veloci da impedire a noi di percepire il loro passaggio, ma – con ogni probabilità – sufficientemente veloci per impedire a chi è a bordo di percepire ciò che non stiamo...

Franco Quadri - via Ramazzini 8, Milano

“Credo che sia pertinace come un fanatico. Neppure se il mondo crollasse, abbandonerebbe il lavoro in corso o cambierebbe argomento. Nelle cose essenziali non è certamente influenzabile. Per il resto, per l'inessenziale, è senza difesa, probabilmente più debole di noi...” E. Cioran, Esercizi di ammirazione. Se penso a Franco penso subito a un meraviglioso sismografo. Lo vedo così, all'erta, ipersensibile, sempre in attesa della scossa. Questa scossa non ha luogo nel mondo, ma parallelamente. Nel teatro. Ovvero è originata nelle profondità del mondo ma si rivela nel teatro. Franco vive nel teatro. Da sempre, almeno da quando aveva quindici anni, quando ha cominciato ad appuntare sui suoi taccuini, meticolosamente, con scrittura minuscola e ondeggiante, tutto quello che nel teatro ha visto. La forma della sua scrittura negli appunti presi durante gli spettacoli è davvero un'onda: se si sfogliano i suoi taccuini, si ha l'impressione di seguire il ritmo di un cuore: è palpitante, minuziosa, ha una forma sinusoidale. La sua natura di sismografo gli ha permesso di entrare in contatto con l'...

Lamezia Terme, 18 marzo 2011

Ci ritroviamo al Teatro Umberto, nel cuore della città. È il primo incontro di Capusutta, così l'abbiamo chiamato il nostro progetto di teatro con gli adolescenti di Lamezia, e il nome in dialetto lametino ("a testa in giù") me l'ha suggerito Dario Natale, regista di Scenari Visibili, traducendo alla lettera "arrevuoto" dal napoletano. Sono presenti 85 adolescenti, tra cui una decina di rom. A salutarli ci sono anche Tano Grasso e l'assessore alla cultura di Ravenna, Alberto Cassani, che ho convinto a seguirmi in questo primo incontro. I due augurano buon lavoro ai ragazzi e a noi, e poi si allontanano a ragionare di un possibile gemellaggio Lamezia-Ravenna. Guardo gli adolescenti davanti a me, seduti in platea, guardo il palco alle mie spalle, molto piccolo, sia come larghezza che come profondità. Non ho voglia di parlare... e poi la platea è stretta e lunga, io manco li vedo quelli che sono là in fondo. Non ho voglia di parlare, abbiamo già parlato abbastanza in precedenza, abbiamo già raccontato a questi ragazzi le nostre intenzioni in alcuni incontri fatti tra gennaio e febbraio...