Giulia Niccolai: una Maestra

17 Ottobre 2023

Parliamo oggi di qualcosa che è così evidente da essere stato forse nascosto proprio dalla sua evidenza. Parliamo di parole, del rapporto che i maestri possono avere con le parole, e che i discepoli possono avere con le parole. È un tratto dei maestri avere una postura verbale molto caratteristica e imparentata credo con quella dei poeti. Cioè, se dovessimo dare un nome alla puntata di oggi di questa trasmissione sui maestri, io la chiamerei “la via della poesia”. La comunanza che le parole dei maestri hanno con quelle dei poeti è proprio nella loro esemplarità, nella loro poeticità, che fan sì che quando le si riconosca questo effetto di riconoscimento dia una sorta di beatitudine simile a quella che si prova quando nei poeti – nelle poesie dei poeti – noi riconosciamo che hanno detto la parola giusta, cioè che solo con quella parola si poteva dire quella tal cosa.

È un riconoscimento importante – questa verità misteriosa della poesia.

Inoltre le parole dei maestri nella loro laconicità hanno anche un altro tratto caratteristico che li accomuna ai poeti, ed è quello di selezionare i loro ascoltatori, il loro pubblico in un modo che non c’entra niente, per esempio, con i quozienti intellettuali. La parola dei maestri, così come la parola dei poeti, è molto selettiva, ma in un senso che già le antiche parabole o storielle, per esempio le parabole di Gesù, sapevano molto bene quando appunto dicevano: “chi ha orecchie per intendere intenda”.

Parliamo di tutto questo con l’ospite di oggi, che è Giulia Niccolai, poeta e praticante e insegnante di Buddismo tibetano. Che ammiro da molti anni.

Giulia Niccolai alla Galleria L’Ocapoesia, Roma, 1979, foto di Andrea Mantovani, collezione Mara Cini.

 

Giulia fece parte del Gruppo 63, forse l’unica avanguardia letteraria in Italia dal dopoguerra in poi, fatta da coloro che mostrarono e portarono all’attenzione la consistenza del linguaggio, facendola uscire da un certo incanto che rendeva il linguaggio invisibile, misterioso, e ancora peggio strumento per qualcos’altro.

Dal Gruppo 63 Giulia Niccolai ha fatto molti libri di poesia, di cui vorrei ricordare soprattutto Harry’s Bar e altre poesie, uscito nel 1981 da Feltrinelli, e il libro dei frisbee, di cui Giulia ci spiegherà il significato. Queste ultime sono poesie “volanti”, poesie a perdere, e che a volte ritornano, insomma come i frisbee. Negli anni Settanta e Ottanta ha inventato e curato la rivista “Tam Tam”, con Adriano Spatola, Corrado Costa e altri poeti, finché un evento importante (che ci ricorda le leggi del contrappasso, e magari proprio quella Poetic Justice su cui Giulia aveva una volta scritto) ha fatto sì che dal 1986, in seguito a eventi privati (in cui rientrava anche la perdita della parola) lei sia diventata discepola di lama tibetani e abbia abbracciato la pratica religiosa e spirituale del Buddismo di ispirazione tibetana, al punto di divenirne insegnante in Italia.

(Interludio musicale)

Giulia, pensi di essere d’accordo con la mia definizione dell’importanza della parola dei maestri, che si accomuna (dicevo) con quella dei poeti?

Diciamo sono d’accordo, poi vorrei però sottolineare questo aspetto per quanto riguarda la parola dei maestri. Il Buddismo vede e analizza due verità: una verità relativa che è come le cose ci appaiono, e una verità ultima che è come le cose effettivamente sono. Allora i maestri che insegnano in Europa sono tutti degli esseri realizzati cioè liberi, usciti dal samsara, e persone le cui parole hanno questo peso, questo valore perché non sono mai in contraddizione con ciò che pensano e sentono. Non sono mai parole dirette ad ottenere successo o denaro o riconoscimenti, bensì soltanto ad aiutare gli altri a capire sé stessi e il mondo, e questa è la incredibile forza delle parole dei maestri.

Molto illuminante questa precisazione. Vorrei chiederti per chi ci ascolta di spiegare il significato di samsara, che io definirei come “condizionamento”, se non sbaglio è il condizionamento…

Sì, è la ruota delle rinascite incontrollate; non si può essere buddisti se non si crede nelle rinascite e la rinascita incontrollata è quando tu, in uno stato di bardo, cioè intermedio tra una morte e la rinascita, non sei in grado, la tua mente non è in grado di decidere dove, quando e come vuole rinascere. Sei in balìa del tuo karma, cioè delle tue azioni passate (positive/ negative) che ti proiettano verso una rinascita. Nell’altro modo invece decidi tu, poi sei in grado di decidere.

Questo che dici in effetti mi spinge a sottolineare l’importanza che gli eventi della vita hanno avuto poi nelle tue scelte e nel fare incontrare il tuo essere poeta con il tuo essere ora una persona religiosa.

In realtà quello che mi è capitato nel 1985, poco prima di incontrare il Buddismo, è stato un ictus celebrale che guarda caso mi ha tolto la parola.

Quella parola poetica che chi ti conosceva (e io ti conoscevo) ammirava molto anche nella maniera di offrirla nelle letture pubbliche; la cui dizione, per non dire la spettacolarizzazione, la tua, si può dire credo che la tua dizione, la tua,

non dico spettacolarizzazione, era pressoché unica in Italia.

Sì, può essere… solo che, molto probabilmente, almeno per quel che ho capito da allora, la facevo con una motivazione sbagliata, la facevo con un desiderio di riconoscimento e quindi grossomodo di successo. La parola era troppo importante per me in questo senso. Tant’è vero che poi per molti anni non ho più scritto perché, tra l’altro, non ne avevo il tempo, perché avevo determinati compiti all’interno del centro buddista. E poi, finché non ho capito questo mio errore, questa mia motivazione che nei miei confronti comunque era sbagliata, non ho più scritto. Avendo capito questo, ho poi potuto riprendere a scrivere, ma senza più aspettarmi niente dalla poesia, e questa è una bellissima liberazione (rivelazione?) per me.

Nel convegno autocelebrativo del Gruppo 63 che si è tenuto un anno fa a Bologna tu hai fatto un intervento molto diverso da quelli di tutti gli altri, sia come tenore che come tono, con un certo distacco, giustamente con questo senso (scusami se lo dico in giapponese come l’ho imparato dal Buddismo Zen) con il senso di mushotoku, cioè di “nessun merito, nessuno scopo”, nessun premio. La tua mi è sembrata senz’altro una voce piuttosto isolata nel coro dei tuoi ex sodali. Si può parlare in questo senso di Poetic Justice? E come la intendi?

La traduzione letterale è giustizia poetica, il significato è identico a quello della legge del contrappasso che a sua volta è identico alla legge di causa ed effetto del karma. Direi che, dato che il mio karma era inquinato, lo smettere e poi il ricominciare con un altro atteggiamento, certo è un discorso che ha a che fare con la Poetic Justice.

Si può parlare di conversione? Una parola occidentale che io conosco per esempio avendo letto sant’Agostino il quale fra l’altro, una sua formula, il suo carattere di sintesi, mi sembra che possa tradurre benissimo anche la migliore spiritualità buddista, quando dice: “Non chiedere nulla a Dio tranne Dio stesso”. Naturalmente “Dio” lo ritengo essere un’espressione metaforica per tante traduzioni possibili, tutte eccellenti, di qualcosa di molto più grande dell’ego a cui fa riferimento ogni vera conversione.

Giustissimo. Sì, allora in questo senso si può parlare di conversione. Non che io mi sia convertita dal Cattolicesimo al Buddismo, non la vedo in questo senso, perché mi pare che un cammino spirituale sia comunque la salita verso una vetta e che uno scelga una pista o un’altra è la stessa cosa.

Agostino faceva come mestiere il retore, lui non si è convertito da una religione a un’altra, ma dalla filosofia e dalla retorica alla religione, e di sé stesso diceva che si era accorto che il suo era un mestiere gonfio di vento, cioè fatto di parole gonfie di vento.

Perfetto, questo è perfetto anche perché il Buddismo vede che in ogni uno, in ogni corpo, ci sono i quattro elementi di aria terra acqua e fuoco e l’eccessiva aria è un’esaltazione di sé, che è esattamente quello che dice Sant’Agostino.

E d’altra parte quello che mi dà gioia è vedere e sapere che tu continui a scrivere, è come se fosse la realizzazione di un’affermazione che fece una volta il grande poeta ebreo Edmond Jabès, quando scrisse che bisogna aver fatto molte strade diverse per accorgersi, a un certo punto, che non si è mai lasciata la stessa strada.

Eh, bellissimo, è quello che dice Novalis quando dice: dove stiamo andando? Stiamo tutti sempre tornando a casa. Insomma mi pare che ci sia qualcosa di molto simile ed è sempre qualcosa che ha a che fare con l’arrivare a dei livelli di sé stesso più profondi e più genuini.

(Interludio musicale)

È appena uscito questo mio librino con 16 testi sull’Oriente che si chiama Orienti, pubblicato in Svizzera, e leggerò queste due brevissime poesie che riguardano un momento molto molto intenso che ho avuto in Giappone. È stato un momento di rivelazione e di pienezza e infatti tutte queste poesie, anche quelle che raccontano di episodi molto difficili, hanno comunque a che fare con questi momenti di rivelazione e di pienezza.

A Kyoto il tempio dei mille e uno ha nome Sanjūsangen-dō, che vuol dire 33, il salone che ospita le statue dei 1000 e un Bodhisattva è sorretto da 35 colonne, 33 sono gli spazi vuoti tra le colonne. Filosoficamente il fatto di dare il nome al tempio in base al numero degli spazi vuoti, dunque a ciò che non c’è, può essere interpretato come la garanzia più elegante e squisitamente Zen di non escludere mai niente e nessuno. Ecco, è stato quando io ho intuito il significato dell’aver dato il nome 33 che già di per sé è comunque un nome magico, ma essendo il grande vanto del tempio quello di avere delle statue a grandezza quasi naturale, sarebbero 1,60 m di 1000 e un Bodhisattva, inizialmente uno si chiede come mai ci sono 1000 e un Bodhisattva? Bodhisattva vuol dire santo, in pratica, saggio, figlio del Buddha, e colui che è già molto avanzato. Ci si chiede: come mai lo chiamano 33? E questa cosa è stata per me un momento bellissimo.

È un esempio, un insegnamento di estetica del vuoto, di una perfezione assoluta dello spazio. È la poesia che ha questa funzione insomma di dare un po’ la sveglia spesso…

Quando la poesia lo fa è un momento di incontro bellissimo, e può accadere per ognuno, assolutamente a tutti i livelli. Accade quando la poesia sta dicendo una verità per te, quando tu riconosci una tua verità nella poesia e dunque vedi che si tratta poi sempre di verità, come le parole dei maestri.

Che sono dette a tutti ma sono dette anche a ognuno…

Eh certo… Questa è una grandissima capacità che diventa quasi chiaroveggenza nell’indirizzare a ognuno specificatamente il suo discorso.

La cosa più curiosa, che sfugge soprattutto a causa del supermercato New Age che ha imposto all’attenzione certi libri piuttosto che altri, e che in generale sfugge nella nostra cultura, è quella che mi spiegò una “letterata” cinese (nel senso classico), è che anche le storie Zen che sono andate a ruba in Occidente vengono in realtà esse stesse dall’Occidente, perché i cinesi sanno capire benissimo le parabole Zen che sono contenute sia nell’antico che nel nuovo Testamento, sanno interpretarle e leggerle allo stesso modo, mentre per noi è come se avessimo dimenticato questo nostro patrimonio di storie, e lo importiamo dall’Oriente come qualcosa di esotico. Ma invece lo abbiamo anche nella storia della letteratura, giustamente.

Verissimo.

 

Giulia, è infatti questo che mi dà letizia nella riunione in te di tutte le tue biografie, di tutte le tue strade, anche grazie a questa che abbiamo chiamato conversione. E allora vorrei chiederti in questa puntata di Maestri (una trasmissione sulla “trasmissione”, potremmo dire, dato che i Maestri soprattutto trasmettono) di parlarci dei tuoi maestri. Hai avuto dei maestri Lama tibetani dall’86 ad oggi. Ma in un tuo libro recente che ho molto amato, Esoterico biliardo – poi magari ci spieghi anche il senso del titolo – edito da Archinto, tu parli non solo dei tuoi maestri orientali, ma anche dei tuoi maestri poeti occidentali che ora sai riconoscere forse nella loro interezza. Uno è Giorgio Manganelli, e un’altra è Gertrude Stein, anche se non l’hai conosciuta. Poi naturalmente parli di Luciano Anceschi, docente di estetica e padrino del Gruppo 63, che è stato anche il mio maestro all’università, e di Adriano Spatola e di altri poeti.

Per esempio il brevissimo capitolo che riguarda Anceschi e sua moglie è basato su due coincidenze che sono capitate. Io non avevo mai sognato Anceschi e lo sogno una notte dove lui è in una cucina con la luce che veniva dall’alto perché c’erano dei lucernari. Era tutto praticamente vestito di bianco infarinato, stava impastando una grande massa di pasta per il pane.

Sorrido perché è una visione talmente inconsueta, forse rivelatrice di questo grande professore di estetica a Bologna, che poi era stato padrino della poesia sperimentale italiana, vederlo un po’ come un pizzaiolo con le mani in pasta, le mani in pasta nella poesia.

Esatto, poi c’è anche l’espressione buono come il pane, di una persona buona. Io lo sogno così e mi avvicino a lui da dietro e vedo che l’impasto è perfetto, è liscio, non ha grumi, insomma è malleabile, è perfetto. La mattina dopo io chiamo gli Anceschi per raccontare questo sogno e va tutto bene e però il giorno dopo Anceschi muore. Ecco, il fatto di averlo sognato in questa maniera estremamente positiva, io al momento non ho capito che quel bianco poteva significare il lutto come lo significa in Oriente. In una poesia l’avevo definito il “bianco del circo” e poi assomigliava significativamente al mugnaio di Marzu Moriz, che io non avevo letto come un presentimento della sua morte e comunque il fatto che sia avvenuta questa cosa a me è parsa molto bella e mi ha dato anche un segno di quella che era stata la mia vicinanza a loro.

 

(Interludio musicale)

Giulia Niccolai al Teatro Rasi, Ravenna 2019. Foto di Ferdinando Scianna
Giulia Niccolai al Teatro Rasi, Ravenna 2019. Foto di Ferdinando Scianna.

 

Hai parlato di sogni, di coincidenze. Una cosa assolutamente necessaria da dire sulla tua ispirazione costante, sul tuo costante orientamento, è la tua predilezione e attenzione per tutto ciò che noi chiamiamo “coincidenze”. Tu l’hai anche scritto, ciò che Jung chiamava col fisico Pauli sincronicità, e abbiamo parlato spesso di quella congiunzione degli opposti su cui Jung pure ha scritto molto e a cui tu sei particolarmente sensibile e ricettiva, come se avessi il potere magico di far capitare le cose. In realtà è soltanto un’arte dell’attenzione, un’arte del risveglio di fronte a ciò che accade, o appare.

Esatto. È proprio questo. Queste coincidenze sono come due punti lontani che si incontrano e tu ne sei testimone, e quando ne sei testimone provi un senso di meraviglia e stupore così intensi da essere anche esperienze di grandissima felicità. Questo è cominciato a capitarmi verso la fine degli anni Settanta, ed è stato – è la base, digitalmente la base – di quello che poi è stato un mio cammino spirituale. Mi ha fatto cioè intuire che c’erano uno spazio o un tempo diversi da quelli che io avevo vissuto fino ad allora. È come se mi fossi ritrovata matura per iniziare un cammino spirituale, cercare di capire qualcosa di più di quest’altro spazio-tempo.

 

Abbiamo evocato con Giulia Niccolai il vuoto, una di quelle parole con cui si identifica di solito senza approfondirlo, l’Oriente, la spiritualità, la cultura orientale, la filosofia orientale e la religione orientale. Lo abbiamo indicato nella poesia del tempio dei 33 dove 33 sono gli spazi vuoti prodotti delle colonne. Mi viene in mente, Giulia, che le poesie che scrivi da anni come Frisbees (poesie da lanciare), quasi dei moderni epigrammi, tu le hai definite una volta, scherzosamente (visto che siamo nella civiltà dell’usa e getta e del mordi e fuggi), dei “vuoti a perdere”. Il vuoto è anche quell’esito (forse utopico, forse no) di qualsiasi rigorosa spiritualità in senso buddista che ci dovrebbe guidare a vedere e sentire quello spazio vuoto tra un pensiero e l’altro. Questa è una formula molto alta. Proviamo a pensare allo spazio che c’è tra un pensiero e l’altro, è quasi impossibile, eppure può essere un programma. Volevo quindi chiedere a te la tua esperienza del vuoto e della vacuità, sia nella poesia che nel tuo essere discepola e insegnante di Buddismo tibetano con i Lama.

In realtà io guido delle meditazioni di gruppo, e naturalmente mi capita di parlare di Dharma – cioè degli insegnamenti – ma non sono una vera insegnante. Guido delle meditazioni. Ora, questo concetto di vacuità non può essere compreso razionalmente, deve essere un’intuizione o un’esperienza per ognuno. Io credo che nelle coincidenze, come per esempio quel sogno su Anceschi avvenuto due giorni prima della sua morte, ci sia qualcosa che ha a che fare con la vacuità. Il termine, la frase classica che spiega il concetto di vacuità è la non esistenza inerente dei fenomeni, cioè i fenomeni non esistono dalla loro parte a livello solido, esistono per interdipendenza con altri fenomeni, ma più di così non è che uno riesca a spiegarlo. Lo si può provare in certi momenti, quando possono capitare questi fenomeni o queste esperienze che danno questo senso di meraviglia e di stupore.

 

Mi dai voglia di farti leggere una nuova poesia da questa tua ultima raccolta. Per esempio l’omaggio a Mumon

Ah, sì… maestro di un millennio fa, ma qui direi che si ha più a che fare col tempo, ma anche il tempo c’entra moltissimo.

 

Il tempo c’entra con la vacuità, l’assenza di tempo, la sua relatività…

Moltissimo. Noi diciamo per esempio che l’eternità è assenza di tempo, ma naturalmente in questo mondo, essendo noi nella materia, non conosciamo questa assenza di tempo, mentre in meditazione si possono avere dei minimi, brevissimi spiragli in quella direzione. Dove allora si ha la percezione che il tempo sia uno solo, che passato, presente, futuro possono essere in certi istanti vissuti contemporaneamente. Questo è un altro aspetto incredibile, anche perché io solo dopo aver incontrato il Buddismo mi sono resa conto che per me il tempo era una tremenda ossessione, e prima non ne ero nemmeno consapevole, perché lo era talmente tanto che non riuscivo a vedere, c’ero dentro, e l’ho capito dopo. Allora: “Sulla parete di fronte al mio sedile di meditazione, la figura stilizzata del Buddha nell’illuminazione, per anni rimase là, distante, estraneo e sorridente e io qua in una mia palude densa, inconcludente. Finché una mattina quel corpo non mi si rivelò quale geometria: due coni sovrapposti in simmetria come due ampolle di una clessidra risplendente. Mentalmente percepii il vellutato fluire della sabbia, ne sentii il filo di freschezza sulla mano ed ebbi la certezza che quella analogia mi avesse dischiuso lo spiraglio sull’eternità.

Poi qui c’è la chiosa che viene dopo. Sette anni dopo l’intuizione della clessidra lessi questa poesia del monaco giapponese Mumon nel suo libro La porta senza porta “La rivelazione di un istante vede il tempo senza fine, il tempo senza fine è come un solo attimo”. Quando uno comprende l’attimo senza fine, realizza la persona che lo sta vedendo. Ecco, questo è proprio legato all’uscire da questa ossessione del tempo e non a caso, per quanto riguarda l’interdipendenza, la sabbia nella clessidra è sempre la stessa che gira da un’ampolla all’altra.

(Interludio musicale)

È una conversazione sulle vie maestre con la poetessa Giulia Niccolai e abbiamo già mostrato come la poesia e la parola dei maestri siano in grado di spiegare anche la scienza. Le poesie hanno illustrato delle problematiche scientifiche estremamente complesse. Ti riporto sulla poesia cioè la poesia di un tuo vecchio amico, tuo vecchio sodale Corrado Costa quando scrive sull’uomo invisibile. Nei cinema dell’uomo invisibile, nei film dell’uomo invisibile non si vede mai, dice che né noi né loro, né il pubblico riusciamo mai a sapere se c’è nel film come visibile, nessuno ha mai visto l’uomo invisibile, l’uomo invisibile non si vede mai e così via e così via. Questa lunga poesia sull’uomo invisibile, e allora Corrado Costa, avvocato e poeta, che era una persona che faceva una vita dall’esterno molto poco connotata religiosamente, è stato da tanti indicato come un poeta Zen. Ecco io vorrei che tu parlassi di questa componente anche magari inavvertita di spiritualità in persone che non si sarebbero mai dichiarate tali, appunto come Corrado Costa, ma anche come il tuo amico amato maestro, insomma Giorgio Manganelli, di cui sono usciti da pochi mesi alcuni scritti inediti, come quella raccolta sugli UFO e altri oggetti non identificati, che sono assolutamente straordinari.

Sì, diciamo pure che in quegli anni, parlo degli anni Sessanta e Settanta, nessuno di noi è a sapere di essere in qualche modo legato a una forma religiosa, anzi eravamo tutti profondamente passivi, laici. Corrado comunque (e questo lo so con certezza) aveva già letto sia in francese che in italiano tutti i libri Zen che erano disponibili e senz’altro l’eleganza della sua poesia risente moltissimo, ma non a livello proprio mimetico o copiato, ma è come se sia stato un terreno fertile che gli ha fatto poi scrivere delle poesie straordinarie.

 

Certo, e hanno a che fare con la vacuità.

Hanno a che fare con la vacuità, sicuramente. Per esempio questa Come se non lo sapessero, non so se la ricordi.

 

Certo, la vuoi leggere?

Sì volentieri: “Per parlare per esempio di foglie cominciano a non parlare di foglie, parlano per esempio di colori per parlare per esempio di colori cominciano a non parlare parlano per esempio di nascosto non si fanno nomi, per parlare per esempio di altre cose non parlano per esempio di altre cose parlano per esempio di niente”.

 

Bellissima… Gary Snyder che era un poeta della beat generation ed uno degli ultimi rimasti vivi e sani, cioè appunto non soltanto vivi, perché non c’è niente di male nello scomparire, ma sani in effetti, perché ha per lunghi anni vissuto in un monastero Zen in Giappone, in un suo scritto confessava che il suo portarsi dietro comunque il notebook su cui scriveva ogni tanto qualche poesia destava la meraviglia dei suoi compagni di meditazione o degli altri monaci. Quindi ancora metto il dito su questa presente piaga di conciliare la poesia e lo scrivere, questo impulso di lasciare traccia, di rendere testimonianza, del giocare, e la meditazione. Tu che ne pensi?

Guarda, ci sono altri, per esempio Leonard Cohen, che è un grandissimo musicista e che ha scritto anche lui parole Zen oppure anche Filippo Helen era diventato Zen. Come mai fossero sorpresi questi altri monaci del fatto che Gary tenesse un taccuino non lo sapevo e non so spiegarmelo. Forse si divertivano a prenderlo in giro. Non lo so, può darsi. Non so nemmeno se gli altri fossero tutti giapponesi e lui fosse un americano, dato che mi pare che fosse in un monastero in Giappone.

E su Giorgio Manganelli?

Giorgio Manganelli è stato un vero maestro, tanto è vero che anche in Esoterico biliardo io dico che non so mai e non sapevo mai se lo consideravo uno zio, un maestro o anche l’ho paragonato a Poirot di Agatha Christie. Proprio lui che ha scritto della letteratura come menzogna mi ha insegnato veramente a cercare di raggiungere nella scrittura, con la scrittura, una parte più sincera di me stessa, di togliere molta roba. E con lui anche sono capitate sempre moltissime coincidenze, come se ci fosse uno spazio al di sopra della nostra presenza materiale fisica dove la sua ricerca, che era altissima… e poi lui aveva una cultura, una capacità di scrivere che io non mi sogno totalmente d’avere… La sua ricerca in qualche modo aveva a che fare anche con qualcosa che stavo cercando io, che forse è sempre sé stessi. In quello spazio lì succedevano delle grandi coincidenze e delle cose molto molto divertenti.

(Interludio musicale)

Sono tanti i nomi da ricordare di amici poeti ed io ti vorrei far ricordare invece una poetessa che non hai conosciuto ma che ti ha molto insegnato, che è Gertrude Stein. In un capitolo tu concludi riportando un piccolo testo che è scritto in inglese nell’83 che se hai voglia di dirci, di spiegarci, perché è molto importante credo per comprendere la tua riconoscenza verso ciò che ti ha insegnato Gertrude Stein. 

Allora lo traduco; in inglese è: “Scrivendo i frisbees, I don’t think people necessary like what I say because they see my mind words, thank you Gertrude”. Ecco, questo diventa proprio la chiosa di quello che stavamo dicendo prima. “Scrivendo i frisbees non credo necessariamente che alla gente piaccia quello che dico, perché possono vedere come funziona la mia mente, grazie a Gertrude”.

Il frisbee è questo oggetto che si lancia e io ho cominciato a scriverne quando facevo molte letture in pubblico e siccome dal pubblico non si riceve nessuna reazione è come leggere poesie in un pozzo senza fondo, per questo le ho fatte volutamente molto ironiche e comiche, nella speranza di avere almeno una risata che mi tornasse e perciò sentire un rapporto col pubblico.

Producendo questi frisbees hai sentito anche una solitudine del non ritorno, ma hai continuato a scrivere. Senti, ho evocato prima Agostino perché ha molto a che fare quella scrittura con la religione. Ed è lui che ha dimostrato che la confessione è un qualcosa di molto più importante di quello che si intende, cioè è appunto quel mostrare sé stessi, la propria anima, la propria mente a chi non ha bisogno di saperlo perché lo sa già. Lui si confessa a Dio che sa già tutto, però si confessa scrupolosamente e lui insegna che la confessione è tale solo in presenza di una conversione, ma non finisce mai, cioè non si finisce mai di confessarsi ovvero non si finisce mai di scrivere.

Perfetto. Non si finisce mai di confessarsi perché man mano che si raggiungono dei livelli più profondi di sé stessi quello che si era detto prima non è più vero, perché è vero in un altro modo. Nei frisbees a me interessava anche mostrare il mio lato quasi demenziale, perché fa talmente parte della vita questa presenza o infantile o distratta di sé stessi, che era questo che io volevo avere il coraggio di dimostrare e credo di averlo fatto. E questa è stata la qualità dei frisbees dopo.

Giulia, ti ringrazio molto delle tue parole, delle tue letture, della testimonianza e quindi non finirai mai di scrivere.

Questa intervista è tratta da Riga 45. Giulia Niccolai, Quodlibet, 2023

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