Speciale
Abitati dai luoghi
Quando rifletto sul termine Ecomemoria, da oikos nel senso di abitato, memoria di luogo dunque, faccio riferimento anche più in generale all’oikos in senso ecologico dei territori, ma soprattutto, va detto, la formula stessa non può essere univoca. C’è la percezione drammatica di una frattura degli equilibri ecologici progressivamente infranti, spesso al sud, da frane, l’ultima in Sicilia a Niscemi, ma c’è anche una memoria dolente dei luoghi spesso violati, in particolare nel corso del ‘900, dal cosiddetto sviluppo industriale che ha snaturato città e pianure e svuotato, specie la montagna, di abitanti, deterritorializzandola e rendendola priva di ogni manutenzione con gravi rischi idrogeologici, come è sotto gli occhi di tutti. Dove l’Ecomemoria è assimilabile comunque – ricorro allo Zanzotto di Luoghi e paesaggi Bompiani 2013 – a un “miraggio ecologico” proiettato verso ciò che definisce paradossalmente un futuro anteriore.
Mi concentro sullo sviluppo industriale che ha plasmato le città fabbriche in cui ho vissuto: quella delle origini, virtuosa, l’Ivrea di Olivetti, e quella in cui ho abitato più anni e abito tuttora, Torino, molto meno virtuosa, dove la Fiat in particolare ha piegato la città nel corso del tempo (salvo il centro storico) ai suoi bisogni, nelle stesse forme dell’abitato, nella dilatazione delle periferie e del conglomerato urbano. E poi, con i vuoti industriali aperti negli anni ‘90 nel vivo del tessuto cittadino, ha prodotto a sua volta aree deterritorializzate (per usare la terminologia dei Territorialisti) e in seguito ha trasformato le fabbriche (parte ormai della memoria del luogo) in centri commerciali: in non luoghi al più. Emblematico è il caso della fabbrica Fiat del Lingotto, ora mega centro commerciale ristrutturato (si pensi alla celebre Goccia e all’Auditorium) da archistar come Renzo Piano, nel corso di quasi un ventennio, senza che vi sia nemmeno una menzione di ciò che era stata nel passato (a proposito di Ecomemoria).
Un senso di spaesamento di cui parla Amitav Ghosh e che Vito Teti (nel recentissimo I sentimenti dei luoghi, Fallone Editore, scritto con Carla Saracino) riconduce all’angoscia della perdita del centro qual era per gli individui delle società tradizionali descritti da Ernesto de Martino. Non siamo noi – continua – ad allontanarci dal nostro luogo, è come se il luogo si allontanasse da noi trasformandosi, diventando un altro, familiare eppure diverso: in una parola, perturbante.
Rivolgo così lo sguardo ai paesaggi divenuti fragili spesso in seguito all’industrializzazione sgovernata che ha reso l’Italia un Paese stretto fra troppo pieni (le città e le coste) e i troppo vuoti (le aree interne o ai margini). Perché è stata la fine di questo ciclo di grande industria che mi ha portato a guardare al di là dei suoi confini, a cercare un futuro tra i luoghi in rovina (che secondo l’antropologo Marc Augé sono però racconti ancora in piedi) oltre le macerie del ‘900 (che sono invece mute e non ci parlano più). Ho prestato la mia attenzione, ho diretto la mia ricerca verso paesaggi fragili, spesso abbandonati ma ricchi di memoria da far rivivere (il caso Paraloup, la prima banda partigiana di Duccio Galimberti, ma anche ricca dell’antica cultura della montagna). Non solo, ho visitato i paesi in abbandono specie in Calabria con l’Università e gli amici antropologi ad Africo vecchio e a Pentedattilo (dove il monte soprastante ha la forma di cinque dita). Perché il sentimento dei luoghi abbandonati è anche questo: un vigoroso manuale di rammemorazione – afferma la stessa Saracino – che spesso non si annuncia, più frequentemente ci coglie impreparati, inavvisati.
Il senso dei luoghi va ricercato dunque nelle loro Ecomemorie e intorno ad esse si possono ricostruire delle comunità o neocomunità (non necessariamente di tipo identitario) ma attente a riappropriarsi (e qui arriviamo al secondo concetto) della Coscienza di luogo evocata da Alberto Magnaghi e Giacomo Beccattini (Firenze University Press 2017). È il luogo ad educare la comunità che lo abita: il luogo inteso come giacimenti patrimoniali, di saperi e di risorse ambientali. Se il luogo è una molla gravida di saperi, sapienze, identità, culture, accumulate nei tempi lunghi della storia, allora la capacità di riappropriazione della conoscenza dei poteri nascosti di questa molla da parte degli abitanti, corresponsabili dell’autogoverno, viene definita Coscienza di luogo tanto più nell’epoca in cui la globalizzazione ci ha espropriati di ogni capacità di governo della nostra vita e trasformati in consumatori di merci.
Così da far della memoria di luogo, nelle sue svariate forme, o Ecomemoria, allora non un semplice ricorso alla tradizione ma un percorso di risignificazione del passato: per meglio dire un’articolazione della stessa Coscienza di luogo. E la Comunità non va più immaginata più entro i parametri statici dell’ordine tradizionale, ma, al contrario, nel disordine territoriale che si è data (penso all’antropologo Pietro Clemente). Insomma è nella crisi del fordismo, faccio riferimento ancora a Magnaghi, che va ricercato il ritorno della Coscienza di luogo. E io da questo punto di vista sono un soggetto che ha sperimentato in prima persona questo processo.

Coscienza di luogo dunque, dove il luogo non è sinonimo del semplice abitare o del solo lavorare ma è qualcosa di più. È un abitare consapevole che ha a che fare, con la memoria stessa dei territori ed è volta a scardinare i parametri tradizionali con cui li si è ingabbiati nel corso della storia. Così che è urgente oggi riformulare le parole con cui si sono raccontati i territori attraverso quelle geografie negative che non fanno i conti con la deep memory dei territori ma li distinguono in spazi buoni – le pianure euclidee – e spazi cattivi, le montagne o le aree di confine, quelle di frontiera. E dove le montagne o i fiumi sono pure linee divisorie, confini, frontiere, riconducibili al lessico bellico degli Stati nazionali (i limiti da limes, le frontiere da frons: scontro frontale). Ci vuole un nuovo lessico che rinomini i territori convertendoli in positivo. Penso in particolare a un termine come Fragilità. Perché è un monito a farci sentire in qualche misura responsabili di una difficile sopravvivenza, minacciata da rischi ecologici e climatici: al punto da rovesciare la Fragilità in Valore. E come la fragilità anche l’idea di Limite (che certo ha a che vedere con la dimensione fragile) si può tradurre, nel pensiero della sostenibilità, in positivo. Contrapposto com’è, il Limite, al modello degenerativo e speculare dell’Illimitatezza (il dogma della crescita infinita...). Limite allora, al contrario, va interpretato piuttosto come soglia: limen.
Soglia, fragilità: ho trovato nelle parole della una poetessa pugliese Carla Saracino (nel sopracitato libro dal titolo I sentimenti dei luoghi con Vito Teti) l’espressione più efficace del fragile: di ciò che è trascorso ma diviene proprio per questo valore:
“perché è da quel che è ferito, dismesso, lacerato: dalla sproporzione tra quanto è sopravvissuto e quanto è stato lasciato, può prendere possesso un’idea di rinnovamento.”
E poi:
“È necessario sostare nei luoghi svuotati dalla vita per risentire di essa la parte più greve e parallelamente più lieve, come il suono di una fisarmonica che sventoli al buio delle sale, ai piani alti. Si chiama fedeltà ed è nell’essere, nell’essere stati, nell’essere incondizionatamente”.
Un sentimento dei luoghi, come dice lei, o una Coscienza di luogo, in senso più tecnico, legati anche al mare, al vento, al sole accecante, o alle forme del paesaggio (penso Pentedattilo) attenta a quel dato ambientale che al Sud, nelle sue parole risuona ed è vita, luce, ombra…
“In questo senso, pensarci soli, al mare, smarriti tra litoranee non abitate e deserte, al colmo dell’inverno, è stare da soli con la poesia. Significa guardare alla propria pelle e al proprio corpo come ad un’oggettiva pace tra i sensi”.
Coscienza dei luoghi ed Ecomemoria ancora una volta difformi (espresse in soggettiva) tanto più se confrontate, a differenza del litorale salentino della Saracino con l’Alto Veneto feltrino di Zanzotto descritto così (sempre da Luoghi e paesaggi):
“Su quelle montagne si spalanca per me come un ‘ombra fredda un baratro-nord, che si mescola all’azzurro più limpido delle nevi… In Fosfemi, quasi in ogni testo, in ogni verso… perdura una qualche traccia del mio vagabondare qua e là per crinali, valli, gole fino all’incrudelirsi delle vette… Sono ghiacci, geli, nebbie”.
Qui il paesaggio è luogo di sfida, elemento di una violenza priva di ogni calore accecante come nei versi della Saracino: “un’ascesa che a un certo punto diventa puramente metaforica, mentale, onirica e matematica insieme”.
Due poeti, certo diversi, fatti però anche dei loro luoghi: di una Coscienza di questi che si confonde col proprio sé.
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