Cento di questi Avedon

15 Maggio 2023

È il centenario della nascita. Abbiamo visto la grande mostra a Palazzo Reale di Milano, Relationships, che ora è alla Galleria d’Arte Moderna di Palermo fino al 30 luglio. Ricordo quella del 1995, nella meravigliosa sala delle Cariatidi, che fu una rivelazione per me.

Ebbene, quale volete, degli Avedon? Quello di Dovima tra gli elefanti o quello dell’apicultore ricoperto di api? Geniale in entrambi i casi, ma soprattutto libero di aver saputo fare entrambi (e non sono solo due, si potrebbe parlare di diversi altri), Avedon ha rappresentato perfettamente il cuore insieme glamour e tormentato della seconda parte del secolo scorso. C’è qualcosa di thanatos nel gesto teatrale di Dovima e nel contrasto sublime con gli elefanti, c’è qualcosa di epico nell’apicultore immobile con le piccole api che mai lo pungeranno.

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Nadja Auermann, Cindy Crawford, Stephanie Seymour, Claudia Schiffer, Christy Turlington, Maximo Morrone, Vladimir McCrary, Eric Etebari, Marcus Schenkenberg, Versace, FW 1994.

Avedon era lui stesso così, da quel che ho colto da una testimonianza a porte chiuse di Benedetta Barzini ai miei studenti: estremo nella vita pop, sesso-droga-rock’n’roll-mondanità, ma sempre acuto e concentrato nel lavoro, vorrei dire nello scatto, come se in quel momento condensasse tutto sé stesso, i suoi diversi volti, per cogliere la profondità di ciò che aveva di fronte. È incredibile, no?, saper mettere tutto, diventare uno, in quell’istante. È celebrato per aver introdotto il movimento in una fotografia, quella di moda, che lo evitava perché non restituisce il dettaglio dell’abito. Naturalmente ci sono dei precedenti, citiamo per l’ennesima volta Martin Munkácsi, ma in Avedon è il segno della joie de vivre e al tempo stesso, appunto, dell’irrequietezza, del non voler star fermo, del cercare la propria posizione, la propria immagine. Del resto ad essa si contrappone – ma come dialettica – l’immobilità della maggior parte dei ritratti, o, meglio, un movimento sospeso, appena suggerito, volendo evitare di essere troppo esplicito, cercando un equilibrio che però mantenga tutte le possibilità. Citerò qualche esempio più avanti.

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Truman Capote, writer, New York, October 10, 1955.

In un’altra circostanza Isabella Rossellini raccontava ad altri studenti di una seduta di posa con lui. Descriveva come scattava a mitraglia, apparentemente dunque affidando al caso di catturare tra le decine, centinaia di scatti quello che sarebbe andato bene per l’occasione, finché a un certo punto, intanto lei si era abbandonata ai propri pensieri, visto che lui non le chiedeva niente su come mettersi o cosa fare, si sente dire: “Ecco, pensa di nuovo la cosa che hai pensato un momento fa”!

Mi è fortemente rimasto impresso questo racconto. È stata chiamata “somiglianza interiore”, saper cogliere nell’espressione di un volto non solo un sentimento, uno stato d’animo – sono famosissimi i suoi ritratti di tante donne e uomini famosi: la tristezza nel fondo di Marilyn, ma anche di Lennon e tanti altri –, ma il “pensiero”. Significa che anche il fotografo sta pensando, non solo guardando; significa che trova in quell’espressione il fondo dei suoi diversi volti, che confluiscono in quello.

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John Lennon, musician, The Beatles, London, England, August 11, 1967.

Voglio dire, come sopra, si guardino anche le “fotografie di moda” – che più spesso si isolano quasi fosse un lavoro, un’attività professionale dove si mette da parte sé stessi – con questo travaso nell’uno di ciò che c’è nell’altro ambito: si guardino in faccia queste modelle, la stessa Barzini, e si coglierà il loro pensiero, il loro pensiero colto al volo da Avedon. O, se mi si permette l’azzardo, si guardino in faccia queste immagini, se così si può dire, per esempio l’indimenticabile Audrey Hepburn trasformata in una invasione extraterrestre, e si coglierà il “pensiero della moda”, non nel senso metalinguistico, sulla moda, ma proprio, di nuovo, Avedon che coglie ciò che la moda pensa.

Questo non solo nelle espressioni del volto, ma anche nei gesti, dicevamo. Quello di Dovima è teatrale, la moda deve esserlo, è un mondo teatralizzato, ma chi dimentica più quello di Alberto Giacometti, con il braccio destro ripiegato dietro? E che cos’ha nella mano sinistra? Un fazzoletto? Una mano mostra e l’altra nasconde. O quello di Samuel Beckett con le mani nelle tasche della giacca, che piega la testa in avanti? È un altro teatro – il riferimento a Beckett cade a pennello.

E l’incredibile uso dello sfondo bianco? Se ne è scritto tanto, proprio perché pare di una semplicità quasi rinunciataria, per non inserire elementi di disturbo e isolare il soggetto, ma ha degli effetti strabilianti. Come il readymade duchampiano, non si può non ricordarlo anche se può apparire ormai scontato. Si guardino allora i ritratti della “famiglia” – The family, 1976 – come dei readymade e tutto apparirà diverso: Reagan scolabottiglie, per non dire orinatoio! Scherzo a parte, è la necessità di “oggettualizzare” per cogliere l’intimo pensiero, Calvino e Barthes insegnano. Il ritratto di Marcel Duchamp è incredibile! Quello con le mani che sembrano tenere la testa staccata dal corpo, e con le dita divaricate intorno agli occhi che guardano altrove, per non far cogliere il pensiero, mi verrebbe da dire, non nel volto ma demandandolo tutto nel gesto che acquista un risvolto addirittura esoterico.

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Malcolm X, Black Nationalist leader, New York, March 27, 1963.

E i ritratti di gruppo? Meravigliosi. Soprattutto se li si è visti in grandi dimensioni: il fondo bianco lì è miracoloso, isola e raccoglie al tempo stesso, decontestualizza e tiene insieme; me li fa sentire presenti come iperrealisticamente, ma distaccati, intoccabili.

E ancora, l’autoritratto più famoso: uomo ormai maturo – è del 1980, ha 57 anni –, ha uno sguardo serissimo, concentratissimo, alza i due gomiti che restano sfocati – il movimento –, e sembra quasi un gesto di sfottò, ma in realtà, credo, simula di portare agli occhi una macchina fotografica invisibile. Più esplicito di così si muore, come si suol dire: non dipende dalla macchina!

Avedon è morto nel 2004 per complicazioni seguite a un’emorragia cerebrale.

In copertina, Richard Avedon, self-portrait, Provo, Utah, August 20, 1980.

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