L’Italia è un desiderio. Una mostra a Roma

20 Agosto 2023

“Questo paesaggio, qui davanti, bagnato dalla luce, amichevole, reale: non determina ciò che penso? Se i nostri pensieri avvenissero al buio, nel buio permanente di un mondo informe, certo sarebbero informi anche loro; ma poiché avvengono invece in seno a paesaggi formati sembra naturale che abbiano una forma.” Così scrive Luigi Meneghello in un appunto della sua raccolta Le Carte. E, con lui, potremmo chiederci a nostra volta: che relazione esiste tra i pensieri e i luoghi in cui vengono pensati? 

Il luogo fa i pensieri, certo, ma esiste anche un movimento in direzione contraria: lo sguardo crea il paesaggio. Succede, ad esempio, quando riversiamo nell’atto di fotografare i nostri paesaggi interiori; attraverso i pieni e i vuoti nell’inquadratura, il trattamento delle cromie e la qualità della luce, l’immagine richiama il mondo percepito e quello inconscio del suo creatore. 

Chi guarda e la cosa guardata: due specchi uno di fronte all’altro, tra i quali si crea un flusso – andata e ritorno – di continua, reciproca ridefinizione. In questo senso, la mostra L’Italia è un desiderio. Fotografie, Paesaggi e Visioni (1842-2022), aperta fino al 3 settembre presso Le Scuderie del Quirinale a Roma, potrebbe compiere un’operazione interessante, perché disponendo in ordine cronologico (dagli anni Quaranta dell’Ottocento fino a oggi) oltre seicento immagini e altrettante spesso discordanti rappresentazioni del paesaggio italiano, mette a disposizione del pubblico tre declinazioni del mutamento: la modificazione oggettiva dell’ambiente; l’evoluzione del modo di guardare l’Italia e infine una riflessione su quanto il cambiamento del paesaggio – spesso la sua degradazione – abbia incrinato gli stessi pilastri portanti dell’identità individuale e collettiva.

La selezione delle opere in mostra, va subito detto, è di qualità sempre alta, grazie ai prestiti provenienti da due importanti istituzioni italiane dedicate alla fotografia, la Fondazione Alinari di Firenze e il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo. Vi si ritrovano molti dei migliori fotografi italiani e una varietà di poetiche, materiali e formati di grande interesse: dai dagherrotipi, alle diapositive, lastre, autocromie, dalle stampe vintage ai negativi originali, fino alle stampe a colori in grande formato e ai nuovi strumenti digitali. 

La domanda che accompagna il visitatore attraverso le diverse sezioni – che cos’è l’Italia? Cos’è veramente? – delinea subito d’altro canto le ambizioni e la portata culturale della mostra. E tuttavia, a fronte di queste premesse, non si può fare a meno di notare la mancanza di una esplicita indicazione curatoriale, di una presa di rischio all’interno del decisivo dibattito, al tempo stesso culturale e politico, sulle forme e le implicazioni delle mutazioni italiane. Ciò che sembra prevalere è invece, nonostante i cauti accenni nei testi di sala, la volontà di aprire al grande pubblico una parte del ricco patrimonio fotografico delle collezioni. La visita alla mostra risulta così un’esperienza, piacevole ma anestetizzante, che sa di occasione persa, come dimostra del resto anche il massiccio catalogo Electa, concepito sostanzialmente come un album di immagini in cui i brevi e modesti saggi che lo accompagnano appaiono insufficienti a rendere conto della ricchezza e della diversità dei materiali esposti.

Il solo elemento “dialettico” – la proposta di “scintille”, ovvero l’accostamento di opere lontane tra loro per epoca e registro, ma tematicamente assimilabili – non riesce a stimolare davvero una nuova lettura del panorama italiano. Un peccato, appunto, perché la varietà di punti di vista presenti in mostra di per sé contrasterebbe una rappresentazione stereotipata del Bel Paese “open to meraviglia” che copre solo “lo 0,5% della superficie terrestre ma può vantare il maggior numero di siti inclusi nella lista dei patrimoni dell’umanità”, come recita l’omonima campagna promozionale. 

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Vista dell’allestimento, foto © Alberto Novelli.

Che cos’è l’Italia? Cos’è veramente

Per costruire la sua personale risposta, lo spettatore incontra in apertura le grandi panoramiche di Roma e Firenze di Michele Petagna e di Leopoldo Alinari. Sono immagini straordinarie di luoghi perduti, in cui la spontanea caccia alle differenze tra passato e presente – la forma dei quartieri, l’altezza dei palazzi, il verde che c’era e non c’è più – porta dentro il tema del cambiamento: sentiamo che il paesaggio ci riguarda, che come noi è in divenire, che le sue ferite commuovono. 

La prima parte della mostra è tutta dedicata a immagini (provenienti dagli Archivi Alinari) di fotografi dell’Ottocento e del primo Novecento. Autori come Girault de Prangey, Calvert Richard Jones, Frédéric Flachéron, Giorgio Sommer, Giacomo Caneva e Wilhelm von Gloeden, che con foto di paesaggi idealizzati dalla sensualità struggente, coste assolate e corpi nudi in pose classicheggianti contribuirono a costruire il mito di un’Italia arcadica, locus amoenus di chiostri e castelli, rovine e colline di filari, luogo di vita autentica a contatto con la natura. Una visione estetizzante fiorita attorno al fenomeno del Grand Tour e forse mai del tutto svanita. Nella stessa sezione, le belle fotografie di Vittorio Alinari sono forse l’espressione più compiuta di uno sguardo (e di un mestiere) sospeso tra documentazione e pittoricismo. Un’immagine, in particolare. Due monumentali totem rocciosi, feriti, presi a morsi dal vento, resistono di fronte al mare e inglobano la Storia negli strati della loro geologia. Tra i faraglioni un uomo punta un fucile al cielo, sfida alla sproporzione, mira, tende la spalla, e spara. Sembra di sentire il colpo bucare l’immobilità del paesaggio. Dura e vera, questa foto appare l’emblema della tesa convivenza tra natura e cultura, tra l’Italia e l’essere italiani.

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“Isola di S. Pietro – Sardegna. Rocce Trachitiche”, Isola di San Pietro, 26 maggio-12 giugno 1913, stampa moderna ai Sali d’argento su carta, Firenze, Archivi Alinari.

Si prosegue con i lavori di impronta realista tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta del Novecento. Ancora una volta, si tratta di una moltiplicazione di prospettive: se le immagini di Alberto Lattuada si popolano di persone nelle strade, città da ricostruire e periferie bombardate, Vincenzo Balocchi ricerca linee compositive minimali vicine all’astrazione e Luciano Ferri inserisce le vite di paese in un tempo bianco e sospeso.

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Luciano Ferri per Studio Villani, Albero nella neve, stampa alla gelatina di bromuro d’argento su carta, Firenze, Archivi Alinari, Archivio Villani. 

La seconda parte della mostra raccoglie opere di importanti autori italiani e internazionali attivi dal secondo dopoguerra ad oggi. Le foto provengono dalle collezioni del Museo di Fotografia Contemporanea (Mufoco) e si caratterizzano spesso per una rappresentazione antiestetica e una esplicita volontà di denuncia delle contraddizioni più acute di un paese in rapida evoluzione. Da qui in poi, l’Italia è il Paese della violenza di mafia (Letizia Battaglia) e delle trasformazioni sociali e politiche (Toni Nicolini, Paolo Zappaterra, Uliano Lucas). In altri casi l’indagine del fotografo entra nel campo delle sperimentazioni visive o concettuali, e allora può emergere uno sguardo poetico (Mario Giacomelli) o un tableau sociale ricostruibile dagli oggetti di una casa (Mario Cresci).

Un’immagine di Lucas sintetizza questi caratteri. I palazzoni del Quartiere Gratosoglio in prospettiva vertiginosa riempiono l’inquadratura, tranne che per una porzione di cielo grigio sopra la strada. Geometrie ripetute, ogni quadratino corrisponde a una famiglia. Il tram alla fermata non attenderà un secondo più del necessario – dieci nove otto – un gruppo di persone si accalcano per salire – sette sei cinque – due ragazzi corrono per non perdere la corsa; come la strada e la fila di lampioni, stanno correndo verso il punto di fuga. Cortocircuito: quarantotto anni dopo questa fotografia, il cantante vincitore di Sanremo, Mahmood, figlio di un egiziano e di una sarda e cresciuto proprio al Gratosoglio, canterà “In periferia fa molto caldo/Mamma stai tranquilla sto arrivando”.

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Uliano Lucas, Via dei Missaglia, Quartiere Gratosoglio, Milano 1971, © Uliano Lucas, Museo di Fotografia Contemporanea, Milano-Cinisello Balsamo.

L’Italia è anche l’insieme delle sue brutte periferie e dei suoi terrain vague (come testimonia la serie Fuoricampo di Paola di Bello). È ciò che accade sul ciglio della strada, negli spazi secondari, interstiziali; “Frammento indeciso del giardino planetario, il terzo paesaggio è costituito dai luoghi abbandonati dall’uomo.”, scrive Francesco Pecoraro in Lo stradone, riprendendo un’espressione di Gilles Clément.

Mostra-nella-mostra e punto fermo nel panorama della fotografia di paesaggio (non solo italiana), l’esperienza di Viaggio in Italia raccoglie le ricerche di una generazione di artisti (Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Mimmo Jodice, Guido Guidi, Claude Nori, Giovanni Chiaramonte, Olivo Barbieri) che ha sviluppato una nuova coscienza fotografica, dichiarando l’impossibilità di una rappresentazione identitaria del territorio. Sempre più, a partire da quell’esperienza, i fotografi, ormai diventati artisti, ricercheranno spiragli diversi sul reale. È il caso dello spazio urbano visto attraverso la lente dell’inconscio (Marina Ballo Charmet); delle città riprese da posizioni elevate ma non aeree che dicono l’orizzonte visivo di chi abita la dimensione urbana (Vincenzo Castella); del senso di transitorietà connaturato al paesaggio (Paola de Pietri)

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Vittore Fossati, “Oviglio, Alessandria”, 1981 © Vittore Fossati - Museo di Fotografia Contemporanea, Milano-Cinisello Balsamo. 

Chiude il percorso una sezione più ridotta dedicata a fotografi giovani che si affidano a modi e tecnologie proprie dell’universo visivo contemporaneo. Lavori interessanti come la serie Karma Fails, Meditation rocks di The cool couple (che propone una riflessione sul possibile ruolo della geologia per la comprensione del presente), dicono che è in atto un’ulteriore evoluzione dell’indagine fotografica, nel tentativo di interpretare una realtà mai così indecifrabile.  

Dunque, cos’è l’Italia? Cos’è veramente

Il titolo della mostra suona come un tentativo di risposta: l’Italia è un desiderio. Ma il desiderio contiene la figura di una mancanza, è un tendere a qualcosa che non si riesce mai ad afferrare del tutto. Non sorge ex nihilo, ma per contagio attraverso la trasmissione del desiderio dell’altro. L’Italia è un desiderio significa dunque anche desiderio che l’Italia sia desiderata. E ciò può accadere solo se la “bellezza” del patrimonio storico, artistico, paesaggistico italiano non rimanga un puro slogan pubblicitario, un mezzo per vendere un’immagine consunta, ma sia continuamente rinnovata agli occhi di chi la guarda. E guardare vuol dire qui inevitabilmente interrogare i modi della gestione del territorio, sia in relazione alla sostenibilità per l’ambiente che all’equità sociale. Definire una nuova identità culturale italiana oltre il cliché stantio del Bel Paese impone che vadano colte tutte le occasioni di riflessione collettiva, incluse mostre come questa alle Scuderie del Quirinale, che pure, nonostante la qualità molto alta dei lavori fotografici esposti, finisce precisamente per sottrarsi a questa necessità. 

Copertina del catalogo L’ITALIA È UN DESIDERIO Fotografie, paesaggi e visioni 1842-2022. Le collezioni Alinari e Mufoco, ed. Electa, pag. 432, 48 euro bilingue ita/eng.

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