Magistrate, donne e pregiudizi

21 Aprile 2023

Tante professioni e tanti mestieri le donne non potevano esercitare in passato, e in tanti paesi al mondo ancora non possono, lo sappiamo bene. Una delle attività alle quali più intensamente ci si accaniva, anche in Italia, nell’impedire l’accesso alle donne, era quella di giudice o magistrato. I due termini non sono tecnicamente sinonimi: lo sono però nel linguaggio comune e come tali li useremo anche noi.

Il libro della giornalista e saggista Eliana Di Caro Magistrate finalmente. Le prime giudici d’Italia (il Mulino, 2023), individua alcuni argomenti espressi nel corso del Novecento contro l’ingresso delle donne in magistratura. Meglio sarebbe chiamarli pregiudizi, giudizi, come quelli che emette il giudice, e qui mi sia permessa una breve divagazione sul significato di pregiudizio. 

Giudizio e pregiudizio

Parlando di pregiudizi tendiamo ad attribuire a questo termine il significato d'uso attuale, esplorato soprattutto dalla psicologia sociale, che lo ha fatto diventare un sentimento di generica antipatia fondato su una generalizzazione tanto inflessibile quanto falsa. Nell'attuale senso comune il pregiudizio è un giudizio errato connotato in senso negativo verso persone, eventi e fatti, è una struttura generale dell'atteggiamento e della sua componente affettiva. Esclusivamente negativo, il nostro pregiudizio indica il rifiuto emotivo di qualcosa o di qualcuno. Detto ciò, e visto che parliamo di giudici, non possiamo non evocare il pregiudizio in senso illuministico, sul quale esiste tutta una teoria: oltre a Kant, ne discettarono Voltaire e d'Holbach e l'Encyclopédie, nonché Bacone (gli idola!) e Cartesio prima di loro. 

Esso risente infatti del significato giuridico originario di «giudizio emesso prima», «pre-decisione»; tant'è che Voltaire definisce come «positivi», «ottimi», alcuni pregiudizi inculcati dai genitori nei bambini: riconoscere un Dio remuneratore e vendicatore; rispettare i genitori; considerare il furto un delitto e la menzogna interessata un vizio. Tali giudizi insegnati dai genitori e che precedono la capacità di giudizio permettono infatti ai bambini di muoversi nel mondo. «Il pregiudizio – scriveva Voltaire – è un'opinione non fondata sul giudizio» che si inculca nei bambini «prima che possano giudicare». Su questi e altri pregiudizi, conclude Voltaire, «il giudizio poi ratifica quando si ragiona» e una volta cresciuti quei bambini in età e conoscenza, «il pregiudizio cede il posto al giudizio». E forse è proprio questo fenomeno che si è verificato in Italia negli anni ‘60 del secolo scorso, quando lentamente il pregiudizio cedette al giudizio.

Tacciano le donne nella chiesa

Dunque tra i pregiudizi dell’epoca, presenti per esempio nei discorsi di giuristi poco illuminati, e non soltanto democristiani, si legge, nel libro di Di Caro, che  le donne «non sono in grado di mantenere quell’equilibrio di preparazione» che corrisponde alle funzioni del giudice  (Giovanni Leone); nelle stesse prevale infatti «il sentimento sul raziocinio, mentre nelle funzioni del giudice dovrebbe prevalere il raziocinio sul sentimento» (Giuseppe Cappi); è una «questione di resistenza fisica che richiede attenzione continua» (Giuseppe Codacci Pisanelli). Per non parlare delle posizioni di Eutimio Ranelletti sulla donna giudice contenute nell’omonimo pamphlet che non riporterò per non togliere il piacere masochistico di scoprirlo personalmente. Tanto più che le presunte carenze della donna «nell’affrontare un problema razionale, un problema logico» sono confermate, aggiunge il suo pezzo al museo degli orrori Giuseppe Maria Bettiol, dal versetto evangelico di San Paolo ‘Tacciano le donne nella chiesa’”. A tutt’oggi sempre valido. Voci di donne sacerdoti nella chiesa cattolica non risuonano. Piuttosto si accettino nel ruolo uomini sposati, e infatti, dati i seminari vuoti, ci si sta arrivando. Ma la donna no! Le donne no, come disse all’inizio del suo pontificato papa Bergoglio, mantendendo il divieto con puntigliosa coerenza.

Forse perché agli ecclesiastici pertiene la facoltà di perdonare, assegnare penitenze, insomma giudicare? E le donne neanche dell’anima devono e possono giudicare, assolvere o condannare? 

E allora non sembra plausibile che il motivo principale, al di là delle accuse di carenza di logica e di prevalere di sentimento, al di là di quelle di scarsezza di attenzione ed eccesso di commozione, sia proprio il timore da parte degli uomini di essere giudicati da donne? La paura di istituire una pratica che viola il principio di subordinazione, sottomissione e ubbidienza della donna e il principio di autorità e supremazia dell’uomo? Un po’ come gli Stati Uniti (ma anche Cina, Russia e Israele) non aderiscono alla Corte penale internazionale, nota come Tribunale internazionale dell’Aja perché non sopporterebbero di essere giudicati da stati altri?

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Ne conviene anche Livia Pomodoro una delle magistrate entrate nella seconda tornata, 1965, e divenuta Capo di gabinetto del ministro di Grazia e Giustizia nonché presidente del Tribunale dei minori di Milano dal 2007 al 2015, prima donna a ricoprire questo ruolo: Penso che il timore di essere giudicati dalle donne nasconda da sempre quello di perdere il potere e il controllo che per secoli sono stati prerogativa del genere maschile, sancita dalla legge. Ma ritengo anche che sia espressione della paura di arrivare a conoscere la verità. La propaganda di accuse e pregiudizi non ha di fatto fermato le donne appassionate di diritto fin da ragazze come me, animate da una grande visione di futuro, che hanno capito prima di tutti e tutte che la società stava cambiando e che era finalmente possibile fare le stesse cose che facevano gli uomini. Nello studio e nel lavoro. Ecco la verità. Fare il nostro ingresso in un ambito esclusivamente maschile è stato come inaugurare una nuova corrente culturale o artistica. Abbiamo scavalcato pregiudizi e convenzioni, per entrare finalmente in scena con l’intensità di un capovolgimento epocale.  

Piagnisteo e capacità

In generale non è ben visto nemmeno il fatto che le donne si lamentino e protestino di fronte a questa come ad altre discriminazioni perché il lamento e il piagnisteo sono sgraditi. Che si facciano valere, che mostrino che sono alla pari degli uomini, che agiscano e poi si vedrà. Questo è sicuramente un buon consiglio, anche se notoriamente capacità e preparazione delle donne non sono inferiori, purché, e qui sta il punto, sia lecito per loro mettersi alla prova!  Lo dimostrano le posizioni ai concorsi di accesso alla magistratura – lo evidenzia con garbo Eliana Di Caro – una volta loro consentiti. 

Se neanche questo basta, si può ricorrere all’ironia. Non al sarcasmo, che è greve, all’ironia che è leggera. Lo fece Lella Costa, ricorda Di Caro, nel discorso di celebrazione del 40° anniversario delle prime otto auditrici giudiziarie. Geniale, esilarante, che non racconto per non togliere il piacere un po’ masochistico della lettura. Interviene anche qui Livia Pomodoro: Come strumento o meccanismo di difesa, ma ancor più di critica e di riflessione, l’ironia puo’ essere utile per sopravvivere in quei contesti dove sussistono pregiudizi o atteggiamenti negativi, favorendo la capacità di sdrammatizzare per evitare uno scontro che risulterebbe essere solo un facile tranello. Se poi l’ironia sia femmina, non so. Spero di essere una persona ironica e allo stesso tempo autoironica. Ho conosciuto  donne ma anche uomini con il dono dell’ironia. Li ricordo tutti come colleghi e amici con una marcia in più.

Infine, laudata sit Lina Merlin, che si batté affinché fosse aggiunta l’espressione «di sesso»  nell’articolo 3 della Costituzione dove si sancisce l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, senza appunto «distinzione di sesso, di lingua, di razza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Eppure, la tendenza era ed è poi sempre quella di incoraggiare le donne a lavorare con i minori, a fare il giudice tutelare in virtù della presunta vocazione femminile alla cura. Ne scrive Eliana di Caro quando giunge a tracciare i profili delle neomagistrate, a proposito di Graziana Calcagno, che esplicitamente si ribella al pensiero di venire spedita in quanto donna a lavorare con i bambini, come di Maria Gabriella Luccioli, che dopo il discorsetto di benvenuto del procuratore generale Luigi Giannantonio sulla predisposizione femminile al ricamo e al cucito (sic, leggere per credere), decise di non seguire mai quella strada. 

Gettate finalmente nella mischia, le magistrate si rendono inoltre conto che i loro colleghi maschi non vivevano in un olimpo di ieraticità e correttezza ma che spesso si comportavano in maniera arrogante e prepotente. Le donne stesse si sentivano messe alla prova e si autocostringevano a prestazioni superiori a quelle maschili, temendo che ogni errore o cedimento avrebbe dato la stura alla accusa dell’incapacità femminile etc. Alcuni colleghi le accusavano, come s’è visto, di mancanza di forza, di equilibrio e di raziocinio, raccontano le magistrate intervistate da Di Caro; c’era chi si rifiutava di stare in udienza con una donna, chi diceva che davanti a una donna mai avrebbe difeso un imputato. Persino il fatto di dare peso alle persone considerandole non oggetti ma esseri umani individuali veniva ritenuto una debolezza femminile, mentre, in campo giuridico come ovunque, questo comportamento dimostra soltanto forza in tutti, donne e uomini. Come lo è, per tutti, «lavorare con impegno, con coraggio e nel silenzio, usando il senso della realtà» – raccomanda Emilia Capelli – ma non sottovalutando nemmeno «lo sforzo di fantasia».

E quanto al conciliare lavoro e famiglia, che si spartisca la «conciliazione» con il partner, per la professione di magistrato come per qualsiasi altra, cercando per entrambi soluzioni creative, quale quella, impegnativa ma di successo e che personalmente raccomando, di sfruttare per lavorare le primissime ore del mattino, quando il mondo di magistrate e magistrati e di molte altre persone, è ancora in ordine.

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