Il testimone, il chimico, lo scrittore, il narratore fantastico, l'etologo, l'antropologo, l'alpinista, il linguista, l'enigmista, e altro ancora. Primo Levi è un autore poliedrico la cui conoscenza è una scoperta continua. Nel centenario della sua nascita (31 luglio 1919) abbiamo pensato di costruire un Dizionario Levi con l'apporto dei nostri collaboratori per approfondire in una serie di brevi voci molti degli aspetti di questo fondamentale autore la cui opera è ancora da scoprire.

 

Leggiamo dal racconto Ranocchi sulla luna: “Lungo la sponda sinistra brulicavano i girini, a centinaia. Perché solo a sinistra? Dopo molto ragionare osservammo che lì correva un sentiero frequentato alla domenica dai cacciatori; le trote se ne erano accorte, e stavano alla larga, lungo la sponda destra. A loro volta i girini si erano stabiliti sulla sinistra per stare alla larga dalle trote”. Se Primo Levi, come sappiamo grazie alle indicazioni di Marco Belpoliti e Mario Barenghi, nel suo essere chimico e scrittore era anche antropologo ed etologo, ecco un bell’esempio di come tutti questi sguardi, e questi discorsi, si incrociano in un’unica enunciazione narrativa: cacciatori, trote e girini fanno parte di un’unica forma sociale.

Ma come si coniugano antropologia e etologia in Levi? Generalmente si pensa che l’etologia sia una scienza della natura e l’antropologia della cultura. Ma Levi non ha mai condiviso una distinzione così radicale. Dal suo punto di vista occorre inventare un’etologia degli uomini (cos’altro sono le pagine sul lager?) e un’antropologia degli animali (i racconti, le poesie, gli scritti ‘naturali’). Come dire che, a rileggerlo con attenzione, Levi ha anticipato i tempi: per lui vige una specie di grande catena dell’essere, una gradualità infinita fra entità viventi che si esplicita – per esempio – nelle celebri pagine sulla zona grigia, dove si parla delle sfumature intermedie fra carnefice e vittima, ma anche delle forme di somiglianza fra le due figure – per le quali va sospeso il giudizio. 

 

Prendiamo la grande distinzione fra animale e bestia. Da una parte l’animale come soggetto, specie o individuo dotato di caratteristiche proprie, che Levi discute spesso e approfonditamente; dunque il singolo animale, il ragno, il coleottero, l’ape, la formica, il verme tenia, ma anche quelli inventati come il centauro e tutta la zoologia fantastica di Borges. Dall’altra la bestialità come oscurità non umana, violenza, crudeltà, istinto cieco, lotta di tutti contro tutti; o anche per alcuni versi stupidità, amoralità, mancanza di raziocinio. Da questo secondo punto di vista, Levi ripete ossessivamente che gli animali si mangiano fra di loro, si uccidono con somma crudeltà. Per esempio le femmine di molti insetti uccidono il maschio dopo aver fatto l’amore ed esser state fecondate: “è noto come molti ragni divorino il maschio, immediatamente dopo o addirittura durante l’atto sessuale; così del resto fanno le mantidi o le api […], l’uxoricidio fra i ragni è pressoché normale”; sempre in Ranocchi sulla luna i girini si divorano fra loro, o il gatto uccide l’uccello per giocarci. Tutte forme di comportamento che Levi descrive accuratamente, insistendo sul fatto che l’animale non è mai un pet, e che l’idea di uno stato di natura positivo, da buon selvaggio, è quanto meno approssimativa.

 

Da cui, in Contro il dolore una presa di posizione molto rigida – questa totalmente inattuale – contro la difesa degli animali perché supposte “creature di dio”: “come ignorare i pazienti e crudeli agguati dei ragni, la raffinata chirurgia con cui (altro che vivisezione!) certe vespe paralizzano i bruchi, vi depositano dentro un singolo uovo, e vanno altrove a morire, lasciando che la larva divori a poco a poco l’ospite ancora vivo? […] che dire dei felini, splendide macchine per uccidere? E dell’astuzia perfida del cuculo, assassino dei suoi fratellastri appena schiuso nell’uovo?”

Più che di bestialità, occorre allora parlare di animalità, o meglio di specifici animali (cani, cavalli, corvi, delfini, rane, grilli, tenia, api, ragni, formiche), come pure di precisi tipi umani, divisi per grandi categorie sociali o caratteriali (le vittime, i carnefici, gli invidiosi…), se non considerati nella loro individualità (il generale x, il tenente y, il kapò z, l’operaio di Livorno, il professore della Sorbona…). In questo senso, le relazioni fra uomini e animali si pongono in due diversi modi. 

Il primo è in senso traduttivo, illustrando il modo in cui un certo preciso animale può essere rivisto o ripensato sotto forma di un preciso uomo. È la nascita dell’ibrido (si pensi al centauro che ama la donna che amoreggia col narratore, impazzendo), e dunque dell’ambiguo, o meglio dell’ambivalente: il girino che è una chimera perché è solo testa e coda. 

 

Il secondo modo è in senso trasformativo, e cioè narrando come un preciso animale assuma caratteristiche umane, o viceversa. Uno dei termini e dei temi che mi sembra ricorra più spesso nei testi di Levi sugli animali è muta, il momento cioè in cui, entro una precisa specie, c’è la nascita di un individuo nuovo a partire da un individuo vecchio, con altre caratteristiche sia esteriori che interiori; c’è la muta dei girini in ranocchi, della pulce e della farfalla “che non sta più nella pelle”; c’è “la grande mutazione” dove agli umani crescono le ali. In Angelica farfalla c’è l’idea che la muta non porti sempre al meglio, da cui il neotenia, che si riproduce quando è ancora allo stato di larva; ma “questa condizione non [è] così eccezionale: […] altri animali, forse molti, forse tutti, forse anche l’uomo, abbiamo qualcosa in serbo, una potenzialità, una ulteriore capacità di sviluppo. Che al di là di ogni sospetto si trovino allo stato di abbozzi, di bruttecopie, e possano diventare ‘altri’, e non lo diventino solo perché la morte interviene prima”.

 

 

Ma come avviene tecnicamente questa serie di passaggi metamorfici? La risposta di Levi è molto precisa, e abbastanza frequente per poter essere considerata come pertinente per il suo lavoro, e pensiero, in generale: avviene per passaggi retorici, per figure retoriche, per elocutio poetica. Nel testo sui Romanzi dettati dai grilli la questione è del tutto esplicita. Per Levi l’etologia moderna insegna che non è più bene, come si è fatto a lungo, “attribuire agli animali meccanismi mentali umani” o “descrivere l’uomo in termini zoologici”. La cosa migliore è invece “entrare in comunicazione” con gli animali, “non in vista di un traguardo scientifico”, ma “per simpatia”; e anche in testi pieni di errori e menzogne sugli animali (come quello di Plinio) ci sono sempre cose interessanti da riprendere. Così, se “negli animali si trovano tutti gli estremi” (enormi o minuscoli, audaci e fuggitivi, astuti e sciocchi etc.), “lo scrittore non ha che da scegliere, non ha da curarsi delle verità degli scienziati, gli basta attingere a piene mani in questo universo di metafore”. “Proprio uscendo dall’isola umana, troverà ogni qualità moltiplicata per cento, una selva di iperboli prefabbricate”. E se molte di queste figure retoriche sono ormai usurate (la forza del leone, la furbizia della volpe), i resoconti dei naturalisti sono una miniera d’oro di casi da trasformare, retoricamente, in storie. Che è quello che, come sappiamo, Levi ha sempre fatto.

 

Così i rituali di corteggiamenti dei grilli (dove “corteggiamento” è già una metafora), con complicatissimi richiami vocali, sembra dipendano anche dall’ambiente: “se si riscalda la femmina (o il maschio) anche solo di due gradi, il suo canto sale di un semitono, e il partner non risponde più: non ravvisa più in lui (o in lei) un possibile compagno sessuale”. Ed ecco la conclusione di Levi: “non c’è il germe di un romanzo?”. Per non parlare dei ragni in delirio, chissà in quale esperimento scientifico, per aver assunto LSD: cambiano il modo di tessere la loro tela, la fanno “non più geometricamente perfetta ma mostruosa, storta, deformata, come le visioni dei drogati umani”. Anche le cellule della tenia formano un mosaico che dal metaforico deve divenire poetico, ed assumere perciò un significato. Ancora: quando i ragni oppongono resistenza alle femmine che vorrebbero ucciderli dopo l‘accoppiamento, “si entra in un mondo che trova il suo analogo umano solo nelle grandi criminali o psicopatiche della nostra società”. 

La ricerca di parallelismi fra comportamenti di specifici animali e di specifici tipi sociali è costante (“esiste un parallelo comportamento umano?”), dove quel che importa è proprio il parallelismo, uno dei procedimenti poetici più noti che ci siano. Leggiamo: “c’è un patrimonio immenso di metafore che lo scrittore può ricavare dalla chimica di oggi e di ieri”; “anche sul piano delle comparazioni il chimico militante si trova in possesso di un’insospettata ricchezza; ‘nero come…’, ‘amaro come…’; vischioso, tenace, greve, fetido, fluido, volatile, infiammabile: sono tutte proprietà che il chimico conosce bene…”. Nelle osservazioni di Levi sulla lingua la questione retorica ovviamente ritorna: le innovazioni di pensiero passano per “i procedimenti linguistici più spregiudicati: analogie, metafore, onomatopee”, ma anche giochi del significante e del significato come parole-baule, etimologie popolari e simili.

 

Gli animali sono fonti di ispirazione, griglie d’azione o diagrammi emotivi a partire da cui poter inventare, non l’animale in sé, alla Borges, ma l’uomo-animale: “mi piacerebbe inventare e descrivere un personaggio-coccinella, riconoscibile forse in certe pagine di Gogol': ipocondriaco, malcontento di sé, del suo prossimo e del mondo, increscioso e lamentoso, che inalbera una livrea riconoscibile da lontano (o un intercalare, o un difetto di pronuncia) affinché il suo prossimo, che egli detesta, si accorga in tempo della sua presenza e non gli venga fra i piedi”. 

Se nei testi, diciamo così, teorici predominano i paragoni – si pensi alla ricorrenza del termine come – in quelli narrativi regnano le metafore, di modo che il secondo termine di paragone resta implicito. Fra le metafore: la “versamina” nel racconto omonimo, è una sostanza che trasforma il dolore in piacere, al punto da creare un vero e proprio, implicito, lager degli animali (c’è un cane che diventa un contro-cane), dove anche il suo inventore resterà recluso; ma si pensi anche allo scoiattolo in gabbia, prigioniero in un laboratorio. Tra i paragoni: i ranocchi “gente come noi”, al punto da esser “nuotatori umani”; l’istinto dei girini a lasciare lo stagno “simile allo spirito che ci ha portato sulla luna”; il volo della coccinella simile a quando facciamo il check in e aspettiamo di volare; il canto degli uccelli che sembra la sirena dell’allarme di una macchina. Anche nei testi teorici ci sono metafore: si pensi ai monatti di Manzoni che ricordano le squadre speciali del lager: fanno il lavoro sporco, assumendo perciò una autorità sociale. 

 

Alla luce di tutto ciò sembra proprio che, per usare la terminologia dell’antropologo Philippe Descola, in Levi domini una concezione del mondo di tipo analogista: discontinuità sia interiori che fisiche, da cui forme locali di analogia. Dove tutto è diverso da tutto, in termini superficiali, ma dove, alla fine, grazie a comparazioni strategiche, si scoprono analogie che rimettono in ordine l’universo come, lo abbiamo già detto, una grande catena dell’essere. Si pensi al testo sul linguaggio degli odori, dove c’è una gradualità fra sensazioni del cane e quella degli uomini. In Levi non c’è alcun naturalismo, nessuno scientismo o volontà di far prevalere il domino della natura su quello dell’uomo, in modo da ridurre il secondo al primo. E non c’è alcun animismo, altra forma ontologica che è tipica del nostro mondo mediatico, dove i non-umani vengono regolarmente, al modo degli Achuar amazzonici, dotati di anima, spiritualità, perfino morale: è l’esoterismo per tutti della nostra contemporaneità. Per Levi il problema non è che gli animali possano avere un’anima, o che l’uomo, alla fin fine, è un animale. Dal suo punto di vista fra le due sfere ci sono forme di analogia locali, misurabili volta per volta, sulla base non solo di intuizioni momentanee ma di strategie discorsive, creative, letterarie o meno, che li mettono in evidenza. In altri termini, le analogie non sono nelle cose ma nella loro comparazione, nel discorso che le pone. Dove, come si sa, la strategia fondamentale di Levi è quella di un’analogia direi radicale, lui dice “paradossale”, fra vittime e carnefici, dove solo a prima vista si tengono fuori gli animali, reintegrati nella loro valenza bestiale. 

Leggiamo da I sommersi e i salvati: “qui ci troviamo di fronte a una paradossale analogia tra vittima e oppressore, e ci preme esser chiari: i due sono nella stessa trappola, ma è l’oppressore, e solo lui, che l’ha approntata e che l’ha fatta scattare, e se ne soffre, è giusto che ne soffra […]. L’oppressore resta tale, e così la vittima: non sono intercambiabili, il primo è da punire e da esecrare (ma, se possibile, da capire), la seconda è da compiangere e da aiutare; ma entrambi, davanti all’indecenza del fatto che è stato irrevocabilmente commesso, hanno bisogno di rifugio e di difesa, e ne vanno istintivamente in cerca”. Tutto il capitolo sulla zona grigia è leggibile come una grande lezione di analogismo antropologico.

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