Anna Maria Ortese. L’altro vivente

Sulla terza pagina de La Stampa del 3 febbraio 1976 i lettori trovarono l’insolito ritratto di un cane con una corona di spine. Provocatoria pubblicità per un libro di (allora) prossima pubblicazione intitolato Imperatrice nuda, tale ritratto ne rappresentava appunto la copertina. L’autore era il pilota automobilistico, scrittore, e attivista svizzero Hans Ruesch, e Imperatrice nuda mirava a mettere la scienza medica attuale sotto accusa, espressione riportata e nel sottotitolo del volume e nella didascalia pubblicitaria su La Stampa. La quale didascalia informava inoltre che il libro si scagliava in particolare contro la sperimentazione a scopo farmaceutico sugli animali, una truffa – secondo Ruesch – a danno sia degli ignari cittadini sia di milioni di creature innocenti, come la raccapricciante casistica di esperimenti che dava corpo al volume voleva infatti dimostrare. Sia stato lo scandalo di tale casistica a convincere l’editore Rizzoli a ritirare il libro dalla distribuzione o qualche altra sconosciuta ragione, Imperatrice nuda scomparve presto dalle librerie ma divenne comunque il pretesto per un dibattito sulla vivisezione che dal quotidiano torinese si estese poi alla società italiana tutta e arrivò persino in parlamento. Nonostante il relativamente scarso successo di vendite, il libro di Ruesch finì così col divenire una delle pietre miliari dell’allora quasi neonato animalismo italiano, influenzandone i successivi sviluppi tanto quanto il ben più celebrato Animal Liberation di Peter Singer, pubblicato un anno prima ma tradotto solo nel 1987. 

 

La curiosa vicenda editoriale di Imperatrice nuda e il dibattito iniziato dal libro di Ruesch mi sono venuti alla mente leggendo la raccolta di scritti di Anna Maria Ortese curata da Angela Borghesi e recentemente pubblicata da Adelphi (Le Piccole Persone. In difesa degli animali e altri scritti, Adelphi, Milano 2016, pp. 271, euro 14). Come rileva Borghesi nell’ottimo saggio critico che chiude il volume, l’interesse di Ortese nei confronti degli animali non-umani risale all’apprendistato giornalistico, come testimonia il breve articolo “Gli amici senza parole” inizialmente pubblicato su Roma nel 1940 e ora finalmente restituito ai lettori. Ciononostante, la maggior parte dei 36 scritti fra editi e inediti che formano Le Piccole Persone è databile entro un periodo che va da circa la prima metà degli anni settanta fino alla scomparsa della scrittrice nel 1998. I lavori degli anni settanta manifestano poi uno spostamento di approccio che sembra replicare quello dei movimenti animalisti italiani proprio a partire dalla pubblicazione di Imperatrice nuda: da una generale zoofilia “umanitaria” a un' attenzione specifica nei confronti della sofferenza inutile delle creature non-umane. È dunque possibile ipotizzare che ad Ortese, attenta lettrice di numerosi quotidiani incluso quello torinese (come risulta appunto dagli scritti raccolti nel volume), non fossero sfuggite né la pubblicazione del libro di Ruesch né la successiva polemica, e questo abbia significato per lei una ragione ulteriore per intervenire pubblicamente contro il dolore inflitto alle “piccole persone”.

 

 

Avesse Ortese in mente Imperatrice nuda o meno, Le Piccole Persone acquista certo una differente concretezza storica e filosofica alla luce del volume di Ruesch. Non vi è infatti alcun dubbio che il valore di questa collezione di saggi risieda anzitutto nella sua abilità di restituirci un’immagine più complessa e accurata dell’autrice de L’iguana. Tassello prezioso in quella lodevole iniziativa intellettuale che, oramai da alcuni anni, mira a restituire dignità letteraria a un' autrice che fu spesso ignorata in vita, Le Piccole Persone ci offre l’immagine di un’artista solitaria che, nonostante l’apparente silenzio editoriale, in realtà continua a scrivere, a riflettere, a impegnarsi secondo alcune direttive che poi riaffioreranno nei suoi tardi capolavori narrativi e nella stellare saggistica di Corpo celeste. Tuttavia, c’è qualcosa in questi accorati interventi a favore degli animali non-umani che, se possibile, va addirittura al di là della contingente rivalutazione critica della Ortese e li pone invece in un più ampio orizzonte filosofico di ripensamento radicale della dialettica umano-animale e del valore della testimonianza. Entro questo orizzonte, gli scritti di Le Piccole Persone conversano dunque non solo direttamente con l’istanza etica implicita nella pubblicazione di un libro come Imperatrice nuda, ma anche, e in maniera forse più sorprendente, con quelli di un altro autore italiano, apparentemente lontano per sensibilità e stile da Ortese, come Primo Levi. 

 

Com’è noto, l’opera di Levi contiene una zoologia letteraria tanto ricca quanto quella di Anna Maria Ortese, e comprende almeno un intervento, il breve articolo intitolato “Contro il dolore”, in cui egli contesta l’idea che sia in qualche maniera legittimo infliggere sofferenza inutile agli animali non-umani. Meno noto è invece come il saggio di Levi abbia visto la luce proprio in relazione a Imperatrice nuda. Infatti, “Contro il dolore” (poi raccolto in L’altrui mestiere nel 1985) venne pubblicato per la prima volta su La Stampa il 7 agosto 1977 in risposta ad una serie di interventi sulla vivisezione che risale all’immagine di copertina del volume di Ruesch di circa un anno e mezzo prima. Nel suo articolo Levi non cita Ruesch (di cui però sappiamo aveva letto almeno il romanzo Paese dalle ombre lunghe), ma si limita a rispondere all’ultimo intervento della serie, quello del teologo morale Enrico Chiavacci. L’argomentazione chiave di Levi riecheggia numerosi dei saggi raccolti in Le Piccole Persone: anche per l’autore di Se questo è un uomo, fondamentale non è la gerarchia di valori morali propugnata da un antropocentrismo più o meno teologico, ma la nostra capacità di riconoscere il dolore altrui e l’imperativo a “non creare dolore, né in noi né in alcuna creatura capace di percepirlo.” 

 

Sia stata la lettura di Ruesch o piuttosto la comune frequentazione di Leopardi e Lucrezio, queste parole di Levi potrebbero essere state prese quasi verbatim da Le Piccole Persone. Ortese infatti dichiara in numerose occasioni il suo oltraggio nei confronti di coloro che attuano qualsiasi forma di violenza sulle altre creature, fino al punto di sostenere – in una lettera del 1983 ad un altro scrittore torinese, Guido Ceronetti – che “il dolore degli animali è ormai il primo dei miei pensieri, e giudico persino il ‘genio’ da quel rapporto: se c’è o non c’è, con l’indignazione” (corsivo nell’originale). Certo, il temperamento, il genio, e l’esperienza di Ortese sono molto diversi da quelli di Levi e quest’ultimo non avrebbe probabilmente sottoscritto, almeno pubblicamente, i ripetuti paragoni della scrittrice – peraltro presenti anche nel libro di Ruesch – tra il nostro trattamento degli animali e gli esperimenti nei lager della Germania nazista (si veda, ad esempio, “Una sentenza della Corte di Cassazione” del 1979). Tuttavia, Ortese pone il problema dei legami tra vita non-umana e sofferenza in un registro non del tutto alieno a Levi. Se per Ortese infatti “davanti al dolore fisico tutti gli animali sono uguali” (“Uno strazio senza grido”), anche per Levi dobbiamo provare rispetto e compassione, quando non direttamente portare testimonianza, per tutte le creature che soffrono e che, come il Giobbe de La ricerca delle radici, sono “degradat[e] ad animale da esperimento”. Quello che conta qui è quanto la “dignità animale” – un’altra espressione che curiosamente accomuna i due scrittori – sia basata su una visione della corporalità come epicentro della valutazione morale. Non l’intelligenza astratta, dunque, non il linguaggio, non una qualunque delle abilità di cui l’umano si sente padrone, ma il dolore passivo di tutti gli animali scavalca il supposto abisso che ci divide dalle creature non-umane e ci intima compassione e fratellanza, tanto per Levi che per Ortese. Trent’anni dopo il filosofo americano Ralph Acampora chiamerà quest’attitudine Corporal Compassion.

 

Questa compassione non nasce però nei due scrittori solo dal comune dolore, ma anche da una diversa comprensione della presenza umana nell’universo. Se infatti Levi pone la solitudine dei buchi neri come immagine speculare del sofferente animale-uomo Giobbe, Ortese – sempre nella lettera a Ceronetti – scrive che è solo a partire dallo spazio infinito che “si può e deve misurare l’uomo”. L’arrogante concezione dell’umano come centro e fine del cosmo è infatti contestata radicalmente da entrambi gli scrittori a partire dall’idea che invece, come sostiene Ortese in un testo-manifesto intitolato “Io credo in questo”, di fronte ai behemoth e ai leviatani dell’universo “l’uomo è solo e diritti – naturali – a vivere non ne ha nessuno.” La scoperta della marginalità e vulnerabilità dell’uomo non è tuttavia un male: abbandonata la boria e ogni gerarchia preconcetta, l’umano potrebbe anche ritrovare se stesso e una nuova possibilità d’incanto nel “capire che esiste l’altro (…) vivente” (“Risposta a Parise sulla caccia”). Ed è forse questa sapienza ed ammirazione dell’altro vivente il messaggio ultimo di Le Piccole Persone contro ogni forma di “contro-creazione”, sia quella della nostra violenza quotidiana sugli animali non-umani, sia quella compiuta dagli uomini su altri uomini ad Auschwitz. 

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