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Cina: sessanta giorni uno dopo l’altro

Fang Fang

Pochi ci hanno provato, in Italia e altrove: scriverne un diario, farne una cronaca quotidiana. La scrittura è spesso memoria, qualcosa deve sedimentare e, prima che succeda, chi scrive non sa bene cosa sia, questo qualcosa. E se lo avessi scritto io? Avrei ora in mano un documento delle mie personalità differenti e contrastanti. Quante persone diverse sono stato, in quelle settimane. Prima di Codogno, con le notizie che arrivavano dalla Cina e la sottile, perversa sensazione che un’apocalisse potesse arrivare fin qui (e in un angolo della mia mente c’era un’apocalisse sociale, i negozi vuoti, i bancomat fuori uso). Poi lo smarrimento davanti a mille voci diverse, a non sapere bene. E la domanda: perché non chiudono anche la Val Seriana? Poi era vero, chiusi in casa a guardare giù dal terrazzo: dovevo temere per me stesso, la mia età, la mia comorbidità? Poi il silenzio. E i numeri, la calcolatrice in mano. E poi il tentativo di adattamento: come organizzo le mie giornate? Ogni volta come se le mie sensazioni, le passioni e le incertezze, divenissero filtro che mi presentava un’apparenza del mondo differente: io da osservatore modificavo la materia osservata. Fino allo sbotto di rabbia repressa, con la riapertura: ecco, mi aspettavo questo tipo di riflessione da Fang Fang, scrittrice a Wuhan, dirigente dell’Associazione degli Scrittori dell’Hubei, con qualche romanzo alle spalle e premi importanti in Cina. Che sapesse lei, almeno, render conto delle diverse personalità che albergano in tutti noi, ciascuna delle quali quando prevale oblitera le precedenti: altro che memoria, quando si è in tali difficoltà ci si dimentica di sé stessi da una settimana all’altra. Invece i Diari da una città chiusa restano asettici.

 

Forse perché successivamente editati, e quindi sterilizzati? Non lo sappiamo, io sono colpito dal candore con cui Wang Fang detta Fang Fang snocciola sessanta giorni uno dopo l’altro, e ci presenta una cronaca semplice, lineare, un po’ piatta, infine utile a misurare le similarità e le differenze con i giorni nostri, del Covid. Sarebbe stato eccellente, fin da gennaio, averne una traduzione istantanea in Italia, per renderci conto di quel che stava per accadere a noi: leggendo giorno dopo giorno la nostra stessa storia con un mese e mezzo di anticipo. Tanto di quel che ha vissuto Fang Fang corrisponde alla materia nella quale siamo stati scaraventati noi, e avremmo potuto prevederla, per lo meno capirne una prospettiva: sapere che chi stava un mese e mezzo avanti a noi nella battaglia del virus ne stava poi uscendo ci avrebbe tolto un pizzico d’ansia, almeno. Mondi così distanti, l’Italia e la Cina, e coincidenze sorprendenti: ogni esperto che la diceva a modo suo, sottovalutazioni sparse come anestetico, improvvisa la coscienza di non essere in mani salde, ma di andare per tentativi. Perfino, nella Cina patria della produzione di mascherine, la loro mancanza, il bisogno di correrne in cerca, qualche parente che ti aiuta. E quindi la critica di Fang Fang puntuale, cadenzata e senza sconti, a una gestione dell’emergenza in Cina che è stata tutt’altro che quel modello che Pechino vuol far credere.

 

Ci sono le coincidenze, e poi ci sono le differenze. Come sempre, ogni libro che tratta un argomento specifico riguardo alla Cina, sa raccontare la Cina tutta, e dio solo sa quanto ce ne sia bisogno visto che il Paese di mezzo sta salendo allo status di superpotenza, in un conflitto con gli Usa pienamente apparecchiato che già ci fa usare il termine guerra fredda: è fondamentale sapere che cos’è la Cina. La cronaca di Fang Fang ce ne presenta in particolare due aspetti interessanti. Il primo è l’alto tasso di appartenenza alla comunità. La capacità di aiutarsi tra vicini, il fatto che ogni condominio o ogni compound siano dotati di sistemi di sicurezza e di autoorganizzazione sono molto lontani dalle nostre esperienze. C’è in Cina una capillarità della struttura sociale (da noi facciamo fatica a considerare i cosiddetti ‘corpi intermedi’) che mobilita risorse, e in qualche modo arruola la cittadinanza.

 

 

Autorevoli commentatori sostengono che l’eredità confuciana sia fondamentale nel far sentire il cittadino parte di un tutto, e la contrappongono alla nostra cultura più individualista. L’armonia della società è valore sentito e ricercato dai singoli – al punto che la stessa Fang Fang si sente in dovere di riaffermare di continuo la sua fedeltà al governo, e a perorarne la causa a dispetto delle proprie critiche, spiegando quanto sia importante seguire le indicazioni, insomma fare quel che viene ordinato – e c’è una vasta letteratura che rimanda a una presunta specificità asiatica, non solo confuciana. Impossibile trattare un argomento così complesso in poche righe, dico solo che io storco un po’ il naso. In sostanza non mi pare che il senso civico di alcuni paesi asiatici sia così anomalo rispetto ad esempio a un nostro modello scandinavo. Ma soprattutto credo che il modello di cittadinanza cinese abbia le sue radici, più che nel confucianesimo, nell’organizzazione della società comunista, dove il controllo reciproco era molto presente e il senso del collettivo insegnato e praticato per generazioni dal ’49 ad oggi.

 

Il secondo aspetto fondante della società cinese che Fang Fang ci presenta a piene mani è la censura, ed è su questo che tanti recensori si sono soffermati. Giustamente, ma anche perché la guerra fredda mediatica tra Cina e Occidente è cominciata. In realtà la censura è filo conduttore del libro. Fang Fang non nasconde la sua indignazione per il modo in cui le voci libere che cercavano di dare l’allarme su un virus furono tacitate: c’è nei primi capitoli una cronaca abbastanza fedele dei giorni di dicembre e gennaio, e presto ci si imbatte nella frase: uno dei miei post su weibo è stato cancellato. E così alcuni suoi commenti brevi su wechat. In Cina come è noto il controllo statale sulla rete è ferreo, sono accessibili solo i social autoctoni, weibo e wechat. E i commenti sgraditi vengono cancellati, siano essi quelli dei medici che danno l’allarme sanitario, o quelli di Fang Fang che critica l’operato del governo. Non solo lei: i primi giorni della chiusura si scatenò un’ondata di proteste tale che perfino la censura faticava a starle dietro, e qualche osservatore ha commentato che è apparsa chiara la scelta del regime, a quel punto, di allentare la morsa, di lasciare una valvola di sfogo. È probabilmente questo che ha consentito a Fang Fang di continuare a postare per due mesi, a volte grazie al rilancio di testate e siti indipendenti: la stessa agenzia di stampa di stato l’ha più volte intervistata, scegliendo poi quali tra le sue parole pubblicare e quali oscurare.

 

Nel corso dei sessanta giorni di questi Diari da Wuhan il ‘sentiment’ muta, e Fang Fang si troverà presto ad affrontare la muta di fustigatori che la accusano di tradire la patria. Niente di nuovo, qui, rispetto alle nostre longitudini, se non che noi sappiamo che i troll e gli haters non sono (del tutto) spontanei in Cina: contro Fang Fang si scatena ‘l’esercito dei 50 cents’, quei due milioni persone pagate mezzo yuan per postare testi e commenti favorevoli al governo (ma lei non li nomina mai, si limita a parlare dell’esercito degli ‘estremisti di sinistra’, termine che dà l’idea del cortocircuito che ci propone la Cina: noi li chiameremmo sovranisti). Questa è la Cina e la ritroviamo tutta qui. Il virus, e la crisi economica che ne deriva, ha indotto una modifica al sistema: i cinquanta cents son diventati di recente quaranta, e venti in caso di contenuti brevi. È normale, mi hanno sempre raccontato, che il regime alterni momenti di chiusura a aperture al dissenso, o comunque alla libera espressione. I Diari sono una buona testimonianza di questa ambivalenza.

 

L’interesse a leggere i Diari va però più in là. Wuhan e l’Hubei hanno subito una profondità di contagio simile a quella della Lombardia (va calcolata, però, moltiplicando per quattro o cinque i numeri ufficiali, come suggeriscono molte fonti e come Fang Fang suggerisce molto velatamente). Il governo ha deciso un livello di chiusura che supera di molto quello lombardo e italiano in generale, anche perché ha scelto di differenziare tra l’Hubei e il resto della Cina. La chiusura di Wuhan termina solo quando molti indicatori arrivano a zero: in Lombardia la chiusura non era più forte che nel resto d’Italia, e siamo come è noto molto lontani dal vedere degli zeri.  

 

Concludo con un aggettivo che non sono solito usare quando do conto di una lettura: ho trovato Wuhan, Diari da una città chiusa paradossalmente un po’ noioso. È proprio nella scrittura, nella tessitura dei paragrafi e delle frasi che io faticavo a trovare stimolo per proseguire la lettura, farraginosa. L’editore ha scelto di tradurre dall’edizione inglese, e non direttamente dal cinese: scelta sempre sciagurata, che ovviamente come in un telefono senza fili ottunde la scrittura, le toglie vita. 

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