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Cosa resterà degli umani

In questi ultimi anni, dominati dall’immaginario dell’Antropocene, noi umani ci interroghiamo sulla nostra permanenza sul pianeta iniziando a vederla come effimera e a prendere in considerazione l’idea della morte della specie come un’ipotesi più che concreta. L’estinzione di massa è entrata stabilmente nel nostro quotidiano e abbiamo iniziato a convivere con l’idea della nostra scomparsa dall’orizzonte della storia del pianeta Terra. Quanto di tutto ciò è legato al fascino dell’eternità che almeno da Parmenide in poi ha impregnato tutto il mondo occidentale? Il pensiero greco fin dalle origini si è contrapposto al fluido universo del mito e nell’affannoso tentativo di fondare un metodo razionale, si è incamminato su di un sentiero dove il divenire e la trasformazione sono volentieri relegate nella categoria delle illusioni. Ora, di fronte all’idea della scomparsa, il panorama sembra essersi rovesciato, l’uomo razionale si trova impreparato e non può far altro che cercare conferme della propria esistenza nelle tracce fisiche che ha lasciato sulla terra, come se l’idea di eternità immutabile si fosse rivelata una delle più consolatorie illusioni costruite dal nostro imprevedibile cervello. 

 

David Farrier insegna letteratura inglese all’Università di Edinburgo e si è chiesto cosa resterà della nostra presenza sulla terra fra qualche millennio. Il risultato è Footprints, In Search of Future Fossils, uscito per Harper Collins in Inghilterra nel marzo 2020 e non ancora tradotto in italiano. Farrier parte dai segni più evidenti, le grandi infrastrutture, strade e ponti, per passare alle città dove la sua cultura letteraria emerge nei riferimenti a diversi autori tra i quali due magnifici visionari molto diversi fra loro, il nostro Calvino con le sue Città invisibili, e Ballard. Farrer analizza i processi che porteranno inesorabilmente le nostre megacittà a trasformarsi un un sottile strato di cemento, acciaio e vetro, notando come tutto quello che stiamo producendo parlerà di noi nel futuro, anche il contenuto dei nostri panini. Ogni anno sessanta miliardi di polli vengono uccisi per il consumo umano, nel futuro, le loro ossa fossilizzate saranno presenti su tutti i continenti e magari diventeranno materiale d’uso per i futuri designer. Fra cento milioni di anni, ciò che resterà di città come New York sarà un sottile strato non più spesso del deposito di polvere di una piscina abbandonata, “urban stratum” lo chiamano gli esperti.

 

David Farrier, Footprints.


Nel 2009 l’International Commission of Stratigraphy (ICS) ha formato l’Anthropocene Working Group, un gruppo di geologi, archeologi, biologi, esperti di cambiamenti climatici e ambienti polari e marini, con l’obbiettivo di studiare quali e quanti cambiamenti stia provocando l’era dell’Antropocene. Dai risultati di questa investigazione risulta evidente come ci sia stata un’accelerazione notevole negli ultimi centocinquant’anni, in corrispondenza con il predominio del sistema di produzione industriale. In questo lasso di tempo l’attività umana ha forzato i cambiamenti del sistema Terra 170 volte più velocemente rispetto ai processi naturali, abbiamo spostato materiale minerale per costruire più che nei cinque millenni precedenti, la domanda di sabbia è seconda solo a quella di acqua, circa quaranta miliardi di tonnellate all’anno, e parallelamente è aumentata a dismisura la produzione di materiali artificiali come l’alluminio, oggi se ne producono cinquecento milioni di tonnellate, abbastanza per avvolgere tutti gli Stati Uniti con il domopack. 

 

La fossilizzazione delle città seguirà ovunque lo stesso processo: inondazione, abbandono, sedimentazione. Entro la fine del secolo, le acque si alzeranno almeno di un metro. Sembra poco, ma ci sono isole e città che probabilmente scompariranno, come Tuvalu nelle Maldive, Bangkok e Singapore, mentre Amsterdam e Venezia, già abituate alla presenza dell’acqua saranno probabilmente abbandonate. Ballard nel suo Il mondo sommerso, scritto nel 1962, ci dà una visione del primo stadio. Fa caldo, nel mondo immaginato da Ballard, il protagonista vive agli ultimi piani di un lussuoso hotel abbandonato di quella che era Londra e che ora è una laguna abitata da piante e animali tropicali e i sogni che invadono la mente di tutti i superstiti riportano ai tempi in cui a dominare la terra erano i rettili. Chi dominerà la terra dopo che ce ne saremo andati? Quale megafauna prenderà il posto dei nostri graziosi pet che scompariranno con noi? Il fascino del mondo senza umani inesorabilmente si sta facendo strada nelle nostre menti e ci riporta al Pleistocene e prima, ai miliardi di anni durante i quali la vita proliferava e si estingueva senza nessun bisogno di occhi umani a contemplarla

 

J.G. Ballard, Il mondo sommerso.


Nel 1956 Roland Barthes visitò una mostra di prodotti di plastica. Ne fu affascinato, ci vide una magia, come fosse una materia alchemica capace di infinite trasformazioni, in grado di essere un secchio o un gioiello, la definì “la prima sostanza magica che può permettersi di essere prosaica”. Negli anni Cinquanta si produceva plastica per due milioni di tonnellate all’anno, nel 2015 i milioni sono diventati quattrocento. Farrel si trasforma in un abile narratore e ci racconta la storia di una bottiglia di plastica partendo da 150 milioni di anni fa fino oltre il presente. Già nel design si fanno ipotesi di nuovi materiali derivati dalla fossilizzazione delle plastiche depositate sul fondo degli oceani che poi, con trasformazioni che hanno i tempi della geologia, si ritrovano di nuovo all’aria inglobate in masse rocciose ormai mutate in materie in cui l’elemento umano che rappresenta è indissolubile da quello naturale. 

 

Nel 2017 alla galleria Subalterno 1 a Milano si è svolta la mostra Anthropocene curata da Stefano Maffei e Marcello Pirovano, nell’introduzione Maffei scrive: “siamo immersi in un cambiamento costante sostenuto da una tecnologia mutante, consapevoli che l’intelligenza umana stia assottigliando il confine tra uomo e natura. (…) Perciò stiamo costruendo un rinascimento del progetto fatto di nuove idee, processi e materiali come antidoto alle minacce che noi stessi generiamo. Anthropocene non è solo il riconoscimento di un fallimento ma una chiamata all’azione che non possiamo rifiutare.” Tra oggetti derivati dall’azione di funghi o accumulo di sali su strutture artificiali, c’era Craft in the Anthropocene, della designer francese Yesenia Thibault-Picazo, un’indagine iniziata nel 2012 su geologie future che esplora materiali immaginari derivati dalla nostra azione sull’ambiente. Oltre alla plastica dei detriti galleggianti nell'Oceano Pacifico e agli scarti di alluminio del Tamigi, la designer immagina di usare un possibile “marmo osseo” derivato dalla sedimentazione delle ossa delle migliaia di bovini e ovini morti in una epidemia inglese del 2001. Quali altri materiali nasceranno dall’incontro fra geologia e design? È di nuovo il tempo della trasformazione, del pensiero mitico, l’unico in grado di evocare ragioni alla nostra effimera presenza. 

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Yesenia Thibault-Picazo, Craft in the Anthropocene.