Dalla fine della Storia alla fine della democrazia?

Tra i tanti segni inequivocabili dell’incertezza e imprevedibilità dei nostri tempi, basterebbe registrare la singolare circostanza per la quale, a distanza di meno di un trentennio, dopo l’enfatico annuncio sull’insuperabilità della democrazia liberale, come esito finale e irreversibile del processo storico-evolutivo dell’intera umanità, fatta dal politologo americano Francis Fukuyama in La fine della storia e l’ultimo uomo, all’indomani della caduta del Muro di Berlino, esce oggi il libro del politologo inglese David Runciman, docente a Cambridge, intitolato How Democracy Ends (appena edito in Italia: Così finisce la democrazia. Paradossi, presente e futuro di un’istituzione imperfetta, Bollati Boringhieri, Torino 2019), dove si parla, invece, di fine della democrazia, anche se col suggerimento originale di intenderla in un modo nuovo, cioè non come scomparsa o rovesciamento in un regime autocratico. Sempre più esautorate di meccanismi decisionali fondamentali emigrati verso istituzioni e organismi internazionali, cioè oltre quei confini dello Stato nazionale entro cui hanno trovato la loro fioritura storica, l’humus naturale di crescita e lo spazio di effettiva sovranità, le democrazie mature occidentali, già da qualche decennio, a dispetto dell’annuncio di Fukuyama, hanno cominciato a crogiolarsi in uno stato di stagnazione, paragonabile forse allo stato di “noia” descritto da Giacomo Leopardi nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare. Infatti, catturata da un desiderio puro e vuoto di felicità, smarrita nella mancanza di nuovi obiettivi di medio-lungo termine (più libertà? più welfare? più rule of law? più sussidiarietà?), la politica democratica si è trovata sopraffatta dalle forze globali della tecnoscienza e del capitalismo finanziarizzato e delle multinazionali.

 

Le forze che un tempo si vantava di addomesticare, regolare, sovraordinare, ma che adesso si ritrova a rincorrere, assecondare, limitare o subire, traendo, comunque, “legittimità” solo dal garantire o promettere crescita economica e benessere materiale (una politica ridotta a biopolitica, pertanto). Con la duplice conseguenza di favorire l’assimilazione della prassi politica a quella del marketing e di scatenare una mobilitazione amorfa, rancorosa, sorda, quando quelle promesse o garanzie non sono immediatamente soddisfatte, offrendo così la possibilità a movimenti o leader populisti d’incunearsi e di rilanciare la propria offerta fumosa e accattivante, con ulteriori distorsioni e avvitamento della crisi. Uno scenario che già analisti autorevoli come Ralph Dahrendorf o Colin Crouch avevano definito di “post-democrazia”, cogliendo nell’incepparsi di elezioni e Parlamenti e nella preponderanza delle lobby economiche i segni di una metamorfosi irreversibile rispetto alla democrazia classica. Anche David Runciman è convinto che “oggi la democrazia rappresentativa è stanca, rancorosa, paranoica, illusa, lenta e spesso inefficace”, ma è altrettanto convinto che anche l’esito più balordo o minaccioso di questa crisi (come il trumpismo, l’orbanismo o il caos della Brexit) non può costituire il preludio di uno sbocco autoritario o totalitario, come lo fu per la crisi delle democrazie europee “giovani” degli anni Trenta.

 

Semmai, di una palude in cui si accumulano disfunzioni o inefficienze, non senza che scattino peraltro le possibili contromisure del deep State, oppure di un cedimento pezzo per pezzo, di lungo periodo, di cui rischiamo di non accorgerci, dal momento che, contestualmente, la fiducia sostanziale nelle istituzioni di base della democrazia non risulta compromessa. L’epidemia di rabbia populista che negli anni del primo dopoguerra poteva trasformarsi in fascismo o socialdemocrazia, nelle società addolcite dal benessere di oggi,  prive della propensione alla violenza del passato, può generare solo una spirale di teorie del complotto incrociate tra le diverse fazioni che si propongono di risarcire il popolo del “furto” di potere che avrebbe subito. Con dovizia di argomenti e di dati, lo scienziato politico inglese dimostra l’impraticabilità attuale di colpi di Stato (militari, esecutivi o promissori, secondo la classificazione di Nancy Bermeo) e l’impossibilità che i fallimenti della democrazia si traducano oggi nel backsliding alla condizione pre-democratica o a dittature militari del passato. Come dimostra il caso della Grecia, la cui democrazia è sopravvissuta anche nei momenti più difficili di gestione della crisi finanziaria che l’ha portata sull’orlo del default,  confermando, così, secondo Runciman, che “nessuna democrazia è mai tornata al governo militare dopo che il PIL pro capite ha superato ottomila dollari… Quando tutti –  soldati e politici, ma anche i comuni cittadini – hanno molto da perdere, ci pensano due volte prima di distruggere l’intero sistema”. Il che non esclude, come dimostrano i casi dell’Ungheria, della Polonia, della Turchia, che le democrazie parlamentari non siano esposte al pericolo di colpi di Stato striscianti sotto forma di “ampliamento esecutivo”, da parte dei detentori del potere che smantellano poco alla volta le istituzioni democratiche senza nemmeno rovesciarle. 

 

La stessa eventualità di catastrofi globali come quella ecologica o climatica non appare decisiva per sostituire  la democrazia o per ridurne gli spazi d’intervento a favore degli esperti, nel timore non di rado espresso che essa possa essere un ostacolo,  considerata la tendenza degli elettori a prendere in considerazione le questioni di politica di base e non i rischi esistenziali, la cui portata è incerta, non visibile o non immediata. Certo, c’è il rischio di andare come sonnambuli verso la catastrofe, ma c’è anche l’azione dei politici lungimiranti e funamboli e, anche se più assottigliati, rimangono i vantaggi che offre una democrazia in caso di pericoli ambientali. Uno è il potere effettivo dei gruppi di pressione e dei movimenti ecologisti che sono in grado di portare alla luce verità scomode; l’altro è l’economia di mercato, che può sperimentare soluzioni alternative a quelle inquinanti o alteranti l’ecosistema. Ma, i pericoli e i disastri potenziali connessi al cambiamento climatico, alla proliferazione di ordigni nucleari, allo sviluppo dell’automazione e delle macchine intelligenti, di cui potremmo perdere il controllo, richiedono un risveglio delle coscienze, una forte presa sull’immaginario collettivo, un riorientamento della politica dall’ossessione dell’economia e degli interessi nazionali alla creazione di civiltà e agli interessi mondiali. Ci sarà nelle democrazie del XXI secolo? Non possiamo saperlo.

 

 

Nondimeno, per Runciman, impedire alla politica e alla volontà democratica di interferire in progetti di salvataggio dell’umanità (e, quindi, impedire al Trump di turno di disimpegnare il proprio Paese dagli accordi sul clima), sarebbe un errore altrettanto fatale, perché continuerebbe ad alimentare il risentimento populista e la paranoia del complottiamo, in cui oggi siamo impelagati. Ecco, un modo in cui la democrazia potrebbe finire, senza essere cancellata o rovesciata, ma con essa anche e prima ancora finirebbe la civiltà.  A questo punto, si potrebbe sperare negli straordinari progressi della rivoluzione informatica, che per la sua offerta di nuovi media “trasparenti” e partecipati potrebbe prevenire la rabbia populista, e ci si potrebbe affidare o sempre più a esperimenti di democrazia diretta e digitale (come nell’Islanda del 2008 con il varo della nuova Costituzione) o all’elaborazione dati e all’apprendimento automatico delle macchine intelligenti, che deciderebbero più saviamente al nostro posto (come ha scritto lapidariamente, tre anni fa, un ingegnere informatico di Amazon: “Anno dopo anno, la persona media diventa più stupida e i politici più bugiardi. Al contrario, i computer diventano sempre più intelligenti. Alla fine sarà più saggio lasciare a loro il compito di prendere le decisioni e governarci”). Ma, nel primo caso, penseremmo di conservare e ampliare la democrazia illudendoci di aggirarne la fatica, con l’effetto probabile di tribalizzarla di più, mentre solo la politica può salvare la politica e non la rete. Nel secondo caso, l’utopia di sostituire la gelida macchina hobbesiana dello Stato, che la democrazia pluralista ha umanizzato, con le macchine dell’intelligenza artificiale, ci farebbe sviare dalla vera e opposta urgenza.

 

E, cioè, che la politica riprenda il controllo sulle macchine e sulle persone che oggi le controllano (le grandi aziende hi-tech), altrimenti corriamo il rischio di non utilizzare le macchine per risolvere i nostri problemi, ma di limitare l’agenda politica solo ai problemi che possono essere risolti dalle macchine. 

Ancora perplesso è David Runciman sulla possibilità che noi possiamo sostituire la democrazia con altre alternative che il XXI secolo già offre. Ad esempio, quella dell’autoritarismo pragmatico, incarnata dal governo comunista cinese, che, al contrario delle democrazie che offrono dignità e libertà personale e benefici collettivi (a lungo termine), promette benefici personali e dignità collettiva (ovvero il nazionalismo). Difatti, il futuro politico della Cina rimane un’incognita nel momento in cui i benefici materiali a breve termine verranno a esaurirsi e quest’ancora di legittimazione verrà meno. Lo stesso vale per l’altra alternativa, che ha antecedenti moderni nobili nel “platonismo democratico” di John Stuart Mill e di nuovo sfoderata da alcuni autorevoli dipartimenti di scienze politiche come antidoto alle fibrillazioni dell’era di Trump e Modi, del cambiamento climatico e delle armi nucleari: l’epistocrazia. Il governo dei competenti, di chi sa, di chi è altamente istruito, da non confondere con la tecnocrazia, il governo dei tecnici e degli ingegneri. Un sistema di governo che espone a tanti inciampi e inconvenienti, secondo Runciman.  Ad esempio, chi decide chi sono i competenti a redigere i test con cui dobbiamo selezionare i competenti in grado di prendere le decisioni politiche e gli ignoranti da scartare e privare di questa prerogativa? Siamo sicuri di voler preferire all’incompetenza del demos, l’arroganza degli epistocratici e i vicoli ciechi a cui quest’ultima potrebbe condurci, assodato che nessuno è infallibile, nemmeno gli epistocratici? Il discorso di Runciman non finisce, comunque, nella visione rassegnata di una democrazia che ristagna, incapace di salvare se stessa da se stessa. 

 

Mantiene aperto il futuro, lanciando un monito su questo scenario inedito e invitando, anzi, a considerare, a differenza di Churchill, la democrazia non come il meno peggiore dei sistemi politici, bensì come il migliore nelle condizioni peggiori. In una democrazia scoppiano più incendi, ma altrettanti ne vengono spenti, avrebbe detto Alexis de Tocqueville (essendo al centro dell’indagine di Runciman il caso paradigmatico degli Stati Uniti, dopo l’elezione di Trump, il libro forse ha l’aspirazione di essere, in un certo senso, la riedizione della Democrazia in America di Tocqueville, a distanza di poco meno di due secoli, fotografando la “crisi di mezza età” delle democrazie occidentali, dopo la fotografia sul suo stato nascente compiuta dal francese). Pur ponendosi di fronte al suo oggetto di studio come uno scienziato politico, che non vuole tradire preferenze né eccedere in previsioni, e nonostante la tonalità pessimistica del titolo, David Runciman non nasconde in tutto il libro di confidare nella virtù che la democrazia ha di essere e di riattivare la sua natura intrinsecamente sperimentale e di non cristallizzarsi nello status quo

In ogni caso, oltre al senso drammatico shakespeariano del politologo di Cambridge, che, alla fine del libro, immagina e racconta l’elezione inaspettata e rocambolesca nel 2053, negli Stati Uniti d’America, di un Presidente outsider, finalmente uscito non dai ranghi manageriali o dalle famiglie proprietarie delle grandi aziende hi-tech (Facebook, Amazon, Google, Apple), si potrebbe concludere facendo appello anche al senso realistico machiavelliano del politologo di Firenze (poi prestato alla Columbia University) e alle sue formulazioni scettiche ma ragionate, convergenti nello stile peraltro con quelle di David Runciman.

 

Come scrisse, dieci anni fa, Giovanni Sartori, in democrazia “dobbiamo distinguere tra la macchina e il macchinista. I macchinisti non sono un granché. Però la macchina è buona. Anzi, di per sé è la migliore macchina che sia mai stata inventata per consentire all’uomo di essere libero e di non essere sottoposto alla volontà arbitraria e tirannica di altri uomini (…) Io non credo che la democrazia richieda importanti innovazioni strutturali. Sono preoccupato dei macchinisti (…) E siccome ci aspettano sfide durissime, il bambino viziato (il macchinista) sarà in grado di affrontarle? Spero di sì. Ma non ne sono per niente certo. Resta da sperare, comunque, in nuove generazioni di giovani che mi smentiscano. Io ho finito. Ora tocca a voi. Auguri”. 

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