Democrazia

Il testimone, il chimico, lo scrittore, il narratore fantastico, l'etologo, l'antropologo, l'alpinista, il linguista, l'enigmista, e altro ancora. Primo Levi è un autore poliedrico la cui conoscenza è una scoperta continua. Nel centenario della sua nascita (31 luglio 1919) abbiamo pensato di costruire un Dizionario Levi con l'apporto dei nostri collaboratori per approfondire in una serie di brevi voci molti degli aspetti di questo fondamentale autore la cui opera è ancora da scoprire.

 

È l’inverno del 1986, l’intervista è filmata nello studio di Primo Levi a Torino. Il giornalista della RAI è giunto quasi alla fine di una conversazione a tutto campo e prepara le domande ad effetto. “Levi, lei crede ancora in qualcosa?”, chiede con trepidazione. Levi ci pensa su un attimo; mai stato tipo da risposte affrettate, lui. “Sì”, dice poi convinto, “Credo ancora alla democrazia”. Il giornalista si entusiasma. “È un valore!”, commenta. A questo punto Levi lo guarda in tralice, come uno che avesse detto che fuori piove mentre splende il sole, e lo gela così: “No. È una tecnica…”.

Nelle mie ricerche per La strada di Levi, il film che con Marco Belpoliti dedicammo a ripercorrere l’itinerario di La tregua nel 2005, la visione di questa intervista tv è un ricordo indelebile, perché quella risposta rivela l’originalità e la brillantezza del Levi pensatore, e la sua particolare posizione nella storia della cultura italiana. Da ebreo, aveva evitato di crescere sotto l’educazione delle due grandi “chiese” nazionali: il cattolicesimo e il comunismo. E in quanto chimico, aveva sempre avuto poca simpatia per l’idealismo. Anche l’esperienza del lager fu, per lui, un “laboratorio”.

 

 

Levi guardava alla società umana da un punto di vista fattuale, senza farsi però mai contaminare dal cinismo: come avrebbe potuto, dopo Auschwitz? Ecco così che il suo sguardo sui problemi della contemporaneità era unico, perché prescindeva in gran parte dalle illusioni dei Valori Assoluti ed Eterni. In un saggio “minore”, per esempio, Levi proponeva di leggere la storia con le leggi della fisica: “Il disagio che pesa su di noi in questi anni nasce di qui: non percepiamo più forze di richiamo, omeostasi, retroazioni. Il mondo ci sembra avanzare verso una qualche rovina e ci limitiamo a sperare che l’avanzata sia lenta” (“Il brutto potere” in L’asimmetria e la vita”, a c. di M. Belpoliti, Einaudi 2002).
In questa prospettiva, l’idea della democrazia come “tecnica” è fenomenale. Per prima cosa, ridicolizza qualsiasi pensiero della sua esportazione con le armi, slogan che ci è stato ripetuto più volte in questi decenni, dall’Iraq all’Afghanistan. Tanto per cominciare: se è comprensibile (forse) fare la guerra per un principio, chi lo farebbe per una “tecnica”? La democrazia non è un valore in sé, è solo un modo per far funzionare le società. Infatti, corrisponde a certe condizioni storiche ed economiche; e non è detto che produca sempre e dovunque un risultato migliore di altre forme di gestione del potere, là dove le condizioni materiali e culturali non lo permettono, come si è ben visto.


L’interpretazione della democrazia come “tecnica” porta anche a considerazioni di estrema attualità. Levi si riferiva infatti alla storia della democrazia come l’aveva conosciuta: e cioè lo sviluppo sul cammino della rappresentanza di tutti gli individui, formalizzato in sistemi parlamentari i cui attori principali erano i partiti. Ma quando la tecnologia modifica la tecnica, cosa succede? Abbiamo tutti sotto gli occhi come sia mutata l’idea di “rappresentanza” negli ultimi dieci anni, e come la rete abbia cambiato relazioni tra elettorato ed elettori che ci avevano messo secoli per strutturarsi. Si è generato il paradosso per cui più si partecipa al dibattito politico nelle forme social, più si produce astensione nei fatti. Ma non si deve fare l’errore di demonizzare il web in quanto tale: come direbbe Levi, è solo l’applicazione di una tecnica. Bisognerebbe riflettere meglio su come democrazia e rete si condizionino a vicenda. Purtroppo questo è un campo (aperto all’utopia) su cui la sinistra storica si è ritrovata spiazzata, lasciando spazio alla deriva vagamente orwelliana della Casaleggio e Associati.  (È una chiamata a correo, sia chiaro: ancora adesso non ho Facebook né Twitter né Instagram e so che perdo una parte di percezione della realtà – anche se così ne conservo un’altra). Levi, nella sua prospettiva particolare, avrebbe potuto dirci cose illuminanti, su questo.

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