Dolore e polvere

Fauda, Baghdad Central, Tehran

Fauda, in arabo, significa caos. In vocabolario Treccani, in senso figurato, significa grande disordine, confusione, di cose o anche d’idee, di sentimenti… in particolare disordine e grave turbamento nella vita sociale e politica. Nella primavera della cinematografia israeliana stanno pullulando produzioni di formidabile fattura: dopo il filone fortunatissimo dell’ortodossia ebraica (Unorthodox, o Shtisel di cui presto avremo la nuova stagione) ora c’è l’azione antiterrorismo, o spionistica. Di Fauda (Yes-Satellite Television, in onda su Netflix), scritta dal 2015 da Avi Issacharov e Lior Raz mi sono divorato in un binge watching psichedelico le prime tre stagioni, prodotte sino al 2020. Mio figlio era preoccupato, perché ha sentito per giorni urla in arabo e in ebraico, spari, motori in inseguimento, spari, urla, urla e spari, con la colonna sonora adrenalinica di Gilad Benamram, che aggiorna sulla bella scena della world music israeliana-palestinese questi giorni.

 

«Pa’, vedo che ti prende sta serie eh?» ogni tanto diceva mio figlio affacciandosi con la luce del giorno o della notte dallo spigolo: già, perché mi ha preso tanto?

Perché, pur avendo studiato e studiando continuamente la più contorta e diacronica delle beghe della politica internazionale, ovvero la cosiddetta “questione palestinese”, che si intreccia con la “questione israeliana” e altre decine di questioni, dal colonialismo al postcolonialismo, dal capitalismo petrolifero ai persistenti incomprensibili conflitti interreligiosi, io non riesco a intravvedere tuttora un bandolo della matassa per uscirne e interrompere questa ultra centenaria catena di sangue, odio, dolore nella polvere mediorientale. 

 

Fauda.


Dopo i primi episodi, dopo che per ogni episodio muoiono cinque o sei palestinesi di Hamas e un agente antiterrorismo dello Shin Bet israeliano (l’agenzia antiterrorismo interna, che opera in particolare infiltrata nei territori palestinesi e nella striscia di Gaza), capisci che il vero protagonista è il corpulento agente israeliano Doron, interpretato dall’attore Lior Raz, anche showrunner della serie. Lo vediamo, con la sua squadra, allenarsi ogni giorno in una anonima baracca cui si accede dalle solite strade polverose, ocra, accecate di luce; pugilato, krav maga, scazzi con i compagni, scopate con le colleghe, e poi via, arriva la telefonata e si parte in missione. Così una due volte tre a episodio, perché evidentemente così è il caos in cui vive Israele dal 1948. Nemici ovunque, rischio ovunque, pace mai, relax mai, se non come parentesi, come un’oasi dove dissetarsi ogni tanto nel deserto polveroso e abbacinante del caos. Quando un agente torna a casa allora vediamo una giovane bella moglie (tutte belle qui, eh: israeliane travestite da palestinesi, palestinesi infiltrate o di qua o di là o sia di qua che di là) che aspetta il suo pericolante marito che riabbraccia per una notte i suoi bellissimi bambini in case con giardinetto confortevoli e tranquille. Oppure arriva il suv nero dei capi, che annunciano che questa volta sul terreno è rimasto tuo marito.


Allora gli israeliani piangono, si addolorano, e poi scherzano malinconici al buffet dopo la sepoltura. Quando muoiono a frotte i palestinesi invece no, cascano giù come dummies, e non c’è tempo per il dolore privato, solo ogni tanto c’è un inferocito funerale-manifestazione di strada di Hamas, con bandiere verdi, bandiere israeliane e americane bruciate, raffiche di mitra nel vento. 

Questa del diverso tempo dedicato a un lutto è l’unico limite di Fauda, che invece ci brucia il cervello nel ritmo vorticoso del rischio, dell’azione, nelle infinite trame di spionaggio, ricatto, rapimenti, trattative che – lo sappiamo – non finiranno mai. Perché la forza di Fauda è nello spiegarci che i palestinesi odiano i “bastardi cani sionisti” mentre gli israeliani trattano i palestinesi come pericolosi teppisti da tenere a testa bassa; e che la vera catena karmica infinita di dolore-odio-tortura-vendetta-tortura-odio-dolore, di palestinesi che parlano ebraico e israeliani che parlano arabo,  è ormai una gigantesca metastasi che coinvolge fratelli, sorelle, cugini, amanti, mogli, fidanzate, mariti: questa di fatto è una guerra civile senza né capo né coda, storicamente, che si combatte in un fazzoletto di pochi chilometri quadrati, assolati e polverosi, in cui si è in casa o in territorio nemico se fai un chilometro a piedi.

 

Baghdad Central.


Con Baghdad Central (sky atlantic) torniamo indietro, al 2003, nella capitale irachena occupata da truppe americane e intelligence britannica; è una miniserie in sei episodi scritta da Stephen Butchard e diretta da Alice Troughton nel 2020 la produzione Channel 4: non fa sconti al marcio che un agente inglese intrallazza con trucidi mercenari, trafficando traduttrici arabe selezionate da una docente universitaria irachena che scopriamo essere la capa di una prima cellula di resistenza democratica, non filo-Saddam Hussein, ma laica e pre-Daesh; il protagonista è un ex ufficiale della polizia irachena che diventa collaborazionista con la coalizione occidentale per poter curare il diabete di una figlia; l’altra figlia invece scappa di casa e agisce nella cellula della resistenza irachena. Waleed Zuaiter è l’attore, e come i colleghi di Fauda ci rivela la nuova generazione di attori di lingua araba ed ebraica. Gli autori inglesi non hanno nessun pudore a spiegarci che la sporca guerra irachena ha distrutto un Paese senza altro perché che il neoimperialismo petrolifero. Non c’è giustizia, e anche qui la guerra civile ingoia padri, figli, zii, amori e amicizie e tutto sporca, corrompe, deprime, lasciando solo alle ultime sequenze della prima stagione la labile speranza che qualche giovane iracheno possa un giorno costruire un nuovo Iraq. Il capo dei marines è interpretato da Corey Stoll (che già avevamo visto in House of Cards), e tutto sommato è un brav’uomo che capisce chi è marcio senza etica e chi ha un’etica adattabile alle impossibili condizioni del momento. Come in Fauda la parte dei cattivi la fanno solo i primi nuclei jihadisti, che sono maschilisti e accecati dal fanatismo religioso, che rimpicciolisce la loro umanità e i loro sentimenti sotto il tambureggiare della gloria religiosa.

 

Ancora israeliana è Tehran (produzione Kan 11, su Apple tv, seconda stagione in lavorazione), girato nei quartieri periferici di Atene per raccontare di una agente del Mossad, questa volta, una ovviamente bellissima ragazza ebrea-iraniana (Niv Sultan l’ottima interprete) che si infiltra in Iran come hacker, per disattivare la centrale elettrica che dà energia ai radar del regime islamico sciita; i caccia israeliani devono bombardare e radere al suolo una centrale nucleare dove Israele è certa si stiano preparando ordigni atomici per cancellare dalla faccia della Terra gli odiati sionisti. Daniel Syrkin in regia, showrunner Moshe Zonder, colonna sonora perfetta di Mark Elyahu (la sigla è israeli electropop). Essendo qui la scena metropolitana la narrazione è più spionistica, la tensione sobbarca i colpi di scena, ma anche questo thriller affonda nella carne dei sentimenti la lama della guerra fredda in corso tra Iran e Israele: l’agente del Mossad seduce ma si innamora, e deve poi sacrificare il suo giovanotto alternativo iraniano; gli agenti sul campo sono pilotati dalla cabina di crisi, e alla fine mi chiedo: perché tanti giovani (professionisti volontari) rischiano la loro vita obbedendo a ordini superiori presi da una morbida sedia girevole in pelle? Cosa li ha spinti a vivere flirtando con la morte, violenti e violentati? Sam Mendes negli ultimi dieci anni è riuscito a spiegarlo con Daniel Craig 007?

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO

Tehran.