Dove tira l'Ostro

Sandro Campani, classe 1974, approda, dopo qualche vicissitudine, ai Supercoralli einaudiani. Una scelta non trascurabile di questi tempi, in cui vanno le scritture spoglie, mutuate da altri mezzi di comunicazione o quelle sentimentali, declinate su qualche spunto memorialistico, tanto per non dover imbastire una storia. E arriva Campani, così incatalogabile, così anomalo ma talmente accurato nella parola da evocare scrittori morti, poeti anche, con la sua dolcissima cantilena che richiama il fraseggio e la solitudine di Francesco Biamonti o il silenzio parlante di Andrea Zanzotto, quel segreto che risiede “dietro al paesaggio” a cui bisogna dare voce.

 

 

Con Campani, infatti, ritorna rivitalizzata la letteratura di natura, quella che timidamente si è riaffacciata nel nostro panorama con Giacomo Verri e il suo Partigiano inverno (Nutrimenti), con Claudio Morandini e il suo Neve, cane, piede (exorma) e ora con l'applauditissimo romanzo di Paolo Cognetti, Le otto montagne. Inattuale per scelta, isolato di necessità, lo scrittore emiliano, racconta una storia che parte con il passo dell'epica. L'aedo, colui che racconta è anche testimone dei fatti, un po' come insegna la tradizione post asburgica. Si tratta di Giampiero, un vecchio falegname con un braccio inutilizzabile, marinaio di lungo corso alla Stevenson. Una notte bussa alla sua porta Davide, l'uomo intorno a cui tutto il romanzo si concentra, portandosi dietro, dentro casa, tutto la frustrazione, il dolore, la tenacia e l'ostinazione che lo hanno condotto fino a lì. Davide è uno che ha perso tutto: l'amore di Silvia, il lavoro con le api, la falegnameria.

 

Giampiero gli vuole bene come ad un figlio, lui e l'Ida l'hanno allevato da quando la madre è morta prematuramente. Educato al lavoro, alla manualità attenta, alla devozione nei confronti degli oggetti, anche di quelli più umili, Davide sembra risvegliarsi solo quando incontra Silvia. Disfatta, distrutta dalle notti alcoliche, persa dietro ad un progetto andato in fumo, la ragazza si è trasferita a Bologna, dove Davide, con il furgoncino del miele, la ritrova buttata per terra a dormire in un parco e la riporta a casa. Per loro si apre una stagione felice, sposi, vivono al passo con la natura, con le sue stagionalità, le sue alternanze, convinti che “assecondandola, quel che potevano aspettarci era soltanto la primavera”. Eppure Davide non regge, gli scarsi guadagni lo portano a fare una scelta incompatibile con la presenza di Silvia. Nel suo salto dentro al fondo nero, Silvia sente di essere a sua volta in pericolo. I ricordi bolognesi l'assediano, il dolore di un tempo, una sorta di maledizione, stingono sulle arnie maltrattate, sui sentieri coperti di lattine, di chiodi, di trascuratezza da turismo familiare.

 

Questo Appennino basso, costellato da comuni dai nomi come Toano, Casola, Gazzano, luoghi così periferici da far apparire Bologna una vera metropoli, sono la catena che si stringe intorno a Silvia e a Davide fino a separarli per sempre, fino a renderli ostili nei corpi. Questo romanzo è un romanzo d'amore e struggimento, d'amore in assenza d'amore, d'amore con la bocca e il cuore ancor pieno di una nostalgia palpabile, viva. Come sono belle infatti le pagine in cui Davide racconta la meraviglia, lo stupore che lo coglie alla vista di Silvia, una conquista totale, una resa assoluta da stilnovista. Una vicenda che si consuma in una notte fino a quando l'alcol raggiunge la tacca segnata da Giampiero mentre fuori “tira l'Ostro e piove sabbia” ed è possibile imbattersi in una lince, presenza animale magica come nei racconti di Dino Buzzati, incarnazione del destino contro cui non possiamo opporci. Nulla di esotico, di virile, di alto in questa mezza montagna malmostosa. Solo personaggi fatti duri dalla perdita, dalla lontananza dal centro. Come l'Uliano, il padre di Davide, mutato in sasso dopo la morte della moglie. Ma lo sforzo maggiore di Sandro Campani sta tutto nella lingua, sempre adatta agli slittamenti dei personaggi, una lingua savia come Giampiero, uomo di memoria e compromessi, saggio narratore dalla chiosa illuminante sul contenuto della vita. Fatta di “svariate convenzioni e qualche omissione dolorosa”.

 

Sandro Campani, Il giro del miele, pp.248, euro 19,50, Einaudi, Torino 2017.

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