Erbe, piante, funghi

Che cosa è una droga? “Una sostanza che invece di essere vinta dal corpo (o assimilata come semplice alimento) è capace di vincerlo, provocando, seppur in dosi insignificanti se paragonate a quelle di altri alimenti, grandi cambiamenti organici, psichici o di entrambi i tipi”. Così scrive Antonio Escohotado autore di una monumentale Historia general de las drogas (1999). Non la vedevano certamente così gli sciamani dell’antichità, gli estensori di trattati farmacologici, greci romani e arabi, o Ippocrate, Galeno e Avicenna. Per loro era ancora qualcosa d’altro. Cosa? Per capirlo bisogna partire dalle erbe. Quando Colombo e i suoi successori sbarcano nel Nuovo Mondo sono colpiti dal fatto che gli indigeni usino vegetali a loro sconosciuti per ottenere energia, oltre che celebrare i loro misteriosi e sanguinari riti. I loro nomi sono: cohaba, coca, peyote, stramonio, ololiuqui, caapi, tabacco, e altri ancora. A quel tempo in Europa la maggior parte di queste piante sono sconosciute. L’unica che fornisce risorse simili, ed effetti quasi analoghi, è la vite, o meglio il suo frutto, l’uva, debitamente lavorato e trasformato in vino, oppure i cereali fermentati, da cui si ottiene la birra, bevanda nota già in epoca mesopotamica.

 

I navigatori, che stanno creando le premesse per i futuri imperi coloniali, probabilmente non sanno che in Europa da migliaia di anni si fa uso di piante ed erbe per ottenere risultati simili a quelli che Pisarro e i suoi compagni osservano nei regni che vanno conquistando, e insieme distruggendo. C’è una cesura che separa il mondo moderno, che sta per nascere, o che è già nato con la scoperta di Colombo, e il passato. Si chiama Medioevo. Questo periodo storico ha comportato una rottura con la tradizione medica dell’antichità, prima greca e poi romana, dove le sostanze che chiamiamo “droghe”, tratte da erbe, arbusti, fiori e piante – cosiddette “naturali”, contrapposte a “sintetiche” (LSD) e “semisintetiche” (eroina) – erano parte essenziale della farmacopea in uso. Ma c’è anche un’altra frattura, che precede questa, senza la quale non si capisce che importanza e che ruolo avessero nel passato le sostanze che noi chiamiamo “droghe”. Tra il VI e V secolo a. C. nelle civiltà antiche tramontano le religioni estatiche sorte nel corso della preistoria e fondate sull’uso di sostanze che oggi definiamo “psicoattive”. Nonostante il perdurare di eventi come i Misteri eleusini, religione e medicina si stanno separando, a tutto vantaggio della seconda. La medicina tende a diventare una realtà a sé.

 

Illustrazione di James R. Eads.


Le droghe prima di tutto curano. Con il Medioevo cade però un interdetto sulla farmacopea fondata sul mondo vegetale. La caccia alle streghe mette al bando i farmaci antichi; il cristianesimo stabilisce un rapporto stretto tra droga, lussuria e stregoneria, decretando la loro assoluta pericolosità. Le erbe curative sono ritenute uno degli elementi certi nelle pratiche sataniche. Per cui l’Inquisizione, istituita alla fine del Duecento e l’inizio del Trecento, comincia a perseguitare chiunque ne faccia uso. Se si torna indietro nel tempo, ad esempio nel Paleolitico, si scopre che l’Homo sapiens raccoglieva radici, funghi ed erbe, e tra gli effetti che cercava con le sostanze usate c’era quello euforizzante. Lo sciamanesimo è il fenomeno che accompagna la conoscenza del mondo vegetale, e comporta capacità terapeutiche e insieme di dialogo continuo con il mondo del divino. La farmacopea vegetale serviva a far “apparire” gli spiriti usando erbe dotate di proprietà psicoattive con reazioni stimolanti, piante con effetti narcotici o sedativi, e quelle che producono visioni di tipo allucinogeno; oltre alle piante, che trattate, generavano stati inebrianti. Le sostanze provenienti dal mondo vegetale erano viste come una sorta di dono dato agli uomini dalle divinità per consentire di comunicare con loro.

 

La prima droga-farmaco indicata in un testo arcaico, i Rg-Veda, è il soma, pianta magica e misteriosa, liquore estratto da piante sconosciute mescolato con miele e latte e altri elementi, come spiega Ananda K. Coomaraswamy; gli shivaiti indiani usavano invece una sostanza visionaria detta bhang, sempre di provenienza vegetale. La più antica delle fusioni di medicina, religione e magia, lo sciamanesimo, perseguiva lo scopo di gestire le tecniche dell’estasi cancellando le barriere tra veglia e sonno, cielo e terra, vita e morte. Il numero delle piante utilizzate era vasto: alloro, aloe, cannabis, cassia, olio ricino, mirra, mirto, melograno, senape, oltre all’onnipresente papavero e alle solanacee allucinogene, che contengono atropina e scopolamina, che arriveranno in Europa solo dopo Colombo. In Asia, e nella sua propaggine detta Europa, sono diffusi i funghi psicoattivi che producono visioni ed effetti inebrianti, il cui uso risale a tempi remotissimi.

 

Viste con l’occhio del naturalista, due sono le tipologie chimiche e farmacologiche dei funghi: il gruppo dell’Amanita muscaria e quello dei funghi psilocibinici (Psilocybe e Panaeolus). L’Amanita è forse il più conosciuto, anche perché il più rappresentato in disegni e incisioni. Come fa notare Giorgio Samorini, etnobotanico, autore d’innumerevoli libri sull’argomento, si tratta del fungo delle fiabe europee: grossa taglia e cappello rosso cosparso di macchie bianche; il toad-stool, lo “sgabello di rospo”, come lo chiamano gli inglesi. La sua ingestione provoca uno stato di ebbrezza che dall’euforia trascina fino alle visioni; si canta e si balla, e si manifestano stati di macroscopia. Prima che i funghi della visione tornassero di moda nel corso XX secolo, grazie al lavoro etnografico di un banchiere americano, Robert Gordon Wasson, e della moglie, Valentina Pavlovna, coadiuvati dallo scrittore e mitologo Robert Graves, autore di La dea bianca, erano perfettamente noti, tanto da essere presenti nelle rappresentazioni dell’antica arte rupestre del Sahara e in altri siti archeologici.

 

Nei riti degli aztechi, raccontano le cronache della Conquista, si usa il teonanácatl, ovvero “il cibo degli dei”, ingerito a scopo divinatorio. Nel 1953, quasi cinque secoli dopo l’arrivo dei Conquistadores, i coniugi Wasson si recano in Messico, e due anni dopo, nel corso della loro terza missione, partecipano a una cerimonia in cui Maria Sabina, una curandera, pratica esperienze curative a base di funghi psilocibinici seguendo uno schema molto antico. Il 1953 è anche l’anno in cui William S. Burroughs va in Perù, Colombia, Panama ed Ecuador alla ricerca dello yagé, o ayahuasca, la liana amazzonica da cui si ricavano decotti, con lo scopo di raggiungere lo “sballo supremo”. Lo racconterà dieci anni dopo in Lettere dello yage, scambio epistolare con Allen Ginsberg, destinato a diventare uno dei libri cult degli anni Sessanta. Nello stesso periodo, un aspirante antropologo peruviano con studi californiani, Carlos Castaneda, sta completando la sua istruzione in Messico presso don Juan, di cui racconterà la vicenda in A scuola dello stregone (1968). Gli sciamani con le loro droghe sono tornati.

 

Per saperne di più

Sulle droghe in generale: Antonio Escohotado, Piccola storia delle droghe, Donzelli Editore; Ugo Leonzio, Il volo magico, Einaudi; Henri Margaron, Le stagioni degli dei, Cortina editore; l’antologia di testi curata da Elémire Zolla, Il dio dell’ebbrezza, Einaudi e il testo di Terence McKenna, Il nutrimento degli dei, Apogeo. Sulle piante si vedano i libri di Giorgio Samorini, Mitologia delle piante inebrianti, Edizione Studio Tesi; Funghi allucinogeni, Telesterion; Allucinogeni nel mito, Nautilus; di W. S. Burroughs e A. Ginsberg: Le lettere yage, Adelphi; sulla ayahuasia si legga il romanzo di César Calvo, Le tre metà di Ino Moxo e altri maghi verdi (Feltrinelli); la figura della guaritrice è raccontata in Vita di Maria Sabina. La sciamana dei funghi allucinogeni, Savelli Editori. 

 

Questo articolo è uscito in versione più breve su La Repubblica, che ringraziamo. 

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