Eribon, tra gender e avanzate delle destre

“Durante la mia infanzia, tutta la mia famiglia era 'comunista', nel senso che far riferimento al Partito comunista costituiva l'orizzonte incontestato del rapporto con la politica, il suo principio organizzatore. Come ha potuto diventare una famiglia a cui è sembrato possibile, a volte perfino quasi naturale, votare l'estrema destra o la destra? […] Quale pesantissima responsabilità ha la sinistra in questo processo?” (Didier Eribon, Ritorno a Reims, Bompiani, 2017, pag. 107)

 

La morte del padre è per Didier Eribon, sociologo francese, professore di filosofia alla facoltà di Amiens e intellettuale impegnato nella questione gender (Riflessioni sulla questione gay, Ariele Editore, 2015, è uno dei punti di riferimento per i gender studies), la scusa per ripercorrere a ritroso il percorso della sua vita, il momento per superare la “vergogna sociale” che lo attanaglia fin dall'adolescenza. Ritorno a Reims, seppur nell'uso della prima persona, diventa strumento di una riflessione sociale sulla deriva delle destre in Europa, acclamate e appoggiate soprattutto da una classe operaia che fino a pochi anni prima trovava nel fronte opposto il proprio punto di riferimento. 

 

 

Il regista tedesco Thomas Ostermeier, dopo le messinscene inglese (luglio 2017), tedesca (settembre 2017) e francese (nell'inverno del 2019), porta sul palco del Piccolo Teatro Studio Melato di Milano, allestito come una sala di registrazione, con moquette beige per terra, alte pareti di legno listellato, una cabina di regia, la sua versione del testo di Eribon.

In scena convivono tre piani. Nel primo un trio composto dal regista, Rosario Lisma, da un'attrice che è anche voce narrante, Sonia Bergamasco, e da un tecnico del suono e proprietario dello studio, Tommy Kuti, lavora alla realizzazione di un docufilm biografico sul libro di Eribon. Lisma e Kuti lasciano la scena per chiudersi nella cabina di regia. Al centro del palco, con solo un tavolino con sgabello e i microfoni per la registrazione, rimane Bergamasco che legge, sussurrando e mantenendo la prima persona, ampi brani del libro del sociologo francese. Il testo analizza la società proletaria degli anni sessanta e settanta partendo dal racconto della infanzia dell’autore e della sua adolescenza nei sobborghi di Reims. L'emancipazione culturale di Eribon, arrivata solo dopo l'abbandono del nido famigliare, si scontra con il rimorso e con l'accettazione della propria diversità e la lotta per il diritto alla disuguaglianza, in costante conflitto con il ricordo e con lo status di provenienza.

 

Ostermeier, forse nel tentativo di allargare il discorso dalla prospettiva individuale, in prima persona, di Eribon, e dalla sua esperienza di figlio di operai diventato un intellettuale acclamato, a una questione politica e sociale che riguarda una intera società, toglie al saggio parte della sua forza espressiva: è proprio il sentimento individuale elevato a umore collettivo a dare potenza sociologica a Ritorno a Reims. Ostermeier, con una scelta politica ben precisa, tralascia la questione gay per evitare che fagociti l'attenzione rispetto alla crisi della sinistra, il discorso che gli sta più a cuore. Taglia dunque dal testo gli spaccati di vita e gli aneddoti dell'infanzia: la drammaturgia diventa così una lunga didascalia sul cambiamento di voto delle classi operaie.

 

La voce di Sonia Bergamasco rende eterea anche la concretezza proletaria, togliendo vigore e sangue a un testo che urla rabbia ed emergenza sociale in ogni riga. La sua voce accompagna anche un secondo livello dello spettacolo. Sullo sfondo un maxi schermo proietta le immagini del docufilm, dove figura lo stesso Eribon: accettando la sfida di Ostermeier – grazie anche all'intervento del suo compagno – il sociologo francese compie un percorso a ritroso, andando a trovare sua madre, anche lei presente nel film, e insieme ripercorre alcuni passaggi della storia, dalle fotografie di famiglia a pettegolezzi su persone dimenticate di una vita ormai passata. 

 

 

Ma è proprio dall'incongruenza delle immagini e del testo, o dall'approfondimento di alcuni passaggi del libro, che sorge il terzo livello drammaturgico, quello che contraddistingue anche le narrazioni nei diversi paesi in cui Ostermeier ha lavorato, ovvero la contestualizzazione del pensiero di Eribon: il regista ha chiesto ai tre attori in scena di mettersi a nudo, uscendo dal ruolo e interrogandosi su cosa stiano facendo concretamente per arrestare la deriva a destra del nostro paese. La Bergamasco, in un atto di “forte coraggio” – come ha dichiarato Ostermeier nell'incontro avvenuto al Chiostro del Piccolo Teatro l'11ottobre – parla delle figlie, ammettendo la propria impotenza. Lisma, tra il comico e il presentatore, parti che ha cavalcato per tutto lo spettacolo quando non era recluso nella cabina di regia, prendendo in mano il cellulare mostra il video del comizio che ha tenuto a Mazara del Vallo lo stesso giorno in cui Salvini stava facendo il suo in una piazza vicina. Al rapper bresciano Tommy Kuti il compito di chiudere la serata: per uscire dall'autoreferenzialità della politica, è necessario ascoltare chi i problemi li vive sulla propria pelle, dando la parola a voci diverse. 

 

La provocazione di Ostermeier cerca una conclusione al libro di Eribon, in cui si avverte l'assenza di uno sguardo al momento attuale: il filosofo francese, con un flashback che parte dalla sua infanzia negli anni sessanta e poi arriva al suo successo negli anni novanta, individua nell'accettazione del suo passato, nel superamento della “vergogna sociale”, la risoluzione del conflitto tra l'origine operaia e le sue scelte politiche. Dal 2009 (anno di pubblicazione del saggio di Eribon) a oggi, la questione non è stata risolta, e anzi si è socialmente aggravata: basti pensare non solo all'ascesa ma alla vittoria dei partiti nazionalisti in Europa, alla Brexit in Inghilterra, o all'impatto dei Gilet Jaunes in Francia. In una economia che ha decentralizzato le fabbriche nei paesi del terzo mondo, il divario sociale non solo continua a esistere, ma diventa sempre più evidente attraverso l'utilizzo di nuovi nomi e nuove categorie. A queste trasformazioni la sinistra non ha saputo dare risposte di crescita e coesione sociale, mentre la destra speculava su paura e rancore, utilizzando spesso alcuni degli elementi identitari del proletariato: il maschilismo, l'omofobia, l'odio per il diverso incarnati anche dal padre di Eribon. 

E la domanda sulle azioni concrete per limitare l'ascesa della destra rivolta agli attori in scena diventa un boomerang che ogni spettatore si porta a casa. 

 

In scena al Piccolo Teatro Studio di Milano fino al 16 novembre, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, sala Petrassi, per Romaeuropa Festival dal 20 al 23 novembre.

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