Fuga in Europa

“A sud del Sahara quattro abitanti su dieci non erano ancora nati il giorno del crollo dei grattacieli del World Trade Center”. Basterebbe questa frase del libro di Stephen Smith per comprendere la grandezza delle cifre e dei dati demografici che stanno alla base dei fenomeni migratori attuali. La demografia non è una variabile facilmente controllabile e spesso produce effetti superiori a quelli di molte scelte politiche. La demografia ha spesso dettato i ritmi della storia e, ci spiega Smith, lo farà anche nei prossimi vicini anni. Un dato questo che rende ancora più vaghi e vani i proclami di certi leader che promettono muri e blocchi.

 

In un’epoca in cui le migrazioni sembrano divenute l’unico problema che assilla il genere umano, e ne assilla la parte più sedentaria, in cui le parole si sprecano in una cacofonia di opinioni spacciate per verità, leggere un libro come Fuga in Europa, è una sorta di terapia, magari non indolore, ma che serve davvero a comprendere cosa accade sotto i nostri cieli. Giornalista di Libération, Smith compie una dettagliata analisi dei movimenti tra quella che lui chiama l’isola-continente di Peter Pan e l’Europa, basandosi essenzialmente sui dati e in particolare quelli demografici. In un continente la cui popolazione è di circa un miliardo, solo il 5% degli abitanti supera i sessant’anni, mentre il 40% ha meno di 15 anni. Per fare un rapporto, la Francia, paese particolarmente prolifico, la percentuale dei giovani è la metà. Di quel miliardo di africani solo 150 milioni hanno un reddito giornaliero che va dai 5 ai 20 dollari e costituiscono il bacino di coloro che vogliono emigrare. Secondo un sondaggio fatto da Gallup il 42% degli africani tra i 15 e i 24 anni vogliono emigrare dal loro continente.

 

 

Ph Sebastiao Salgado.


Una base giovane così ampia è peraltro esclusa dal voto, portato a 18 anni in quasi tutto il continente, e quindi impotente a cambiare le cose nel proprio paese. La popolazione africana, peraltro, continuerà a crescere tra il 2,5 e il 3% sino al 2050 molto di più della media della popolazione mondiale. Se tale tendenza si conferma, nel 2100 quando il pianeta sarà abitato da 11 miliardi di persone, il 40 per cento di esse saranno africane.

Di fronte a un continente così giovane appaiono persino più comprensibili le difficoltà di molti stati africani ad assicurare istruzione e lavoro a una così ingente massa di ragazze e ragazzi, che peraltro sono per la maggioranza inurbati, abitanti di quelle megalopoli spesso sgangherate in cui ogni modello sociale stenta a definirsi. Questa massa giovane ha in gran parte abbandonato le tradizioni culturali che caratterizzano le aree rurali, vivono però una globalizzazione zoppa, vista dal basso. Le campagne vengono abbandonate all’inseguimento di un immaginario di modernità e nonostante in Africa ci sia il 60% delle terre fertili del pianeta, oltre 400 milioni di persone soffrono di malnutrizione cronica se non di carenze alimentari.

 

Se l’Africa trabocca di una gioventù avida di guadagnarsi un posto migliore, sul piano demografico l’Europa sta invece seguendo un andamento opposto, quello dell’invecchiamento. Per fare l’esempio italiano, nel 1951 c’erano 31,4 ultra sessantacinquenni ogni 100 under 15; nel 2015 ci sono 157,3 “anziani” over 65 ogni 100 ragazzi sotto i 15 anni. Si prevede che nell’arco di un decennio l’incidenza degli under 15 scenderà ancora passando dall’attuale 13,7% a meno del 12%. Secondo le Nazioni Unite nei prossimi decenni l’Europa dovrà accogliere 50 milioni di migranti per mantenere il suo numero di abitanti e se vorrà stabilizzare la sua popolazione attiva si dovrebbero raggiungere gli 80 milioni. Abbiamo bisogno di giovani e non potranno che venire dall’Africa. Che piaccia o meno, molto probabilmente nel 2050 avremo tra i 150 e i 200 milioni di afroeuropei. 

 

Infine, Smith ricorda le ciniche parole di Malthus, che risultano però di drammatica attualità: “Un uomo nato in un mondo già occupato, se non può ottenere dai genitori la sussistenza che può giustamente attendersi da loro, e se la società non ha affatto bisogno del suo lavoro, non ha il diritto di pretendere la più piccola porzione di cibo e, di fatto, è di troppo in questo mondo. Nel grande banchetto della natura non c’è alcun coperto vacante per lui. Sicché la natura stessa gli ordinerà di andarsene…”

In un mondo chiuso e immorale, come sembra sempre più diventare quello dell’Europa, questa sembra essere la sorte delle prossime generazioni africane, ma forse non sarà così.

 

S. Smith, Fuga in Europa. La giovane Africa e il vecchio continente, Einaudi, pp. 164, Euro 20.

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