raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Letteratura e vita provinciale

Queste sono o vorrebbero essere le riflessioni di uno scrittore di provincia circa le relazioni che intercorrono tra il luogo in cui si vive e ciò che si scrive, detto in maniera più pomposa: riflessioni sul nesso tra geografia e letteratura.

 

Sarà bene chiarire che io, io che scrivo, sono un provinciale a tutti gli effetti. Vivo in provincia di Bolzano, una provincia autonoma, e sono, in quanto insegnante, anche un dipendente provinciale. Inoltre mi sento proprio provinciale nella particolare accezione del termine che ricordava Walter Barberis in un suo bell’articolo su “la Stampa” del 6 agosto, e cioè “attardato culturalmente” e “periferico”. Mi sento davvero così. Non ci posso fare niente. Soffro del tipico complesso del provinciale. Ed è anche per ricostruire la genealogia di tale complesso, per tracciarne l’archeologia, in certo senso, che sto vergando queste note. Esse quindi non hanno tanto una valenza conoscitiva, quanto piuttosto esistenziale.

 

Non so poi se le mie riflessioni estemporanee possano avere o meno a che fare con l’attuale dibattito sull’abolizione delle province.

È comunque partendo da simili premesse che io mi sono chiesto e mi chiedo tuttora se vi sia un legame tra località d’appartenenza e scrittura.

Tutto (tutto circa queste questioni) ha avuto inizio, si sa, da un breve e densissimo saggio di Carlo Dionisotti, una ventina di pagine dal titolo Geografia e storia della letteratura italiana. Pubblicato in rivista nel 1951 e solo nel 1967 in volume, questo scritto ha rappresentato un imprescindibile punto di riferimento sia per la monumentale Letteratura italiana Einaudi a cura di Alberto Asor Rosa (il cui primo volume vide la luce giusto trent’anni fa), sia per l’assai più recente ma non meno decisivo Atlante della letteratura italiana, sempre Einaudi, a cura di Sergio Luzzato e Gabriele Pedullà.

 

Dionisotti concludeva il suo saggio auspicando che, per quanto la poesia sia universale, non si dimenticassero mai nell’esaminarla “le condizioni che nello spazio e nel tempo stringono ed esaltano la vita degli uomini”.

Quanto al tempo, tali condizioni sono e sono state anche troppo considerate, se è vero, com’è vero, che l’offerta di storie della letteratura è sovrabbondante. L’aspetto geografico tuttavia non rimase così trascurato come si crede.

 

Sarà un caso che di lì a poco, nel 1952, uscì una certa antologia di sei poeti che s’intitolava per l’appunto Linea lombarda? Sarà un altro caso che, appena qualche anno più tardi, Giorgio Caproni ascrivesse la sua esperienza poetica e quella di altri a una comune linea ligure? (Veramente Caproni usò la forma latineggiante linea ligustica).

La geografia prendeva piede. Quella regionale. Lombardia, Liguria. Però, a rigore, il prefatore di quell’antologia, Luciano Anceschi, muoveva addirittura da considerazioni di ordine provinciale che interessavano la provincia di Varese, Luino (terra natale di Sereni), il lago Maggiore (anche di Como), e poi, a sorpresa, allargava parecchio l’orizzonte, perché uno degli antologizzati era addirittura svizzero, Orelli. I lombardi, sia d’Italia che fuori, sembravano accomunati da una particolare sensibilità per gli oggetti, per le situazioni concrete. La loro era una poesia in re e non ante rem. Si riconoscevano in un modello comune, che però non era lombardo, ma ligure. Montale.

 

Ma quant’era ligure il ligure Montale? Il marino e genovese Montale (Contini) abbandonò Genova nel 1928 e cercò sempre di tenersene alla larga e fu senz’altro più fiorentino e milanese che genovese. Caproni dal canto suo era nato a Livorno e visse dal 1939 alla morte (1990) a Roma. Sbarbaro, è vero, passò la vita prevalentemente in Liguria, gli ultimi anni a Spotorno, in provincia di Savona.

Quindi si porrebbe il problema se conti di più il luogo di nascita, o quello in cui si è trascorsa l’infanzia e l’adolescenza (Caproni a Genova) o quello in cui si risiede più a lungo.

 

Pasolini, per esempio, in una guida turistica tedesca su Roma, l’ho visto definito come noto cineasta romano.  Parecchie volte, su vari giornali italiani, è invece indicato come il celebre poeta e scrittore friulano. Quando Franco Rodano lo chiamò “veneto”, egli, Pasolini, reagì inviperito, ricordando che era nato a Bologna, e che soprattutto a Bologna si era formato.

Naturalmente nessuno nega che Roma fu decisiva per Pasolini. Non ricordo più dove l’ho letto, ma qualcuno ha scritto che è possibile intravedere nelle varie fasi della produzione pasoliniana non solo l’influsso romano in generale, ma anche quello specifico dei suoi cambi di dimora, da un quartiere all’altro della capitale. La fase di Ponte Mammolo. Quella di Monteverde Vecchio. Quella dell’EUR. O l’ho soltanto sognata, una cosa del genere?

 

Del resto, se noi non sapessimo niente di Gadda, potremmo pensare che all’autore di un’opera come Quer pasticciaccio brutto de via Merulana è stato dedicato un libro quale “Il Gran Lombardo”? (Che, com’è noto, indicò originariamente un potente veronese).

La confusione è grande. Torniamo a Dionisotti.

 

Dionisotti, dal canto suo, sostiene che bisogna tornare a Dante e precisamente al De vulgari eloquentia. Egli scrive che quest’opera incompleta è la "porta stretta che comanda per noi l’ingresso... a un’interpretazione... di tutta la letteratura italiana". Dante auspica l’unità linguistica e letteraria dell’Italia, ma quest’unità implica il riconoscimento di una reale, frazionata varietà, che dovrà essere superata, ma che c’è, innegabilmente, c’è.

 

Già, ma cosa pensa Dante dei dialetti d’Italia, delle parlate regionali, provinciali, cittadine che non sono quattordici, ma migliaia e più?

Quella che viene considerata la prima rassegna dei dialetti italiani, l’incunabolo della nostra dialettologia, è in realtà un autentico massacro. Dante detesta, cordialmente, le parlate e i dialetti d’Italia. Tutti. O quasi. A cominciare da quello di Roma, che non è un volgare ma un “tristiloquio”. Il più brutto di tutti. Anconetano, spoletino, bergamasco, milanese vanno semplicemente estirpati, strappati via. Aquileiesi e Istriani hanno pronunce ferine. I Sardi sono, dice Dante, “scimmie della grammatica”. Il siciliano non sarebbe male, ma bisogna fare le dovute distinzioni tra parlanti e parlanti. Gli Apuli barbarizzano. I romagnoli sono effeminati. Se i padovani sconciano tutte le parole con turpi sincopi, i veneziani non hanno nulla di che pavoneggiarsi. Ma è con i Toscani che Dante dà il meglio di sé. Li sgonfia nel loro delirio di ubriachi, nella loro prosopopea che fa creder loro, del tutto erroneamente, d’esser dotati di loquele forbite, fiorentini, pisani, lucchesi, senesi e invece sono completamente intronati dal loro stesso turpiloquio.

 

Non occorre sottolineare che Dante non si misurava certo con regioni e province burocraticamente definite come le nostre attuali. Nonostante questo, come si vede, l’esame inaugurale delle varietà regionali

e provinciali (anche cittadine) coincide, già in Dante, più o meno con la loro distruzione.

E si ha un bel dire che Dante cercava il volgare illustre, aulico, curiale, la mitica pantera profumata dei bestiari, la lingua che non c’è. Intanto sono i linguaggi esistenti a farne le spese.

 

Massì! Aboliamole tutte ‘ste province! Tranne la mia. (Tranne la nostra).

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Emilio Isgrò, Italia, 1970.