Il più bel libro su Gio Ponti (1891 – 1979), per la sua visione lungimirante e per la ricchezza dei contributi che contiene, lo ha curato Ugo La Pietra nel 1995 (Rizzoli) e la più bella mostra su di lui, per la qualità e la quantità dei pezzi esposti, per la magia dell'allestimento e il prestigio della sede ospitante, è in corso al MAD di Parigi (fino al 5 maggio 2019), mentre un omaggio per celebrare il quarantesimo anniversario della sua morte è in preparazione al MAXXI di Roma (novembre 2019 – aprile 2020).

Tra le due soglie temporali che separano l'uscita del libro di La Pietra – preceduto, cinque anni prima, da quello della figlia del maestro, Lisa Licitra, intitolato Gio Ponti: l’opera, per i tipi di Leonardo – dalla mostra al MAD, è di fatto avvenuta dapprima la ‘scoperta’ critica di Ponti e quindi la sua consacrazione ad archistar.

Infatti, prima degli anni novanta del secolo scorso, su Ponti si era sempre scritto in modo rapsodico e settoriale, senza che si fosse mai studiata nel suo complesso la sua figura articolata e poliedrica di progettista a tutto campo, di promotore culturale e di teorico (o forse sarebbe più appropriato definirlo divulgatore) dell'architettura e del design, se ancora Paolo Portoghesi così lamentava, nel 1982: 

“Nonostante il prestigio di cui la sua opera ha goduto presso il grande pubblico e l'influenza fondamentale che Gio Ponti ha esercitato sulle trasformazioni del gusto in Italia, durante un lunghissimo periodo che coincide quasi con la metà di un secolo, la sua figura di artista è tra le meno indagate ed apprezzate dalla critica ed è rimasta assente anche dal recente e proficuo lavoro di approfondimento condotto dai critici delle nuove generazioni sulle alterne vicende del movimento moderno. 

Nessun cenno all’opera di Ponti si ritrova nelle maggiori storie dell'architettura moderna, da Giedion a Henry-Russell Hitchcock a Pevsner a De Fusco e anche Benevolo e Zevi, pur ricordandolo tra gli esponenti di ‘Novecento’, non gli rendono certo giustizia, appiattendone il contributo nell'ambito di una tendenza". 

 

Probabilmente uno dei motivi di questo ritardo critico va ricercato nella estrema polivalenza linguistica della poetica pontiana che non ha mai operato una netta scelta di campo tra il razionalismo e la tradizione classica dell'architettura, tra il rifiuto dell'ornamento e la sua apoteosi, tra la ragione e la fantasia, abbracciandoli tutti nella sua geniale creatività e contravvenendo così ai parametri imposti dalla critica che ha caratterizzato la lunga stagione storico-artistica in cui egli si è trovato a operare, critica incline, di tempo in tempo, ad assolutizzare ora l’uno, ora l'altro di quegli aspetti, demonizzando, per converso, il suo contrario. Ben più unanime sarebbe stato invece il dotto plauso se Ponti fosse vissuto oggi, quando il suo essere multitasking avrebbe ‘fatto tendenza’ e sarebbe stato quindi, come di fatto ora è, molto apprezzato. Ponti, per la versatilità del suo linguaggio creativo e per le innumerevoli direzioni in cui lo ha condotto e applicato, ma anche per le sue contraddizioni, è stato senza dubbio un artista in grande anticipo sui tempi e in assoluto un precorritore della nostra contemporaneità. 

Così, egli amava dire: “Un’opera che non contenga in sé contraddizioni non è ‘vivente’, non è vitale perché non è vera: le cose vere, il creato, la realtà e la storia contengono in sé principi contrari che coesistono.”

 

Alcune delle più famose ceramiche di Gio Ponti, realizzate per la manifattura di Doccia, Richard Ginori così come sono esposte nella mostra Tutto Ponti. Gio Ponti Archi-Designer al MAD di Parigi.


Spesso accade che l'ascesa dei consensi nei confronti dell'opera di un maestro avvenga dapprima nelle aste internazionali per merito dei collezionisti, così è accaduto anche per Gio Ponti, almeno per quanto concerne il suo design. A tale proposito, ricordo che anni orsono, mi è capitato di assistere un'asta parigina dedicata ai suoi oggetti d'arredo, dove hanno raggiunto quotazioni da record, dopo essere stati disputati tra i contendenti in una ridda a colpi di cifre iperboliche. 

Insieme alla già accennata avvenuta mutazione delle coordinate culturali è quindi anche grazie al mondo del collezionismo se si è resa necessaria la rincorsa di Ponti da parte della critica, che finalmente lo ha ‘scoperto' e quindi giustamente incensato, indotta come è stata a tenere il passo con il montare e in seguito addirittura con il dilagare di quella che ormai può essere definita, e a buona ragione, la “moda Ponti”.

Ha dunque un bel daffare l'archivio che porta il suo nome nel dirimere le innumerevoli richieste di attribuzione di opere che ogni giorno piovono sulle sue scrivanie (scrivanie pontiane, ça va sans dire) prima di censirle e di conferire loro l'auspicato imprimatur.

 

 

Alcuni mobili e arredi di Gio Ponti. A sinistra: la sedia Superleggera per Cassina (dal 1957) e una piccola scrivania in una pubblicità degli anni sessanta; tavolo della serie Apta per Walter Ponti, 1969. A destra: un esempio di arredamento d'interni pontiano, il salone della Villa di Anala e Armando Planchart a Caracas, 1953.


La carriera professionale di Gio Ponti è stata intensamente creativa, infiammato com'era il suo spirito dallo zelo e dal fervore, ogni volta proteso verso lo sperimentare nuove strade, nel rispetto dell’etica del fare architettura e sostenuto dall'amore e dalla passione che ad essa lo legavano e che lo portavano a suggerire ai propri studenti, quando insegnava al Politecnico di Milano, citando Anatole France: “Quello che noi preferiamo è ancora l’ignoto”. 

La sua inesauribile ricerca di forme portatrici di eleganza e di bellezza e la sua prorompente capacità di inventarne di nuove, attingendo stimoli anche dal passato, hanno indotto Edoardo Persico a dire di lui:

“Ponti è l’inventore isolato… per cui la storia d’arte non è un progresso, ma una successione di diversità.”

Nonostante la sua non convenzionalità, Gio Ponti ha avuto una carriera professionale decisamente baciata dalla fortuna: sono infatti pochi gli architetti e gli artisti che hanno beneficiato di una ricchezza di commesse e di produzioni paragonabili alle sue, e tutte, immancabilmente, contrassegnate dal successo di pubblico che per sessant'anni non ha mai conosciuto incrinature e che ha investito tutti gli strati sociali, dall’alta borghesia, alla middle class. A quest'ultima, egli aveva dedicato addirittura dei prodotti appositamente pensati per lei, come la serie Domus Nova, realizzata per La Rinascente nel 1928, con Emilio Lancia e quindi, negli anni settanta, la serie Apta, prima per Walter Ponti e quindi per La Rinascente, serie composta da mobili leggeri e versatili, la più parte pieghevoli, adatti (= apti) soprattutto ai ridotti spazi dei piccoli appartamenti urbani, mentre per le grandi ville signorili ne ha progettati altri, che, sebbene appaiano imponenti per la loro bellezza, non ovvia e mai scontata, non sono mai “mobiloni ingombranti, pesanti" (sono parole sue) dalle dimensioni monumentali (le figlie Lisa e Letizia narrano della sua concezione di arredo della casa, partendo da quelli realizzati per la propria famiglia).

 

Foto di alcune architetture di Gio Ponti. Sopra: Milano, Casa d Via Randaccio (con Emilio Lancia), 1925; Palazzo e Torre Rasini (con Emilio Lancia) 1932-1935; Politecnico, Trifoglio, 1959-1963. Sotto: veduta di un interno dell’ Hotel Parco dei Principi, Sorrento, 1960-1961; Milano, grattacielo Pirelli (con Pier Luigi Nervi) 1956-1961 in una cartolina degli anni sessanta; Taranto, Concattedrale, 1964-1970.


C'è poi la sua architettura, che spazia dalle case private, ville o palazzi urbani che siano, agli alberghi (come non citare il meraviglioso Parco dei Principi di Sorrento? Progettato nel 1962, è stato uno dei primi design hotel al mondo, oggi il primo hotel museo), agli edifici universitari, a quelli per uffici, ai luoghi pubblici, a quelli di rappresentanza, tra cui il famosissimo Grattacielo Pirelli (costruito tra il 1956 e il 1961), in assoluto il suo capolavoro, d'insuperata grazia e bellezza, un'emergenza monumentale che ha disegnato per più di mezzo secolo lo skyline di Milano, fino alle architetture religiose, il cui acme è costituito dalla concattedrale di Taranto. Quest'ultima, costruita tra il 1964 e il 1970, ha la vela simile a una trina ricamata sul cielo, “per far sostare gli angeli", come era solito dire il suo autore. La vela, che costituisce di fatto la facciata maggiore della chiesa, è però priva di ingressi, così da essere “accessibile solo allo sguardo e al vento: una facciata per l’aria, con ottanta finestre aperte sull’immenso, che è la dimensione del mistero” scrive il maestro.

 

Di Ponti, accanto all’indubbia poesia delle sue creazioni, va ricordato anche l'inesausto anelito didattico, quella sua urgenza divulgativa del bello, ovvero il suo ‘apostolato artistico’, per usare la felice definizione di Agnoldomenico Pica. Il maestro milanese, infatti, non si è limitato a professare la propria mansione educatrice al nuovo gusto nell'architettura e nell’industrial design (ovvero alla modernità classica) soltanto nel chiuso delle aule universitarie, dove ha insegnato alla Scuola di Architettura dal 1936 al 1961, ma l'ha condotta anche, e soprattutto, dalle pagine delle riviste da lui fondate e dirette, a partire da Domus (1928), fino a Stile (1941), passando per Aria d'Italia (1939, quest’ultima di Daria Guernati ma da lui ispirata), che sono state fondamentali per la nascita e il consolidarsi di quello che verrà chiamato ‘Italian style’.

Ed è proprio per merito di queste riviste se una larga fascia di pubblico si è avvicinata alla sua rinnovata idea di bellezza, facendola propria. Ponti, ancora una volta precorrendo i tempi attuali che riconoscono all’exhibit grande efficacia divulgativa, ha disputato la sua battaglia di rinnovamento del gusto di un’intera nazione anche nell’arena delle grandi occasioni espositive, soprattutto nelle Triennali di Milano (con qualche anticipazione già alle Biennali monzesi), e anche in molte mostre organizzate all'estero dalla rivista Domus (Parigi, 1967; Zurigo,1969; Rotterdam, 1970) per far conoscere la ‘casa all’italiana’ al di fuori dei confini nazionali, ma soprattutto in varie edizioni del Salone del Mobile e nelle quattro di Eurodomus. Perché, se è indubbio che egli abbia scritto molto, e sempre in modo chiaro e comprensibile a tutti, è anche vero che con i suoi “spazi dimostrativi" ha ‘fatto vedere’ molto, e con il suo mostrare è sempre riuscito a palesare ciò che voleva trasmettere con lapalissiana efficacia.

 

Sopra e sotto: alcuni scorci della mostra Tutto Ponti. Gio Ponti Archi-Designer al MAD di Parigi. In talune fotografie si intravvede la trama della vela della Concattedrale di Taranto, ricostruita quasi in scala quasi reale da Jean-Michel Wilmotte, curatore dell'allestimento.

 

 

Gio Ponti amava molto Parigi e Parigi, nel ricambiarlo, ha da sempre contribuito alla sua fama. Il MAD, ad esempio, si è occupato per la prima volta di lui nel 1973, quando ha allestito l'esposizione dedicata ai 45 anni di Domus; poi, nel 1978, Tony Bouilhett, per cui Ponti aveva progettato la villa l’Ange Volant a Garches, fuori Parigi (dove, tra l’altro c’è la stupenda villa Stein disegnata da Le Corbusier, architetto che Ponti ammirava moltissimo) stava organizzando una mostra sulla sua opera, che, purtroppo non si è potuta realizzare a causa della morte del maestro, avvenuta mentre i preparativi erano in corso. Ora, a quarant’anni da quella occasione mancata, Sophie Bouilhet-Dumas, nipote di Tony Bouilhett, con la mostra Tutto Ponti. Gio Ponti Archi-Designer ha finalmente concretizzato il progetto di suo nonno. Insieme a lei, hanno curato la rassegna anche Olivier Gabet, direttore del MAD, e Dominique Forest, chief curator dello stesso museo, con la consulenza del nipote di Ponti, Salvatore Licitra. Per mantener fede al titolo e ricostruire l’infinito pontiano, ci sono voluti tre anni di lavoro, la collaborazione con diversi musei ed archivi, in primis quella con l’Archivio Ponti e con lo CSAC di Parma, nonché la mobilitazione di collezionisti di tutto il mondo. E così, quella che si può ammirare nelle sale del MAD è di sicuro l’esposizione più importante e completa mai dedicata al maestro milanese, cui si aggiunge il lustro che le dà la sede ospitante. Ma è indubbiamente anche quella con l’allestimento più scenografico e suggestivo. A cura dell’agenzia Wilmotte & Associés, con la collaborazione del graphic designer Italo Lupi e dell’agenzia BETC per la segnaletica e per la grafica, presenta, infatti, gli oggetti esposti in modo che essi paiono giganteggiare, pur nelle loro ridotte dimensioni, negli spazi “regali" del MAD, dalle alte volte. C’è poi da dire che, nonostante la mano decisamente francese di Jean-Michel Wilmotte, a modulare il passo degli affascinati visitatori è una musicalità tutta italiana, oserei dire di intonazione rossiniana, ed è secondo il suo ritmo che si vanno scoprendo, di contrappunto cromatico, in contrappunto formale, le creazioni pontiane, realizzate nei molteplici ambiti in cui il maestro si è cimentato nel corso della sua lunga carriera artistica. Dalla Superleggera per Cassina, ai mobili della serie Apta; dalle scrivanie, alle pareti attrezzate; dalle ceramiche per Richard Ginori della manifattura di Doccia, ai vetri per Paolo Venini e Giacomo Cappellin, a quelli per Flavio Poli; dai bozzetti per costumi teatrali e per allestimenti scenici, agli argenti per Christofle e per Lino Sabattini; dai tavolini con gli smalti di Paolo De Poli, agli animaletti in ferro smaltato e molto altro ancora: la mostra parigina presenta al pubblico più di 500 pezzi tra arredi, argenti, ceramiche, lampade, vetri, alcuni dei quali esposti per la prima volta; e poi plastici e fotografie delle sue architetture e dei suoi arredamenti navali e domestici e di quelli degli ambienti di lavoro, nonché pagine e copertine tratte dalle sue riviste, oltre a foto personali, a video e a numerose lettere della sua corrispondenza privata con amici artisti, committenti e produttori dei suoi pezzi. 

Numerosi sono inoltre i mobili originali prestati al MAD dal Gruppo Molteni e provenienti dalla collezione del museo omonimo, mentre a fare da entrée alla mostra è la ricostruzione della trama della vela della Concattedrale di Taranto, ricostruita da Wilmotte in una scala molto vicina al vero.

Il catalogo, a firma di Sophie Bouilhet-Dumas, Dominique Forest e Salvatore Licitra, consta di ben 320 pagine, con più di 300 illustrazioni. Nella versione francese è edito dallo stesso MAD, mentre in quella inglese da Silvana Editoriale (€ 55) che, pur essendo una casa editrice italiana, non ha contemplato alcuna versione nella propria lingua.

 

A Parigi, con grandeur, ora. 

A Roma, in autunno. 

E a Milano, che è la sua città?

A Milano nessun tributo a Gio Ponti in occasione del quarantesimo anniversario della sua morte. 

Che si attenda il centenario?

Concludo questo piccolo omaggio a uno dei più grandi architetti del novecento con una parte della sua lunga dichiarazione d’amore all’architettura:

 

[…] Amate l'architettura antica e moderna: esse han composto assieme quel teatro che non chiude mai, gigantesco, patetico e leggendario, nel quale noi ci moviamo, personaggi-spettatori vivi e naturali in una scena «al vero», inventata ma vera: dove si avvicendano giorno e notte, sole e luna, sereno e nuvole, vento e pioggia, tempesta e neve: dove ci sono vita e morte, splendore e miseria, bontà e delitto, pace e guerra, creazione e distruzione, saggezza e follia, gioventù e vecchiaia: l'architettura crea lo scenario della Storia, al vero, parla tutti i linguaggi, amate l'architettura antica e moderna; esse han creato attorno a noi, nello scenario che hanno composto, la simultaneità delle epoche: ci han creato Venezia e New York […]

(Gio Ponti, Amate l’Architettura, Società editrice Vitali e Ghianda, Genova, 1957, ristampato da Rizzoli, 2008, € 30)

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